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Surtsey, l’isola di fuoco nata dal nulla

Cinquant’anni fa una nuova isola è sorta nell’oceano al largo dell’Islanda, dando agli scienziati un’opportunità unica per studiare come la vita colonizza gli ambienti più inospitali.

L’uomo è sempre stato affascinato dalle isole. I motivi sono molti, tra cui la loro natura remota, che accende la curiosità dei potenziali esploratori con la promessa di meraviglie naturali e tesori nascosti. Ma a giocare un ruolo importante è anche il loro stesso carattere “insulare”, che le rende luoghi facilmente difendibili e quindi particolarmente attraenti al nostro subconscio, il quale ci ispira l’istinto primordiale di prediligere i luoghi più sicuri, al riparo da predatori e altri pericoli. Pensiamo anche, per esempio, alla fascinazione diffusa per fortezze e castelli: molti amano visitarli e circondarsi di loro immagini (sui poster appesi in casa o sui desktop dei computer) proprio perché ci instillano una sensazione di benessere e sicurezza. Anche noi di GEOblog non siamo immuni al fascino delle isole, e nel corso degli anni abbiamo parlato più volte di esse: dalle isole più remote del mondo come Tristan da Cunha e Sant’Elena, fino a isole uniche nel loro genere perché create dall’opera dell’uomo, come quelle sorte in molti Paesi asiatici o quella, in progetto, nel mezzo del gelido Mar del Nord in Europa.

L’Isola Ferdinandea in una stampa popolare inglese dell'epoca. Fonte: www.vulkan.blog.is

A molti di noi sarà poi capitato, da ragazzini, di fantasticare su cosa succederebbe se una nuova isola emergesse improvvisamente dalle acque nel bel mezzo del mare, e fossimo proprio noi a metterci piede per primi, diventando gli imperatori assoluti di quel piccolo fazzoletto di terra. È stata anche la fantasia di tantissimi filosofi e scrittori, i quali hanno immaginato gli Stati ideali, o utopie (termine che deriva proprio dall’isola di Utopia uscita dalla penna da Thomas More), che avrebbero fondato su quel suolo vergine. Per quanto possa sembrare fantastica, l’eventualità che una nuova isola possa nascere dal nulla è non solo possibile, ma anche relativamente comune: eruzioni sottomarine e altri fenomeni vulcanici possono infatti far innalzare il fondale marino in alcuni punti, o addirittura creare nuove formazioni rocciose di lava solidificata che emergono in superficie, creando di fatto una nuova porzione di terraferma. Il caso più noto in Italia è quello che avvenne nel 1831 nelle acque del Mediterraneo, tra Pantelleria e la Sicilia: nell’estate di quell’anno gli equipaggi delle navi che transitavano in quel tratto di mare riferirono di aver visto dense colonne di fumo e zampilli di lava levarsi dalle acque, accompagnati dal boato di fortissime esplosioni. In poche settimane il cratere sottomarino presente su quel tratto di fondale eruttò abbastanza lava e detriti da formare un’isola di oltre 4 km2 e con un’altezza massima di circa 500 m sopra il livello del mare. I governanti delle potenze europee si ripresero ben presto dallo stupore provocato dalla notizia di una nuova isola nata di punto in bianco nel Mediterraneo, e fiutarono subito l’opportunità di appropriarsi del nuovo lembo di terra, strategicamente situato in uno dei punti nevralgici per la navigazione dell’epoca, per trasformalo in una fortezza o in un porto commerciale e militare. Scoppiò così una disputa diplomatica tra Inghilterra, Francia e Regno delle due Sicilie, tutti Stati che avevano inviato equipaggi per sbarcare sull’isola e a reclamarne il possesso in nome dei rispettivi governi. La spedizione inviata dal Regno delle due Sicilie battezzò l’isola Ferdinandea, in onore del sovrano Ferdinando II di Borbone. Ma governi e teste coronate di mezza Europa avevano fatto i conti senza l’oste: l’isola era infatti costituita da rocce laviche molto friabili, e ben presto l’erosione dei venti e delle acque cominciò a disgregare la parte emersa del vulcano sottomarino. Già l’anno successivo, il 1832, l’isola era ridotta a poco più che uno scoglio, e nel giro di poco tempo Ferdinandea scomparve con la stessa velocità con cui era nata, lasciando i potenti d’Europa con un pugno di mosche.

