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Tibet e Cina alla guerra della reincarnazione

Tenzin Gyatso, quattordicesimo e attuale Dalai Lama. Fonte: www.nobelpeaceprizeforum.org

L’anniversario dell’istituzione della Regione Autonoma del Tibet è l’occasione per il governo cinese di ribadire la propria opposizione a ogni ingerenza nella questione tibetana da parte di chiunque, rockstar incluse.

Sono culminate un paio di giorni fa, l’8 settembre, nel capoluogo tibetano Lhasa le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario dell’istituzione della Regione Autonoma del Tibet, una delle più grandi entità amministrative in cui è divisa la Repubblica Popolare Cinese. I festeggiamenti comprendevano imponenti parate militari, spettacoli di danza tradizionale e fuochi d’artificio. L’anniversario è stato l’occasione da parte del regime cinese per riaffermare il proprio assoluto controllo sulla regione tibetana e ribadire quanto l’amministrazione cinese abbia giovato agli stessi tibetani, con alti funzionari del Partito Comunista che hanno citato statistiche lusinghiere sullo sviluppo economico in Tibet e sugli ingenti aiuti destinati alla regione da parte del governo centrale di Pechino. Le celebrazioni si sono però svolte “a porte chiuse”, senza che giornalisti e diplomatici stranieri fossero stati invitati, e le notizie e le immagini dei festeggiamenti giunti ai media stranieri sono solo quelle fornite dalle agenzie di stampa ufficiali, controllate dallo Stato. Tutto questo per porre sotto silenzio ogni eventuale incidente o protesta che potesse mettere in imbarazzo l’imponente macchina della propaganda cinese.

Un momento delle celebrazioni dell’anniversario della Regione Autonomia del Tibet, svoltesi ai piedi al Potala, il palazzo di Lhasa in cui risiedeva il Dalai Lama prima dell’esilio. Fonte: www.scmp.com

L’Istituzione nel 1965 della Regione Autonoma del Tibet è stata infatti soltanto il culmine di un processo iniziato nel 1950 e conosciuto alternativamente come “pacifica liberazione” del Tibet (secondo la versione ufficiale cinese) o violenta invasione del Paese (secondo gli oppositori tibetani) da parte della Repubblica Popolare. Da allora la Cina ha governato il Tibet occupato con il pugno di ferro, reprimendo duramente qualsiasi aspirazione di autonomia (la citata Regione Autonoma è infatti autonoma solo di nome) o indipendenza, bollando gli oppositori tibetani come terroristi e sovversivi, e operando un’aggressiva campagna di ritorsioni e pressioni contro quegli attori internazionali (persone, Stati e organizzazioni) che sostengono la causa dell’indipendenza tibetana. Figura centrale dell’opposizione tibetana all’occupazione cinese è il Dalai Lama, il capo della corrente buddista tibetana nonché sovrano del Tibet fin dal XVI secolo. L’attuale Dalai Lama Tenzin Gyatso, il quattordicesimo a rivestire tale carica, è una figura ben nota in tutto il mondo: vincitore del premio Nobel per la Pace nel 1989, è uno dei maggiori divulgatori della spiritualità buddista ma anche un simbolo del movimento per il Tibet libero. Costretto a fuggire dal Tibet occupato nel 1959 in seguito a una serie di rivolte anticinesi represse nel sangue, il Dalai Lama si stabilì con migliaia di suoi connazionali nella città indiana di Dharamsala, dove formò il governo tibetano in esilio. Da allora il governo cinese considera il Dalai Lama un pericoloso sovversivo e un irriducibile nemico, e non esita a censurare e a scatenare rappresaglie contro chi manifesta pubblicamente solidarietà nei confronti della sua persona e della causa tibetana.

La rockstar Jon Bon Jovi canta a Taiwan con alle spalle una gigantografia del Dalai Lama, episodio che ha provocato le ire della Repubblica Popolare Cinese. Fonte: www.dailymail.co.uk

La notizia di una di queste rappresaglie è di appena un paio di giorni fa, e forse non è un caso che sia stata diffusa proprio in contemporanea con le celebrazioni filogovernative in Tibet. A quanto pare le autorità di Pechino hanno annullato le due date cinesi del tour mondiale della rockstar americana Jon Bon Jovi, colpevole di aver più volte sostenuto la causa del popolo tibetano e in un’occasione, durante un concerto a Taiwan nel 2010, di aver cantato una canzone con alle spalle una foto del Dalai Lama proiettata sul maxischermo.

