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Tristan da Cunha, l’isola più lontana

Una veduta aerea dell'isola di Tristan da Cunha, dominata dal cono vulcanico del Queen's Mary Peak. Fonte: www.tristandc.com

Nel mezzo dell’Atlantico meridionale sorge una terra unica, l’arcipelago abitato più lontano da ogni altra terra emersa. Un luogo dalla bellezza selvaggia, i cui abitanti costituiscono un prova vivente dell’importanza della vita comunitaria.

Il mondo è sempre più popolato: metropoli e megacittà di ogni continente si ingrossano costantemente; milioni di persone vivono gomito a gomito, combattendo duramente per conquistare il privilegio di un po’ di spazio personale e di privacy. Come se ciò non bastasse, il numero di connessioni tra individui è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni, e oggi un abitante di un paese sviluppato è bombardato sistematicamente, ogni giorno, da un numero di comunicazioni e richieste di contatto impensabile solo qualche decina di anni fa. Televisione, telefonate da fisso e cellulare, posta elettronica, social network: la nostra giornata tipo è costellata di interruzioni continue alle nostre attività, che ci impediscono di concentrarci e annullano le già scarse occasioni di riflettere sulle questioni veramente importanti relative alla nostra vita.

Nonostante questo processo ormai inarrestabile, che costituisce uno dei tratti più caratteristici della società contemporanea, abbia evocato la metafora di un mondo che si sta progressivamente rimpicciolendo, annullando le distanze fisiche tra gli individui per mezzo della tecnologia, il nostro pianeta è ancora assai grande e offre molte possibilità di vivere “fuori dal mondo”, o da una sua buona parte, a chi è veramente determinato a recidere il cordone ombelicale che lo collega al resto della comunità umana. In un post di qualche mese fa abbiamo parlato dei moderni eremiti, coloro che per necessità o per libera scelta hanno deciso di vere lontano da tutti, in luoghi remoti e inaccessibili. Oggi parliamo invece di un luogo diverso, una delle terre più isolate del mondo, dove i contatti con la società esterna sono minimi, eppure abitato da poche persone che la necessità ha unito in una comunità assai stretta, i cui legami sono basati sulla parentela, l’aiuto e la fiducia reciproca.

Una veduta dal mare di Edinburgh of the Seven Seas, capitale e unico insediamento di Tristan da Cunha. Fonte: www.oceanwide-expeditions.com

Si tratta dell’arcipelago di Tristan da Cunha, un gruppo di tre isolette di origine vulcanica che sorge nel bel mezzo dell’Atlantico meridionale. È situato a 2400 km dalla coste del Sudafrica e a 3400 da quelle del Sudamerica, mentre l’insediamento umano più vicino, a oltre 2000 km, è Sant’Elena, la sperduta isola dove Napoleone trascorse in esilio i suoi ultimi anni di vita. È l’arcipelago abitato più lontano da qualsiasi altra terra emersa e, al contrario di altri luoghi remoti della Terra, come la famosa Isola di Pasqua nell’Oceano Pacifico, che sono stati improvvisamente avvicinati al resto del mondo dalla tecnologia e dalla notorietà di cui hanno cominciato a godere grazie ai reportage dei viaggiatori e ai documentari, Tristan da Cunha è un luogo assai poco conosciuto, rimasto fisicamente separato dal resto del mondo come lo era nel XIX secolo, quando l’isola principale (che si chiama anch’essa Tristan da Cunha ed è l’unica abitata) fu colonizzata per la prima volta in modo permanente e annessa ai domini coloniali britannici. Al contrario dell’Isola di Pasqua, Tristan da Cunha è troppo piccola per possedere un aeroporto e sul suo territorio non esistono meraviglie naturali e archeologiche che hanno attirato le orde del turismo di massa. L’unico contatto fisico con il resto del mondo avviene circa una volta al mese, quando al porto della “capitale” Edinburgh of the Seven Seas (“Edimburgo dei sette mari”) attracca un peschereccio proveniente dal Sudafrica, che dopo un viaggio di circa una settimana porta sull’isola la posta, i pochi rifornimenti di cui gli isolani hanno bisogno e qualche rarissimo passeggero.

