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Bontempelli, Buzzati, Gallian e gli altri: il Novecento fantastico italiano

Chi l’ha detto che il monopolio della sensibilità magica in letteratura vada assegnato solo “alle brume del Settentrione e alle fate morgane dell’Oriente”? In Italia, lì dove pare che la scrittura sia solo l’espressione della ragione e l’esercizio del controllo o il disegno della realtà, quando meno ce l’aspettiamo, finiamo invece spesso sulle tracce dell’immaginazione e della surrealtà.

Contrariamente a quanto pretende un consolidato luogo comune, la letteratura italiana, specie quella del Novecento, presenta un panorama quanto mai ricco di sorprese e anomalie sotto il segno del fantastico. Lo sottolineò a metà del secolo Gianfranco Contini, introducendo nel 1946 un’antologia destinata ai lettori francesi e dedicata all’Italia magica, nella quale allestì un primo censimento di irregolari, visionari o surrealisti, comici e fiabeschi, “umoristi e balordi”. Con buona pace della tradizione accademica, incline a celebrare l’impegno di scrittori più rassicuranti o protetti dalla corazza dell’ideologia, esiste infatti un intero repertorio di “inafferrabili” e di “scomodi” che hanno camuffato sotto le vesti del gioco o del sogno punti di vista personali e inquieti sul mondo. E allora ecco spuntare gruppi di avanguardia o eccezioni imprevedibili, che con linguaggi sperimentali si sono addentrati in territori stravaganti e inesplorati.
Drappelli di metafisici e dadaisti, novecentisti e surreali affollano la galleria italiana del non senso o dell’irrazionale: dalle pagine di Palazzeschi e di De Chirico (Giorgio e il fratello Alberto Savinio), di Buzzati e Viani, di Landolfi e Zavattini prende corpo un corteo di personaggi senza volto, pazzi e manichini, vagabondi e idioti senza regole, mentre si inaugurano nuove estetiche, che abbandonano soggetti lirici e consolatori per farsi brutte, bizzarre, alogiche e paradossali. Accomunati dalla trasgressione e da una comune vocazione a scandagliare i meandri occulti dell’uomo contemporaneo e le zone di frontiera tra sogno e veglia, tragico e comico, immaginazione e razionalità, questi scrittori si muovono “nei dintorni del surrealismo” (così si intitola un interessante saggio sull’argomento, pubblicato nel 2006 da Silvana Cirillo), attraverso un itinerario in cui le tenebre prendono il posto del sole, lo spirito quello della materia e l’iconoclasta Dioniso scalza l’armonico Apollo.
L’oggetto della rappresentazione è “l’irruzione dell’assurdo nella realtà quotidiana”, in linea con il programma di uno scrittore relegato ora nella biblioteca dei non letti come Massimo Bontempelli, che teorizzava nel 1927 sulla sua rivista “900” la necessità di scoprire il “senso magico nella vita quotidiana degli uomini e delle cose”. Ma tensioni metafisiche si annidano anche nei racconti di Tommaso Landolfi, nei quali il carattere misterioso e polivalente del reale è espresso dallo sfondo enigmatico e ambiguo di paesaggi lunari (La pietra lunare è, appunto, il titolo del suo primo romanzo) o dal teatro onirico messo in scena da un linguaggio che si fa spesso vuoto di senso come il mondo che vorrebbe descrivere. È infatti proprio la lingua l’area in cui si muove la creatività dello scrittore fantastico italiano del Novecento: senza che si ricorra necessariamente alle suggestioni nere del romanzo gotico o a diavoli, streghe e fantasmi, lo stile diventa un’avventura spericolata per cogliere l’inconscio e rivelare umori folli e per scompigliare con immagini e forme atipiche ogni certezza definita.
L’inconscio è il mare del non dicibile, dell’espulso fuori dai confini del linguaggio, del rimosso in seguito ad antiche proibizioni; l’inconscio parla nei sogni, nel lapsus, nelle associazioni istantanee – attraverso parole prestate, simboli rubati, contrabbandi linguistici, finché la letteratura non riscatta questi territori e li annette al linguaggio della veglia”. Queste parole di Calvino segnalano le acque non vigilate solcate dai nostri eclettici turbatori dell’ordine: un Buzzati, ad esempio, sempre alla ricerca di angosciose allegorie e deserti misteriosi raccontati con un’eleganza formale algida e sinistra o un Delfini che elude ogni ragionevole norma della sintassi per dissacrare e satireggiare con inaudita e divertita violenza verbale quella tranquilla e paludata “repubblica delle lettere” che lo ha condannato alla clandestinità.
In effetti, quello dell’isolamento è un destino comune a molti di questi scrittori che hanno pagato a caro prezzo una scelta, letteraria e tematica, in controtendenza rispetto alle più impermeabili ed edificanti tessiture realistiche. Vale la pena ripensare alla straordinaria esperienza di uno scrittore come Marcello Gallian, vero autore d’avanguardia, una specie di Céline italiano, costretto all’emarginazione nel secondo dopoguerra per la sua utopistica e viscerale adesione a un fascismo, più immaginario che reale, dalle tinte sovversive e antiborghesi. Esponente di punta dell’avanguardismo romano cresciuto negli ambienti del Teatro degli indipendenti di Anton Giulio Bragaglia, Gallian è uno dei protagonisti di una stagione singolarissima a cavallo tra anni Venti e Trenta, che proponeva intorno alla rivista “L’Interplanetario” di De Libero e Demioz il fiorire di nuovi stimoli culturali, a partire dalle sperimentazioni fantastiche di Alvaro, Sinisgalli e del primo Moravia. Le opere migliori di Gallian, grafomane fino al disordine e allo sperpero, ne fanno un estremistico campione dell’espressionismo, un artefice surreale di un genere grottesco vibrante e allucinato con cui partire all’attacco di quello “spirito borghese” che rischiava di inquinare il sogno, coltivato fino alla fine, di un fascismo rivoluzionario e squadrista, popolare e socialista.
La stessa trasgressività che affiora nei suoi racconti (che un’editoria attenta non dovrebbe perdere occasione di ripresentare), in cui emergono come figure centrali spostati e prostitute e come ambienti privilegiati bassifondi e periferie barocche, si esprime in un anarchismo furioso e intemperante e soprattutto nella difesa ad oltranza delle sue battaglie ideologiche a cui lo scrittore con ferma ostinazione continuò ad attribuire una paternità mussoliniana. Per questo, sebbene dal regime non avesse ottenuto che una sorda indifferenza, subì l’ostracismo del mondo culturale del dopoguerra, passato indenne attraverso il ventennio, in molti casi grazie a un più redditizio silenzio. A Gallian non rimase che l’opportunità di scrivere su qualche giornale di tanto in tanto, sotto falso nome, mentre molti lo videro girovagare dalle parti della stazione Termini come venditore di sigarette di contrabbando. Fu il triste epilogo di chi, come disse lui stesso, aveva avuto la colpa di credere con troppa buona fede nel fascismo scambiando “un cerino” per “un sintomo di vulcano”.

Giuseppe Iannaccone