Una raffigurazione tradizionale di Avalokitesvara, il bodhisattva di cui il Dalai Lama è ritenuto la reincarnazione. Fonte: www.norbulingka.org

L’attuale Dalai Lama gode dunque di ampia stima e riconoscimento internazionale, ma negli ultimi anni Tenzin Gyatso, e con lui tutto il movimento per il Tibet libero, è tormentato da un problema grave e di ardua soluzione: quello della sua successione. Secondo le credenze del buddismo tibetano ogni Dalai Lama, come del resto altri importanti lama (guru o sacerdoti) tibetani, è la reincarnazione diretta dei suoi predecessori, in una catena ininterrotta che si mantiene da secoli. Il nuovo Dalai Lama viene quindi scelto tra i bambini nati nel periodo immediatamente successivo alla morte del precedente, mediante una procedura molto complessa e ritualizzata volta ad assicurarsi che la commissione di lama anziani incaricata della ricerca del successore trovi in effetti il bambino, e quindi l’anima, giusta. La questione è tanto più importante per i fedeli perché a loro volta tutti i Dalai Lama sono considerati la reincarnazione di Avalokitesvara, uno dei più importanti bodhisattva (figure a metà strada tra il santo e la divinità) della tradizione buddista.

L’unica immagine pubblica di Gedhun Choekyi Nyima, il Panchen Lama riconosciuto dal governo tibetano in esilio, nel manifesto di un’associazione non governativa che ne chiede la liberazione. Fonte: www.solidaritywithtibet.org

Il timore dell’attuale Dalai Lama e di tutta l’opposizione tibetana è che alla morte di Tenzin Gyatso, che ha compiuto 80 anni lo scorso luglio, il governo cinese cerchi di interferire nella successione dichiarando di aver “scoperto” la nuova reincarnazione del Dalai Lama e mettendo poi sotto “protezione” il piccolo, trasformandolo di fatto in un fantoccio da manovrare a piacimento per influenzare il popolo tibetano, soffocare l’opposizione e rafforzare il proprio dominio sul Tibet. Sarebbe un colpo mortale per il movimento nazionalista tibetano, che si vedrebbe privare della propria più importante figura politica e religiosa, nonché del maggiore ambasciatore della causa tibetana nel mondo. E questo timore di ingerenze cinesi non è affatto infondato, dal momento che una manovra analoga è già stata messa in atto con successo in passato, nel caso della successione di un’altra importante figura del buddismo tibetano, il Panchen Lama. Seconda soltanto al Dalai Lama nella gerarchia del buddismo tibetano, quella del Panchen Lama è una figura esclusivamente religiosa e non politica, ma ciò non ha impedito al regime cinese di interferire nella scelta della sua ultima incarnazione. Nel 1989, alla morte del decimo Panchen Lama Choekyi Gyaltsen, più volte imprigionato e privato della propria carica dalle autorità cinesi per aver criticato l’occupazione del Tibet, il governo tibetano in esilio presieduto dal Dalai Lama individuò la sua reincarnazione, nonché successore, nel piccolo Gedhun Choekyi Nyima. Ma la scelta fu contestata dal governo cinese, il quale nominò una diversa commissione di lama per cercare il successore, che venne trovato in Gyaincain Norbu, figlio di membri tibetani del Partito Comunista Cinese e a tutt’oggi il Panchen Lama in carica riconosciuto ufficialmente dalla Cina. Quanto a Nyima, il candidato del Dalai Lama, se ne sono perse le tracce, insieme alla sua famiglia, nel 1995, e gli oppositori tibetani ritengono che sia stato rapito dai servizi segreti cinesi, i quali tengono sotto stretto riserbo il suo stato di salute e il luogo in cui vive. Solo sporadicamente le autorità cinesi, che dichiarano di aver preso in custodia Nyima per la sua sicurezza, rilasciano dichiarazioni sulla vita del giovane. L’ultima è stata diffusa solo un paio di giorni fa, anche in questo caso stranamente in coincidenza con l’anniversario della Regione Autonoma. Questa volta il giovane Nyima, per bocca dei suoi portavoce cinesi, direbbe di stare bene e di aver scelto volontariamente di ritirarsi dalla scena pubblica. Ma ovviamente gli oppositori tibetani accusano la Cina di tenerlo prigioniero e di privare il popolo tibetano non solo della libertà politica, ma anche di quella religiosa, impedendo loro di scegliere autonomamente le proprie guide spirituali.