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Benvenuta ispirazione!

Che fine ha fatto, nell’indagine critico-letteraria, il concetto di “ispirazione”? Ha ancora senso, oggi, utilizzare questa categoria, un tempo comunemente usata dagli studiosi e dagli storici della letteratura? Man mano che l’indagine dei fenomeni letterari ha preteso, sempre più, di giungere a possedere una sua dose di scientificità, la vecchia, cara ispirazione è parsa ad alcuni un retaggio, un po’ misticheggiante, di quell’approccio idealistico all’opera d'arte tipico del crocianesimo.

Benedetto Croce distingueva, nella lettura delle opere, la “poesia” dalla “non-poesia” e chiamava quest’ultima “struttura”, una sorta di impalcatura arida e impoetica che tradiva, appunto, una mancanza di ispirazione. Tale metodologia finiva però con il misconoscere il valore di quelle opere in cui il pensiero, la filosofia o la teologia costituivano una base fondamentale dello stesso discorso poetico: dal Paradiso di Dante, troppo teologico, ad alcune pagine dei Promessi sposi, troppo retoriche, a certe poesie di Leopardi, troppo filosofiche. In seguito, forse per reazione a quel metodo di lettura e di valutazione dei testi letterari che oggi tacciamo di ideologismo e di soggettivismo, si è teso a far cadere l’idea di ispirazione.
Eppure essa ogni tanto torna a fare capolino. La troviamo, per esempio, ogni settimana sulle pagine del supplemento libri di un importante quotidiano, sulle quali - a corredo delle recensioni - dei volumi vengono valutate con un certo numero di quadratini (da uno a cinque) lo stile, la copertina e, appunto, l’ispirazione. Di ispirazione parlava esplicitamente il romanziere e saggista francese Maurice Blanchot (1907-2003), del quale il Saggiatore ha pubblicato una nuova edizione di uno dei suoi libri più importanti: Lo spazio letterario (traduzione di Fulvia Ardenghi, postfazione di Stefano Agosti).
Un capitolo del libro - sul quale anche in Italia, dagli anni Cinquanta del secolo scorso (la prima edizione francese dell’opera è del 1955 ed Einaudi l’ha poi tradotta nel 1967), si sono formate generazioni di critici e studiosi - è intitolato “L'ispirazione, la mancanza di ispirazione”. In esso l’autore denuncia la sfuggevolezza del concetto, vale a dire la difficoltà a definire razionalmente in che cosa consista l’ispirazione, circoscrivendone la portata: «Il salto è la forma o il movimento dell'ispirazione. Tale forma, o tale movimento, non è solo ciò che rende l'ispirazione un qualcosa che non può giustificarsi, ma fa proprio parte di uno dei suoi tratti principali, ovvero di quando l'ispirazione è al tempo stesso e allo stesso modo mancanza di ispirazione, e un intimo e confuso connubio di forza creativa e di aridità».

Allora che cosa possiamo intendere oggi con la parola “ispirazione”?

Ci sembra che essa continui a essere un requisito che l’opera d’arte debba possedere, nonostante tutto. Forse potremmo parlare, come suo sinonimo, di “necessità”. Necessità interiore, anzi intima, profondissima di scrivere, di comporre. Diversamente, le opere, i libri diventano sterili costruzioni intellettualistiche oppure colti giochi di società o ancora - come dicevano nel secondo Ottocento gli Scapigliati - mera “letteratura alimentare”, cioè testi scritti in un’ottica puramente produttiva, insomma per guadagnarsi da vivere. Che è la tentazione, ancora oggi, di tanti scrittori “di professione”, mestieranti della penna per i quali il fatto di scrivere (e pubblicare) almeno un libro all’anno è conseguenza di un'esigenza economica, molto più che di un bisogno artistico.
Ciò accade da quando l’editoria è diventata un’industria, certo; ma accadeva, seppure con altre modalità, anche all'epoca dei poeti di corte, portati a esaltare iperbolicamente le virtù dei loro protettori. Il che non ha tuttavia impedito la creazione di capolavori come l’Orlando furioso o la Gerusalemme liberata. Nei quali - dopo alcuni versi di dedica al signore di turno non scevri di piaggeria – l’ispirazione si trova, eccome. Altrimenti, cinque secoli dopo, non staremmo ancora a leggerli.
Roberto Carnero