Un’immagine aerea dell’eruzione che ha portato alla nascita di Surtsey, in Islanda, negli anni ’60 del XX secolo. Fonte: www.volcanocafe.files.wordpress.com.

Diverso è stato invece il destino di un’altra isola, nata al largo della costa meridionale dell’Islanda tra il 1963 e il 1967. Una serie di fortissime eruzioni vulcaniche sottomarine spinsero il fondale oceanico verso l’alto e, tra lapilli e gigantesche nubi di fumo, la cima del vulcano emerse dall’acqua, creando una nuova isola, alta 155 m sul livello nel mare nel suo punto più elevato. Essendo comparsa in acque territoriali islandesi, non c’è stata alcuna contesa, a differenza di quanto accadde per Ferdinandea, sulla sovranità dell’isola, battezzata Surtsey, cioè “isola di Surtr”, un gigante del fuoco della mitologia nordica. All’inizio Surtsey era solo una massa di roccia lavica incandescente, completamente priva di vita. Ma ben presto la natura prese il sopravvento e piccoli e grandi organismi vegetali e animali cominciarono a colonizzare il suo scabro terreno. Uccelli e insetti sono migrati dalla terraferma e dalle isole vicine, portando sulla nuova isola pollini e semi, giunti anche grazie all’azione del vento. Altri vegetali e insetti sono giunti sulle coste dell’isola approfittando del “passaggio” fornito da tronchi e altri pezzi di legno galleggianti sospinti dalle correnti.

Entomologi raccolgono campioni di insetti a Surtsey. Fonte: www.vulkaner.no

La circostanza che fa di Surtsey un luogo straordinario è che il governo islandese ha capito subito l’importanza dell’evento e il valore naturalistico della nuova isola, e già nel 1965, quando l’eruzione vulcanica che le ha dato vita era ancora in corso, ha dichiarato Surtesy e la acque circostanti riserva naturale, proibendo l’accesso a chiunque, tranne che agli studiosi dotati di speciale autorizzazione e in condizioni strettamente controllate. Questa lungimiranza ha fatto sì che processi biologici unici al mondo proseguissero senza l’interferenza dell’uomo. Surtsey è diventata così uno straordinario laboratorio biologico a cielo aperto, attentamente osservato dagli scienziati. Attualmente sull’isola vivono 10 specie di piante, muschi e licheni, 14 specie di uccelli – tra cui gabbiani, cigni, oche e corvi – e a una colonia di foche. Una varietà di specie viventi incredibile se si pensa che l’isola ha solo cinquant’anni, e la migliore testimonianza della straordinaria tenacia della vita, e della sua capacità di espandersi e adattarsi a ogni ambiente. In riconoscimento dell’importanza scientifica dell’ambiente dell’isola, nel 2008 Surtsey è stata dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO. Attualmente le uniche strutture artificiali presenti sull’isola sono una piccola baracca prefabbricata, usata come rifugio dagli scienziati durante le spedizioni, e una stazione metereologica, che è anche dotata di una webcam tramite la quale si può ammirare il panorama dell’isola in tempo reale via Internet. Gli scienziati che sbarcano sull’isola devono seguire un rigido protocollo di decontaminazione, che prevede per esempio uno scrupoloso esame degli abiti e dell’equipaggiamento per evitare di portare con sé semi dalla terraferma. Addirittura, gli scienziati devono seguire un preciso protocollo per smaltire il “materiale organico” che producono (ergo, i propri bisogni) perché i semi di alcuni frutti che vengono mangiati, per esempio i pomodori, sopravvivono alla digestione e potrebbero essere ancora attivi nelle feci!