La targa, posta nel centro storico di Camogli, che ricorda i marinai Gaetano Lavarello e Andrea Repetto, considerati tra i "coloni fondatori" di Tristan da Cunha. Fonte: www.fabiovstamps.com

L’arcipelago è privo di qualsiasi risorsa naturale ed è lontano da tutte le rotte navali, commerciali o passeggeri. La popolazione discende dai pochi coloni che hanno raggiunto volontariamente una terra così remota e da coloro che, naufragati sull’isola dopo che i loro vascelli furono sospinti fuori rotta da tempeste, hanno deciso per un motivo o per l’altro di restare. Attualmente i tristaniani sono circa 270, e la loro comunità è rimasta così a lungo isolata da essere diventata una sorta di straordinario esperimento sociologico e antropologico naturale. Prevedibilmente, tutti gli abitanti sono imparentati tra loro, e si pensa che l’intera popolazione attuale discenda da soli quindici coloni “originari”, otto uomini e sette donne. E in effetti in tutta l’isola esistono soltanto otto cognomi, due dei quali sono, incredibilmente, di origine italiana, e precisamente ligure: Repetto e Lavarello. Tra i “padri fondatori” c’erano infatti due marinai originari di Camogli, Andrea Repetto e Gaetano Lavarello, che decisero di restare a vivere sull’isola dopo che la nave su cui erano imbarcati, il brigantino Italia, si arenò sulle sue coste nel 1892. Il ricordo di questo singolare episodio ha creato una sorta di gemellaggio tra le due località così distanti tra loro: l’ospedale di Edinburgh si chiama infatti Camogli Hospital, mentre nella cittadina ligure esiste un “Largo Tristan da Cunha” con tanto di targa che ricorda gli illustri concittadini. La popolazione ha anche sviluppato un proprio particolare dialetto, simile all’inglese del XIX secolo e con prestiti di parole derivate dall’olandese e dall’italiano, le lingue parlate dai “padri fondatori” non inglesi della colonia. Amministrativamente l’isola fa parte del Territorio britannico d’oltremare che comprende anche l’altrettanto remota Isola di Ascensione, che si trova a oltre 3700 km a nord, e la citata Sant’Elena, dove risiede il governatore generale. In pratica, gli affari quotidiani dell’isola sono gestiti in totale autonomia da un consiglio comunale eletto ogni tre anni. I servizi pubblici comprendono una scuola frequentata da ragazzi dai 4 ai 16 anni, il già citato ospedale e una caserma dei pompieri. C’è anche una stazione di polizia in cui presta servizio un agente, ma sull’isola la gente lascia veramente aperta la porta di casa quando esce, e gli interventi più delicati dell’annoiato poliziotto consistono nel portare a casa qualcuno che ha alzato troppo il gomito nell’unico pub e fare da paciere in qualche litigio famigliare o tra vicini di casa.

Una delle serie di francobolli commemorativi di Tristan da Cunha. Questa è dedicata ai fondatori della colonia e alle navi ai quali erano associati. In alto a destra è raffigurato il brigantino Italia, che portò sull'isola i due italiani Lavarello e Repetto. Fonte: www.indianstampghar.com 

La comunità vive di agricoltura, allevamento di bovini e pesca, ed è quasi totalmente autosufficiente dal punto di vista alimentare. Ma tutti gli altri beni, come i pezzi di ricambio per i veicoli e la macchine agricole, la benzina e gli oggetti di uso quotidiano, devono essere importati dalla terraferma. Il denaro per l’acquisto di questi rifornimenti e il funzionamento dei servizi pubblici è garantito dalle uniche due esportazioni dell’economia isolana, le aragoste e i francobolli, questi ultimi stampati in edizione limitata e destinati al mercato dei collezionisti. Per decenni gli unici collegamenti dei tristaniani con il mondo esterno avvenivano tramite posta, portata dalle rare navi che attraccavano sull’isola, e mediante la stazione radio installata nel municipio, da usare però solo in caso di emergenza. Oggi l’isola ha un impianto satellitare per le comunicazioni telefoniche e l’accesso a internet, e c’è addirittura un internet cafè, aperto nel 2006. Una vera rivoluzione per gli isolani è stata l’arrivo della televisione nel 1984, che però trasmetteva soltanto programmi registrati tre sere la settimana. Solo nel 2001 è stato possibile ricevere trasmissioni in diretta.

