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Un tesoro di gas in Egitto

La scoperta di un immenso giacimento di gas naturale in Egitto promette nuove ricchezze, ma rischia di complicare ulteriormente la difficile situazione politica in Nordafrica.

Solo un paio di settimane fa abbiamo parlato dell’inaugurazione in Egitto del nuovo Canale di Suez, il collegamento artificiale tra Mediterraneo e Mar Rosso. Ora, dopo i lavori di allargamento completati nel tempo record di meno di un anno, il Canale allargato permette il passaggio delle navi contemporaneamente in entrambe le direzioni, riducendo notevolmente i tempi di percorrenza e di attesa e promettendo di raddoppiare il numero delle navi in transito nel canale. Si tratta di un’opera fondamentale per il Paese delle piramidi, tanto per la sua importanza economica, i pedaggi costituiscono una delle principale entrate dello Stato, quanto dal punto di vista strategico e politico. Il Canale è infatti uno degli snodi fondamentali dei commerci mondiali, e garantire il suo regolare funzionamento e la sua sicurezza, in un momento di forte instabilità politica della regione nordafricana e mediorientale, è un punto cruciale su cui il governo egiziano, presieduto dal generale Abd al-Fattah al-Sisi, si gioca la propria credibilità in campo internazionale.

Il presidente egiziano al-Sisi in un momento dell’inaugurazione del nuovo Canale di Suez, celebrata lo scorso 6 agosto. Fonte: www.alarabiya.net

È invece di alcuni giorni fa un annuncio che ha messo ancora una volta l’Egitto al centro dell’attenzione mondiale. I tecnici di Eni, l’azienda petrolifera italiana, hanno scoperto al largo delle coste egiziane, sotto le acque del Mediterraneo, un enorme giacimento di gas naturale, che si estende per oltre 100 chilometri quadrati e che conterrebbe, secondo le stime, circa 850 miliardi di metri cubi di gas. Battezzato Zohr, sarebbe il più grande giacimento di questo tipo mai trovato nel Mediterraneo, che rivaleggerebbe per dimensioni con quelli attualmente sfruttati nel Mare del Nord. Abbiamo già avuto modo di vedere quanto sfruttamento le risorse energetiche, petrolio e gas naturale, e il loro sfruttamento influenzi gli scenari geopolitici mondiali. Per il controllo dei grandi giacimenti di petrolio e gas del Caucaso si disputando da anni una accesa partita geopolitica e diplomatica, un grande gioco, tra Europa, Russia e Cina. E le risorse energetiche influenzano anche eventi e campi apparentemente assai lontani, come l’assegnazione dei Mondiali di calcio al Qatar nel 2022 o le tensioni politiche tra Russia e Ucraina.

Una carta che mostra l’ubicazione del giacimento Zohr scoperto da Eni, a nord della città di Porto Said. Fonte: www.soldionline.it

Il giacimento appena scoperto è a poche decine di chilometri a nord di Porto Said, la città in corrispondenza della quale si trova l’imbocco mediterraneo del Canale di Suez. Zohr potrebbe rivelarsi cruciale per l’Egitto tanto quanto lo stesso Canale recentemente rinnovato. Non solo il gas estratto dal giacimento, che potrebbe entrare a regime già nel giro di pochi anni a detta di quanto dichiarato dall’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, garantirebbe l’autosufficienza energetica all’Egitto e farebbe risparmiare al Paese miliardi di dollari in importazioni di petrolio e gas, ma il gas potrebbe venire esportato tramite rigassificatori e gasdotti fino all’Italia e agli altri Paesi dell’Europa meridionale, ridisegnando di conseguenza tutti gli scenari energetici della regione. Per questi Paesi potrebbe ben presto rivelarsi meno importante del previsto la direttrice energetica del Caucaso di cui abbiamo già parlato, complicata com’è dalla rivalità tra Europa, Russia e Cina per il controllo delle risorse dell’Asia Centrale. A sostituirla potrebbe essere quella mediterranea, più comoda per questioni di distanza e più sicura per quei Paesi europei che fin dall’epoca coloniale hanno visto il Mediterraneo e il Nordafrica come il loro cortile di casa.

