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Ariosto, il successo e le copie pirata

Tra le numerose ricorrenze di questo 2016 non possiamo dimenticare che 500 anni ci separano dalla prima edizione del capolavoro ariostesco. Per ricordare questo anniversario, ripercorriamo le complesse vicende editoriali del poema – rievocate da Roberto Carnero e Giuseppe Iannaccone in una delle numerose rubriche “Cronache dal passato” che arricchiscono il corso Al cuore della letteratura – e invitiamo a visitare la mostra dedicata al Furioso e allestita dalla Fondazione Ferrara Arte.

Un autentico best seller

Le duemila copie della prima edizione del Furioso (1516) nell’autunno del 1520 sono già esaurite. Scrive Ariosto l’8 novembre di quell’anno: «In nessun altro luogo in Italia non so dove ne restino più da vendere». Urge al più presto una riedizione: lo scrittore sa che i volumi di una nuova tiratura troveranno subito numerosi acquirenti.

Edizioni autorizzate e non

Ariosto si decide a ristampare il poema in proprio, convinto – e non a torto – di ricavarne significativi guadagni. Affida la stampa a un tipografo ferrarese: il 13 febbraio 1521 i volumi sono pronti. La fretta impedisce al poeta di migliorare questa seconda edizione. Del resto la previsione di un rapido smercio si rivelerà esatta: nel 1524 tutte le copie risulteranno vendute.
A questo punto però sorge per Ariosto un grosso problema: esaurita la riedizione, diversi tipografi, allettati dal guadagno certo, cominciano a mettere in circolazione numerose ristampe non autorizzate. Tra il 1524 e il 1531 ne escono ben diciassette. Queste, se da un lato testimoniano la straordinaria fortuna dell’opera ariostesca, dall’altro evidenziano la scarsa tutela offerta a quei tempi agli scrittori, i quali dovevano preoccuparsi da soli di difendere i propri “diritti d’autore”.

Il successo e le invidie

Ariosto cerca di riprendere in mano la situazione quando si mette a lavorare alla terza edizione. Siamo nel 1532 e il poeta, nonostante le precarie condizioni di salute, segue il lavoro di tipografia pressoché quotidianamente, per evitare refusi e intervenire con nuove correzioni.
L’edizione, conclusa il 1° ottobre, si presenta con una veste esterna dignitosa e di discreta eleganza. A chiusura del volume, figurano, in un riquadro inserito in una xilografia, due vipere alle quali una mano armata di forbici taglia la lingua. Sotto, si legge una citazione biblica in latino: Dilexisti malitiam super benignitatem (Salmi, 51, 5). Vale a dire: “Hai preferito la malignità alla benevolenza”.
Gli studiosi hanno molto discusso sul significato della frase, ma si trattava probabilmente di un riferimento ai cortigiani malevoli e invidiosi del prodigioso successo del poema. 

Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi

Quali immagini affollavano la sua mente mentre componeva il poema che ha segnato il Rinascimento italiano? Quali opere d’arte furono le muse del suo immaginario?
Proprio per rispondere a queste domande la Fondazione Ferrara Arte ha allestito una mostra, che aprirà il 24 settembre nella suggestiva cornice di Palazzo dei Diamanti: essa si presenta non tanto come una ricostruzione documentaria, quanto come una vera e propria rassegna d’arte, uno straordinario viaggio per immagini tra «Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori, le cortesie, l'audaci imprese» cantate da Ariosto.
Per riprendere le parole dei due curatori, Guido Beltramini e Adolfo Tura, «i capolavori dei più grandi artisti del periodo – da Mantegna a Leonardo, da Raffaello a Michelangelo e Tiziano – oltre a sculture antiche e rinascimentali, incisioni, arazzi, armi, libri e manufatti di straordinaria bellezza e preziosità, faranno rivivere il fantastico mondo cavalleresco del Furioso e dei suoi paladini, offrendo al contempo un suggestivo spaccato della Ferrara in cui fu concepito il libro e raccontando sogni, desideri e fantasie di quella società delle corti italiane del Rinascimento di cui Ariosto fu cantore sensibilissimo».

Aspettando Orlando | Clip #1 from Palazzo dei Diamanti on Vimeo.