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Una mappa per trovare Bigfoot

Un ricercatore ha elaborato una mappa che mostra tutti gli avvistamenti del leggendario scimmione che si nasconderebbe nelle foreste del Nordamerica. E che ci dice molto, piuttosto che sulla creatura stessa, su coloro che credono nella sua esistenza.

Un paio di settimane fa, parlando della mappa interattiva creata da Amnesty International per la sua campagna contro la pena di morte, abbiamo visto quanto le carte geografiche, soprattutto quelle tematiche, siano utili per rappresentare efficacemente un fenomeno politico e sociale, oltre che per sensibilizzare l’opinione pubblica su certi temi civili come quello dei diritti umani. Ma le mappe sono di estrema utilità anche per la scienza, che non le usa solo per mostrare in maniera efficace e immediata i risultati delle proprie indagini, spesso infarcite di dati tecnici, al grande pubblico non specialista. Oltre a quest’uso, che rientra nell’ambito della divulgazione scientifica, le mappe sono infatti utilizzate come vero e proprio strumento di ricerca dagli scienziati, perché permettono di accostare diverse serie di dati e statistiche, le quali, ordinate secondo il criterio della localizzazione geografica dei fenomeni che rappresentano, possono far emergere collegamenti, rapporti e correlazioni spesso inaspettati.

Una raffigurazione alquanto fantasiosa dello Yeti, o abominevole uomo delle nevi, il parente asiatico del Bigfoot. Fonte: www.geek.com

Che le mappe possano essere utilizzate per rappresentare qualsiasi genere di fenomeno, anche il più bizzarro e inusuale, lo dimostra il lavoro dell’americano Josh Stevens, esperto di cartografia digitale e collaboratore della NASA. Questi, più per esperimento e provocazione che per reale aspettativa di fare scoperte significative, ha applicato le proprie conoscenze statistiche e cartografiche alla controversa disciplina della criptozoologia. Come suggerisce il nome, si tratta del campo di studi che si occupa degli “animali nascosti”, cioè quelli non ancora “scoperti” e ufficialmente catalogati dagli scienziati, oppure quelli che, benché dichiarati estinti in un passato remoto o recente, si ipotizza sopravvivano ancora in qualche sperduta regione del pianeta. Si tratterebbe di una disciplina del tutto legittima nell’ambito delle scienze naturali, se non fosse dominata dalle ricerche e discussioni su animali e creature piuttosto improbabili dal punto di vista naturalistico e ritenute leggende popolari dagli studiosi “seri”, i quali bollano la criptozoologia come una pseudoscienza non degna di considerazione da parte del mondo accademico. Alcune di queste creature, come il mostro di Loch Ness e lo Yeti, il mitico uomo-scimmia dell’Himalaya, sono talmente famose da essere diventate vere e proprie icone dell’immaginario collettivo, nonché protagonisti di innumerevoli libri, film, fumetti e videogiochi.

Una statua di Bigfoot a Kid Valley, nello stato di Washington. Il misterioso animale è da anni il testimonial turistico di molte località statunitensi e canadesi. Fonte: www.pinterest.com