Un fotogramma del video che mostra l’attacco contro una nave militare egiziana da parte di miliziani dell’ISIS al largo della penisola del Sinai. www.foxnews.com

Ma a complicare questo scenario altrimenti roseo ci sono alcune delle preoccupazioni internazionali già sorte nel caso del Canale di Suez, in primis la sicurezza della regione e l’instabilità politica e sociale dell’Egitto. Canale e giacimento Zohr si trovano entrambi a poca distanza dalla penisola del Sinai, dove da anni si combatte una guerra a colpi di attentati dinamitardi e imboscate tra l’esercito governativo e le milizie islamiste. Queste ultime hanno recentemente giurato fedeltà all’ISIS e hanno innalzato l’intensità e il livello dei loro attacchi, assaltando basi militari ben difese e arrivando anche, lo scorso 16 luglio, a lanciare un missile contro una nave della marina militare egiziana, danneggiandola gravemente. Il video dell’attacco girato dagli stessi miliziani è stato poi messo su Internet e usato per scopi di propaganda. C’è poi la situazione nella vicina Libia, sconvolta da una guerra civile che vede protagoniste decine di milizie rivali, e spaccata tra due governi che rivendicano entrambi di essere l’espressione legittima del popolo libico. Proprio in Libia, il 20 luglio, sono stati rapiti quattro tecnici italiani incaricati della manutenzione di un impianto per la compressione del gas, nei pressi della città di Mellitah, che fa parte delle strutture del gasdotto Greenstream, gestito da Eni. È chiaro che le grandi multinazionali e gli Stati partner economici dell’Egitto esiteranno a stipulare accordi economici nella regione, e a investire il loro denaro, fino a quando non saranno sentiti sufficientemente rassicurati che il governo egiziano ha il pieno controllo della situazione. Per questo il governo del presidente al-Sisi ha mobilitato l’esercito e dichiarato una guerra senza quartiere contro le infiltrazioni eversive e islamiste sul territorio egiziano, arrivando anche a lanciare raid aerei nella vicina Libia contro le postazioni dei miliziani affiliati all’ISIS, che negli ultimi mesi hanno conquistato le città di Derna e Sirte.

L’ex presidente egiziano Mohamed Morsi dietro le sbarre in un momento del processo per tradimento celebrato contro di lui al Cairo. Fonte: www.ansa.it

Paradossalmente, la minaccia islamista contro l’Egitto ha aiutato il governo di al-Sisi a ottenere la credibilità e fiducia internazionale che cercava e che in altre circostanze sarebbe stata più difficile da conquistare. Gli Stati Uniti e l’Europa avevano inizialmente accolto con prudenza al-Sisi, salito al potere nel 2013 con colpo di stato che aveva rovesciato il governo del presidente democraticamente eletto Mohamed Morsi. Il nuovo governo si è subito distinto per il suo taglio militaristico e per il pugno di ferro con cui ha trattato gli oppositori politici, mettendo fuori legge il Movimento dei Fratelli Musulmani, del quale Morsi era un esponente di spicco, e incarcerandone con l’accusa di sedizione numerosi membri, compreso lo stesso Morsi. Ci sono poi le accuse di violazioni dei diritti umani, con decine di condanne a morte spiccate in Egitto negli ultimi due anni, e quelle di repressione della libertà di stampa. È solo della settimana scorsa la notizia della condanna al carcere di tre giornalisti della televisione panaraba al-Jazeera, accusati di aver diffuso “notizie false” tese a favorire i Fratelli Musulmani. Con un curriculum del genere il governo di Al-Sisi si attirerebbe idealmente la condanna unanime dei Paesi democratici, che potrebbero fare pressioni politiche ed economiche per attenuare gli aspetti più illiberali del regime o addirittura favorire la transizione verso un governo più democratico. Ma in questo periodo di grande instabilità per l’Egitto e per il Nordafrica, il pugno di ferro di al-Sisi è considerato da molti l’unico modo per mantenere l’ordine in Egitto e proteggere così gli ingenti interessi economici stranieri nel Paese. Al-Sisi ha poi avuto gioco facile nell’accreditare il suo governo, di ispirazione laica, come l’unico baluardo contro l’estremismo islamico nella regione. Il risultato è che i Paesi occidentali stanno sorvolando sui peccati di al-Sisi e lo sostengono, riprendendo gli aiuti militari, come hanno fatto gli Stati Unici, o stipulando lucrosi contratti commerciali e per lo sfruttamento delle risorse naturali, come accaduto per Francia e Italia.