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Un ponte sulla Manica per rimediare alla Brexit

Il ministro degli esteri britannico ha rilanciato l’idea di un ponte che colleghi Francia e Regno Unito. Ma per i critici il megaprogetto è irrealizzabile.

Qualche tempo fa abbiamo parlato della serie televisiva thriller Bron, una coproduzione scandinava tra Danimarca e Svezia. Bron significa semplicemente “ponte” in svedese, nome che rimanda alla principale location della serie, il ponte lungo quasi 8 km che collega la Danimarca alla Svezia meridionale attraverso lo stretto dell’Øresund. Il telefilm gioca sul tema dei confini, tanto quelli naturali quanto quelli disegnati dall’uomo, e delle strutture realizzate per annullarli, o perlomeno ridurli, come il ponte del titolo. Come abbiamo visto nell’articolo precedente, la serie ha avuto talmente tanto successo da ispirare ben due remake internazionali, ciascuno ambientato in una differente area di confine. Nella serie statunitense The Bridge, il ponte è quello che varca il fiume Rio Grande, collegando la città texana di El Paso a quella messicana di Ciudad Juarez, mentre la seconda serie, intitolata The Tunnel, è ambientata al confine tra Francia e Regno Unito. Poiché tuttavia non esiste (o almeno non ancora) un ponte che collega questi due Paesi, l’azione in questo caso si sposta sottoterra, e sott’acqua, nell’Eurotunnel, la colossale galleria ferroviaria che corre sotto la Manica per ben 34 km, e che dà il titolo al telefilm.

Uno dei tanti fotomontaggi satirici con cui i media britannici hanno preso in giro l’annuncio di Boris Johnson sul ponte attraverso la Manica. Fonte: www.dailymirror.co.uk

I produttori di The Tunnel dovrebbero però cominciare a pensare a una nuova serie del telefilm, che potrà essere più fedele all’originale scandinavo, vale a dire ambientata su un ponte che, almeno nelle intenzioni dei sostenitori del progetto, dovrebbe finalmente porre fine al millenario isolamento della Gran Bretagna e collegarla al resto del continente europeo, attraversando la Manica. Quella di un ponte attraverso la Manica è un’idea tutt’altro che nuova, che viene periodicamente alla ribalta almeno dal XIX secolo. Ma il progetto non è mai andato oltre alla fase di proposta, per tutta una serie di cause, dalle guerre alle semplici, enormi difficoltà ingegneristiche che un’opera del genere comporterebbe. Questa volta a rilanciare l’idea è stato il ministro degli esteri britannico ed ex sindaco di Londra Boris Johnson, che ha parlato del progetto durante gli incontri bilaterali tra Regno Unito e Francia, che si sono tenuti la scorsa settimana all’accademia militare di Sandhurst, nel Berkshire. Johnson ha dichiarato che il progetto del ponte potrebbe dare una grande spinta all’economia del Regno Unito, le cui prospettive appaiono incerte in vista dell’uscita del Paese dall’Unione Europea, la famigerata Brexit, prevista per il 2019. E la realizzazione del ponte, ha continuato Johnson, avrebbe anche una forte valenza simbolica in questo senso, dimostrando che con esso il Regno Unito sarà come mai prima di allora unito al resto dell’Europa, pure fisicamente, anche dopo la sua tanto criticata uscita dall’UE. L’ex sindaco di Londra ha infine sostenuto che anche il presidente francese Macron, presente al vertice, si è mostrato favorevole all’idea, ed è pronto ad aprire un tavolo progettuale tra i due Paesi.

Un tratto del Danyang-Kunshan Grand Bridge in Cina, il ponte più lungo del mondo. Fonte: www.wikipedia.org