La “creatura impossibile” a cui Stevens ha dedicato la propria ricerca cartografica è il cugino nordamericano dello Yeti, il Bigfoot o “piedone”, così soprannominato dai boscaioli degli stati del Nordovest americano per le grandi orme che lascerebbe nel sottobosco delle foreste. Già protagonista di alcune leggende dei nativi americani degli Stati Uniti e del Canada (dove è meglio conosciuto come Sasquatch), il Bigfoot è stato avvistato per la prima volta nei primi decenni del Novecento, e da allora intere regioni del Nordamerica vengono investite periodicamente da episodi di “Bigfootmania”, con picchi di avvistamenti e articoli sui giornali locali e nazionali, i quali attirano nelle zone interessate frotte di aspiranti cacciatori di Bigfoot, che a loro volta riportano ulteriori avvistamenti… e così via. Gli esperti del Bigfoot, se così si possono chiamare coloro che si dedicano allo studio di una creatura la cui esistenza è ancora ben lungi dall’essere provata, non sono nemmeno d’accordo su cosa sia effettivamente l’oggetto delle loro ricerche. Per alcuni si tratterebbe di una specie di ominidi primitivi sopravvissuti dai tempi preistorici, dotati di un’organizzazione sociale e di un’intelligenza paragonabile a quella dell’uomo contemporaneo. Per altri sarebbe invece soltanto una grossa scimmia antropomorfa, forse uno degli ultimi esemplari di gigantopiteco, un grande primate preistorico di cui sono stati trovati frammentari resti fossili e che si pensa raggiungesse i 3 metri di altezza e i 500 chili di peso, e che molto probabilmente si è estinto oltre 300.000 anni fa. Il problema è che le presunte “prove” dell’esistenza della creatura sono state sempre indirette e alquanto dubbie: testimonianze di avvistamenti, orme lasciate nel terreno, presunti ciuffi di peli e qualche rara fotografia o filmato, tutti giudicati falsi dalla maggior parte degli studiosi che li hanno esaminati. In tutti questi decenni, non è mai stato catturato un esemplare vivo, né è mai stata trovata una carcassa. Con l’esplosione delle popolarità del Bigfoot e il suo ingresso nel mondo della cultura popolare, il grosso scimmione ha cominciato ad attirare l’attenzione, oltre che dei maniaci delle “scienze alternative”, degli studiosi seri, i quali però lo trattano alla stregua di una leggenda moderna, un mito da indagare con gli strumenti della psicologia, della sociologia e dell’antropologia culturale, un po’ come è accaduto con il fenomeno degli UFO e dei presunti contatti con gli extraterrestri. Per la stragrande maggioranza degli scienziati, il Bigfoot esiste più nelle menti di chi crede a esso che nelle foreste del Nordamerica.

La mappa elaborata da Josh Stevens. Ogni punto è un presunto avvistamento del Bigfoot verificatosi negli ultimi 100 anni. Per una versione più grande clicca qui. Fonte: www.joshuastevens.net

Ma torniamo al lavoro di Josh Stevens: questi ha preso in considerazione 3313 avvistamenti di Bigfoot avvenuti negli Stati Uniti e in Canada tra il 1921 e il 2013, tutti catalogati dalla Bigfoot Field Researchers Organization. Utilizzando poi un GIS (Geographic information system), software usato per il trattamento di ogni tipologia di dato geolocalizzato e per la produzione di carte tematiche, ha riportato le coordinate di ciascun avvistamento sulla mappa. Si tratta in sostanza di quella che zoologi e naturalisti definiscono una carta di distribuzione della popolazione, del tipo comunemente impiegato dagli studiosi per tenere traccia del numero di esemplari di una certa specie animale in un dato territorio. Usarla per evidenziare gli avvistamenti di una specie come Bigfoot, la cui stessa esistenza è dubbia, fa però assumere alla mappa altri significati. A prima vista sembra infatti che la mappa di Steven sia sì una carta di distribuzione della popolazione, ma di una specie diversa dal Bigfoot. Un animale anch’esso appartenente al genere dei Primati, ma molto più diffuso del leggendario scimmione: l’uomo. Se confrontiamo la mappa degli avvistamenti del Bigfoot con una semplice carta della densità della popolazione in Nordamerica, ci sono infatti notevoli punti in comune: la maggiore densità di avvistamenti si riscontra nella metà orientale della massa continentale americana, oltre che su entrambe le coste, atlantica e pacifica, proprio negli Stati americani più densamente popolati. Per coloro che ritengono il Bigfoot un’invenzione, non è una sorpresa: se si tratta di una specie leggendaria, che quindi non possiede una reale distribuzione della popolazione, una maggiore quantità di potenziali osservatori in una certa area si traduce per forza, statisticamente, in una maggiore probabilità che qualcuno possa aver creduto in buona fede di aver visto qualcosa di simile al Bigfoot, o si sia inventato l’avvistamento per una varietà di ragioni, dalla semplice mitomania all’interesse economico. D’altra parte, i sostenitori dell’esistenza di Bigfoot potrebbero ribattere che una maggiore popolazione umana si traduce semplicemente in una quantità maggiore di occhi che osservano una certa area, e quindi in una maggiore probabilità di avvistamento di una creatura reale. Questa obiezione si scontra con la scarsa probabilità che un animale così elusivo come Bigfoot, del quale non si è mai catturato un esemplare, conviva fianco a fianco con l’uomo a tal punto da avere la medesima distribuzione della popolazione.