Nonostante i crescenti contatti commerciali e culturali con il mondo esterno, la popolazione mantiene l’organizzazione sociale ed economica assai peculiare adottata dai primi coloni circa due secoli fa, una sorta di comunismo primitivo concepito per enfatizzare il ruolo della comunità, ridurre al minimo la competizione tra i coloni e preservare le scarse risorse naturali disponibili. Tutti i residenti sono in qualche misura pescatori e agricoltori, ma la terra è di proprietà dell’intera collettività, e tutti i prodotti dell’agricoltura, della pesca e dell’allevamento sono ridistribuiti tra le famiglie a seconda delle necessità. La proprietà collettiva implica anche che nessun esterno può comprare terreni e immobili sull’isola: in teoria tutta l’isola dovrebbe essere venduta, previo consenso unanime della popolazione. Tra i tristaniani non ci sono quasi mai scambi di denaro: tutte le prestazioni fornite da un cittadino all’altro (l’aiuto nei campi in particolari occasioni, la ristrutturazione di una casa ecc.) sono considerati semplici favori, per i quali ringraziare con un invito a cena, e da ricambiare alla prima occasione. Il denaro serve solo per l’acquisto di beni dall’esterno e per garantire il funzionamento dei servizi pubblici.

Una delle poche concessioni all'industria turistica. I locali comunque arrotondano facendo da guida ai visitatori, che giungono da soli dopo avventurosi viaggi o a bordo delle poche navi da crociera che intraprendono le rotte dell'Atlantico meridionale. Fonte: www.mw2.google.com

A dispetto del profondo isolamento e delle periodiche difficoltà economiche, gli abitanti di Tristan da Cunha formano una comunità molto salda, e sono pochissimi coloro che lasciano l’arcipelago in cerca di fortuna. Nel 1961 l’eruzione del Queen Mary's Peak, il vulcano alto oltre 2000 metri che domina l’isola principale, costrinse tutti gli abitanti a lasciare l’isola. L’evacuazione fu organizzata dal governo britannico, che provvedette a trasferire l’intera popolazione in Gran Bretagna. A ciascun abitante fu offerta una casa e un lavoro nel caso in cui avessero voluto rimanere nella madrepatria, ma nel 1963, dopo che una spedizione scientifica stabilì che il pericolo era passato, tutta la popolazione volle tornare sull’isola, e si mise subito all’opera per riparare i danni e riprendere la propria vita di sempre. La straordinaria determinazione degli abitanti di Tristan da Cunha nel rimanere uniti alla propria terra e tra loro dimostra forse che la solidità dei legami sociali è inversamente proporzionale alla dimensione della comunità in cui si vive e alla cerchia delle nostre conoscenze, una tendenza innata della mente umana che deriva probabilmente, come hanno ipotizzato alcuni antropologi, dalla primitiva organizzazione sociale dell’uomo in clan o tribù, costituite al massimo da poche decine di membri.

La conclusione a cui siamo giunti in questo nostro breve viaggio contraddice forse la premessa da cui siamo partiti: non si deve lasciare la frenetica società contemporanea, fuggendo in una remota località “fuori dal mondo”, per recidere ogni legame sociale e rimanere soli con noi stessi. La si deve lasciare, se veramente si vuole farlo, per entrare in una nuova comunità più a misura d’uomo, dove le poche relazioni sociali che si hanno sono quelle che contano davvero, e sono basate su una forma di fiducia dettata dalla consapevolezza che un suo eventuale tradimento potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte. Lo dimostrano gli abitanti di Tristan da Cunha, questa comunità di 270 persone che vivono a migliaia di chilometri di distanza dagli altri esseri umani più vicini. Un numero equivalente a quello degli inquilini di un palazzo di medie dimensioni in una delle grandi metropoli globalizzate del mondo. Eppure i due gruppi non potrebbero essere più diversi.