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"È solo la fine del mondo" di Xavier Dolan: una dichiarazione fuori dal tempo

Davide Rubino ha visto per noi "È solo la fine del mondo", l'ultimo acclamatissimo film di Xavier Dolan.
Ecco la sua recensione.

Vincitore del Grand Prix alla 69° edizione del Festival di Cannes nel 2016, È solo la fine del mondo è il sesto film dell’enfant prodige canadese Xavier Dolan, che si aggiudica per lo stesso anche due premi César per la miglior regia e il miglior montaggio. Si tratta dell’opera più matura del regista, merito soprattutto di una sceneggiatura tratta dall’omonima pièce teatrale di Jean-Luc Lagarce (grandissimo autore teatrale francese, morto trentottenne di AIDS), nonché di un cast impeccabile, dove figurano nomi del calibro di Gaspard Ulliel (che aveva già dato prova di grande talento in Anime erranti di André Téchiné e nel biopic Saint Laurent di Bertrard Bonello), Vincent Cassel, Marion Cotillard, Nathalie Baye e Léa Seydoux.

Un equilibrio tra le parti

Un cast di tale livello presuppone un sostanziale equilibrio tra le parti: quello che dovrebbe essere un dramma intimo, con Louis (Gaspard Ulliel), affermato scrittore teatrale, che dopo dodici anni torna al nido familiare per annunciare la sua imminente morte, si trasforma così in dramma corale, dove nostalgia, rancori e amore filiale e fraterno si amalgamano armonicamente. Louis e la sua bruciante verità devono cedere il posto alle confuse chiacchiere della sconosciuta cognata Catherine (Marion Cotillard), agli aneddoti d’infanzia dell’emozionata madre Martine (Nathalie Baye), ai piccoli resoconti della sorella minore Suzanne (Léa Seydoux), ma soprattutto alla rabbia incontenibile del fratello maggiore Antoine (Vincent Cassel), nonché ai ricordi d’infanzia che tutto in quella casa richiama alla mente. Dolan gioca magistralmente coi flashback, unica via d’uscita dall’opprimente situazione attuale; qui si concede qualche lusso estetico (molto limitato rispetto ai suoi precedenti lavori, dove l’estetica era vero e proprio punto focale, come in Les Amours imaginaires, o divertissement subalterno, come in Laurence anyways e Tom à la ferme) prima di ritornare alla silenziosa realtà con uno stacco violento, al quale contribuisce una colonna sonora sempre impeccabile che affida ai flashback accompagnamenti musicali di colpo interrotti.

L'horror patris e il muro invisibile 

Non mancano peraltro tratti tipici della filmografia del regista: primo fra tutti, una sorta di horror patris che, eludendo tale figura, permette di articolare minuziosamente un tema a lui tanto caro, il tormentato rapporto madre-figlio già raccontato in J’ai tué ma mère, film d’esordio di un ragazzo che all’epoca della stesura della sceneggiatura aveva soltanto sedici anni, e ripreso poi in altra forma in Mommy, che segna la sua consacrazione vincendo il Premio della Giuria al Festival di Cannes. Il rapporto tra Louis e Martine non è tormentato come poteva esserlo quello tra Steve e Diane in Mommy o, ancor di più, quello tra Hubert e Chantale in J’ai tué ma mère (‘Ho ucciso mia madre’); si vogliono bene malgrado la reciproca incomprensione: ciò che rende sofferto tale rapporto agli occhi dello spettatore è l’incomunicabilità, un muro invisibile tra Louis e gli altri le cui fondamenta Dolan pone ingegnosamente in silenzi e piccole frasi abbozzate in maniera imbarazzata. A ciò si risponde in maniera diametralmente opposta: se da una parte madre e figlia si dimostrano serene, interessate semplicemente a godersi la giornata, dall’altra Cassel ruba magnificamente la scena, dando corpo al turbinio di sentimenti che si agita nell’animo di Antoine, per nulla incline ad assecondare la finta compostezza familiare. Il film procede, costruito su flashback e piccoli dialoghi che sembrano fissarlo in una dimensione fuori dal tempo. Ma il tempo avanza, periodicamente lo annuncia l’indugiare sugli orologi, senza che nessuno (Louis in primis) riesca ad esprimersi: un muro invisibile che resterà fino alla fine.
Dolan, anche in questo film, fornisce al suo protagonista un alter-ego femminile (in questo caso Catherine), che consente un qualche legame con un mondo altrimenti alieno (e talvolta ostile, come in Laurence anyways e Tom à la ferme).
A lungo ingiustamente ignorato in Italia (Mommy è stato il primo film ad essere distribuito nelle sale cinematografiche italiane), Xavier Dolan è ormai una certezza nel mondo del cinema. Fin dai tempi di J’ai tué ma mère ha dimostrato di essere dotato di una sensibilità fuori dal comune, di cui impregna ogni sua opera. Prima che esca il suo nuovo e attesissimo film (The Death and Life of John F. Donovan) primo lungometraggio girato in lingua inglese e per il quale non è ancora stata fissata una data di uscita (si parla di una possibile presentazione alla 43° edizione del Toronto International Film Festival), consiglio quindi di recuperare i precedenti Dolan, tutti a modo loro molto interessanti. Vista la continua maturazione artistica, è molto probabile che questo enfant prodige ci regali altri capolavori.