La mappa aggiuntiva che confronta la densità degli avvistamenti del Bigfoot con la densità della popolazione umana nella stessa area. Fonte: www.joshuastevens.net

Un professionista della raccolta di dati geografici come Stevens è ben consapevole di questa ambiguità di interpretazione, e ha preparato una carta di accompagnamento che evidenzia in dettaglio tutte le aree in cui il dato di densità degli avvistamenti e quello di densità della popolazione umana si discostano tra loro, da una parte o dall’altra. Emerge quindi che le due serie di dati non si sovrappongono perfettamente, ma che ci sono aree in cui gli avvistamenti di Bigfoot sono in proporzione maggiore rispetto alla popolazione residente. Colorate in rosa nella mappa, si concentrano nel Nordovest degli Stati Uniti e nell’area sparsamente popolata delle montagne del Nevada, nel Sudovest. Se Bigfoot esiste veramente, queste sarebbero dunque le aree dove è più probabile che viva. Ma è questa l’unica spiegazione possibile di tale discrepanza nelle due serie di dati? No, ci sono almeno due altri fattori che potrebbero giustificarla. Il primo è che molte delle aree a maggior densità di avvistamenti sono quelle divenute celebri come luogo di nascita della leggenda di Bigfoot, quelle dove si sono verificati i primi o più famosi avvistamenti, e dove Bigfoot è una celebrità locale sfruttata dall’industria del turismo, con tanto di fast food che offrono “Bigfoot burger” (al link a fianco un’interpretazione italiana della ricetta...) e “tour di avvistamento” organizzati dalle guide locali. Località famose per il turismo di Bigfoot sono, tra le tante, la contea di Skamania nello stato di Washington, dove un’ordinanza vieta ufficialmente la caccia all’amato scimmione, e il paesino di Willow Creek nel nord della California, che si proclama “Bigfoot capital of the world”. È chiaro che, se qualcuno vuole convincere se stesso o gli altri di aver visto Bigfoot, questi sono i luoghi ideali dove dichiararlo, e dove è più probabile che un racconto del genere venga creduto. Senza contare che gli scettici attribuiscono proprio a questa volontà di promozione del territorio la maggior parte degli avvistamenti. Il secondo fattore è che la mappa della densità della popolazione americana usata per il confronto si basa sui dati di residenza dei cittadini, e non tiene quindi conto degli spostamenti delle persone nel corso dell’anno, per esempio per lavoro o vacanza. Le aree del Sudovest e Sudest a più alta densità relativa di avvistamenti di Bigfoot sono sparsamente popolate secondo tale mappa, ma sono in realtà località turistiche molto frequentate che, in certi periodi dell’anno, vedono raddoppiare o triplicare la popolazione con l’arrivo di turisti e villeggianti. Anche qui entrano in gioco fattori psicologici: se qualcuno vuole convincere se stesso o qualcun altro di aver visto Bigfoot, è più credibile e soddisfacente dal punto di vista psicologico che l’avvistamento avvenga nel corso di un’escursione in una zona selvaggia intrapresa durante una vacanza avventurosa, piuttosto che nel tragitto quotidiano per andare al lavoro o a far la spesa al supermercato! La mappa elaborata da Stevens non fornisce quindi la prova definitiva che Bigfoot è un’invenzione, e certamente non ne conferma nemmeno la reale esistenza, ma ci dice molto su come le persone pensano e si comportano di fronte a fenomeni sociali complessi come una leggenda moderna.