L’uscita di Johnson ha provocato una ridda di reazioni sui media britannici. I più smaliziati sanno che, quando si ha a che fare con annunci relativi a tali megaprogetti ingegneristici, tra il dire il fare c’è di mezzo, in questo caso anche letteralmente, il mare. E lo sappiamo bene anche in Italia, dove un progetto analogo, il ponte sullo stretto di Messina che dovrebbe collegare la Sicilia alla Penisola, è ormai divenuto una telenovela infinita, protagonista fissa di campagne elettorali e scandali italiani. Alcune testate si sono dimostrate possibiliste e anche cautamente favorevoli al piano di Johnson, ma la maggioranza ha reagito in modo assai più freddo. Le critiche sono state soprattutto di due tipi. Alcuni hanno bocciato senza mezzi termini la proposta, bollandola come l’ennesima “sparata” politica del ministro degli esteri, che starebbe cercando di distrarre l’attenzione dal crollo di popolarità del governo presieduto dalla prima ministra Theresa May, anche alla luce delle difficoltà e dei costi esorbitanti che si preannunciano in vista della Brexit. Altri articoli si sono concentrati su critiche più specifiche, come gli enormi costi di realizzazione di un simile progetto, in un periodo in cui l’economia britannica è in crisi e mancano i fondi anche solo per la manutenzione delle infrastrutture già esistenti, o le difficoltà tecniche che gli ingegneri dovrebbero affrontare per realizzare una simile megastruttura. Non si tratta di una questione di semplice lunghezza: se fosse realizzato nel punto di minore distanza tra le coste francesi e quelle britanniche, il nuovo ponte sarebbe lungo circa 22 miglia, pari a 35 km. Una dimensione che non gli consentirebbe nemmeno lontanamente di battere il record di ponte più lungo del mondo, che rimarrebbe saldamente nelle mani del Danyang-Kunshan Grand Bridge, il ponte che collega le omonime città cinesi, lungo la linea ferrovia ad alta velocità Pechino-Shanghai, per una lunghezza totale di ben 165 km. Il ponte cinese, come analoghi megaponti costruiti in Cina e nel resto del mondo, corre però lungo tratti costieri dove la profondità è scarsa. La Manica invece è mediamente più profonda, ma è anche uno dei bracci di mare più trafficati del mondo, con centinaia di navi che vi transitano ogni giorno. Il ponte dovrebbe essere quindi non solo abbastanza alto per consentire anche alle navi più grandi di passarvi sotto, ma dovrebbe anche resistere a eventuali disastrose collisioni e incidenti, da tenere sempre in conto considerate le forti tempeste che infuriano periodicamente nelle acque della Manica.

Un’immagine ipotetica del Thames Hub Airport, che sorgerebbe su una gigantesca piattaforma artificiale alla foce del Tamigi. Fonte: www.dailymail.co.uk

Insomma, per molti critici la proposta di Johnson è solo una trovata politica impossibile da realizzare. E per giunta il ponte sulla Manica non è il primo colossale e improbabile progetto che il ministro degli esteri ha caldeggiato nel corso degli anni. Nel 2013, per esempio, fece il giro del mondo l’appello di Johnson in favore della costruzione di un nuovo gigantesco aeroporto nella capitale britannica, Londra. Gli aeroporti londinesi sono in effetti inadeguati a servire la metropoli britannica e la vasta area urbana che la circonda, soprattutto alla luce del grande aumento del traffico aereo previsto per il prossimo futuro. Nello specifico, gli scali attualmente esistenti sono troppo vicini alla città, e la loro posizione nei pressi di aree altamente urbanizzate impedisce ogni prospettiva di un loro significativo ampliamento. La vicinanza ai centri urbani comporta inoltre che moltissimi voli in fase di decollo e atterraggio oggi passano sopra aree densamente abitate, con problemi legati al rumore e rischi per la sicurezza. L’unica area vicina a Londra relativamente priva di costruzioni è occupata dall’acqua: si tratta dell’estuario del fiume Tamigi, ed è proprio quest’area che Johnson voleva sfruttare per costruire il nuovo aeroporto. Il Thames Hub Airport, questo il nome del progetto, sorgerebbe su una grande grande isola artificiale, prontamente ribattezzata Boris Island dai critici, appositamente costruita alla foce del Tamigi, un’area relativamente lontana dai centri abitati. Sebbene altre megastrutture poste su isole artificiali siano in costruzione in diverse parti del mondo, come abbiamo visto in diversi articoli passati, il progetto del Thames Hub Airport è stato però stroncato da molti esperti, sia per i costi faraonici che un’opera del genere comporterebbe, sia per ragioni più squisitamente tecniche. Tra queste c’è il fatto non trascurabile che l’intero estuario del Tamigi è una delle aree di passaggio e sosta preferite dagli uccelli migratori, oltre 300.000 l’anno, la cui presenza costituirebbe un pericolo gravissimo per la sicurezza dei voli.