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Calvino l’allibratore e i classici – Parte 2
Un contributo speciale sul valore dei classici proposto da Caterina Guagni, redattrice per Giunti T.V.P. e membro dell'associazione "Scioglilibro", per cui si occupa di promozione alla lettura in tutte le forme, per tutte le età.
 

Perché leggiamo i classici?

 
Nel 1981 Italo Calvino tentava di dare una risposta a questo dilemma in un articolo apparso su "L’Espresso" e poi inserito come saggio iniziale in una raccolta postuma nel 1991 dal titolo, appunto, Perché leggere i classici.
La soluzione per lui è già rivelata nel titolo: è sparito il punto interrogativo, lasciando spazio solo a un’affermazione.
Rileggere insieme questo testo mi pare un buon modo di prepararsi a un convegno che si propone di guardare "al cuore della letteratura".
Che cosa resta delle sue riflessioni oggi? Sono ancora valide, proprio come quelle di un “classico”?
 
Dopo una prima riflessione sulle modalità di lettura/rilettura dei classici, e sulla loro influenza nel nostro immaginario, eccovi la seconda parte: in che modo ci impadroniamo dei nostri testi preferiti, o, per meglio dire, sono loro a impadronirsi di noi?
 
 

Classici come noi

Anna Karenina è uno dei miei romanzi preferiti per un’infinità di motivi. Tra tutti, però, due sono i passi che più degli altri sono diventati parte di me.
 
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  • Uno è quello che descrive il rito del taglio del grano cui partecipa Levin assieme ai suoi contadini: l’immagine che viene tratteggiata è legata a un ricordo cui sono molto legata. Per questo motivo sono rimasta estremamente colpita notando che lo stesso punto era citato come il preferito dalla protagonista de L’eleganza del riccio di Mauriel Barbery.

  • L’altro passo è quello che vede l’eroina sul treno, mentre sta tornando a casa dal marito a San Pietroburgo, dopo essersi recata a Mosca per aiutare il fratello a salvare il suo matrimonio, in crisi a seguito di un tradimento scoperto dalla moglie; proprio durante questo soggiorno ha conosciuto un giovane ufficiale di nome Vronskij. Anna sa perfettamente di essersi innamorata, riamata, di lui, ma tenta con tutte le sue forze di sfuggire a questo sentimento (non riecheggia forse Amor ch’a nullo amato amar perdona?). Eccola quindi sulla vettura, che tenta invano di leggere un libro, ma è distratta continuamente: guarda il nevischio che batte sul finestrino, si accomoda sulla poltroncina, sistema il guanciale, guarda i passeggeri e il capotreno. Qualsiasi dettaglio le è d’appiglio per non fissare la mente sul ballo della sera precedente. Il batticuore non si ferma; così, accaldata e agitata, nonostante la bufera che imperversa, scende alla prima sosta per prendere aria e... essendo un classico sapete già cosa accade, no? Perché questo pezzo mi ha colpito tanto? Perché Tolstoj racconta (non descrive soltanto) una sensazione che ciascuno di noi ha provato numerosissime volte: il tentativo di domare un’emozione e un’eccitazione febbrile. Capita spesso per una passione amorosa, ma anche per un successo o l’immaginazione di un successo...
Che ha a che fare tutto questo con le nostre riflessioni sui classici?
 
È solo un esempio di quello che intende Calvino osservando che: 
 
“non necessariamente il classico ci insegna qualcosa che non sapevamo; alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo (o creduto di sapere) ma non sapevamo che l’aveva detto lui per primo [...]. E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta di un’origine, d’una relazione, d’una appartenenza”.
 

A ciascuno il suo

Di un classico ci si innamora, non si può forzare la mano, proprio come in una relazione. Per quanto riconosca la grandezza di Dickens, per esempio, non entrerò mai in sintonia con le pagine di Oliver Twist; ma sarei capace di rileggere dieci volte l’Orlando furioso.
 
Ci si innamora della storia, dello stile, delle singole parole. “Forse solo chi vuole s’infinita” nella Casa sul mare di Montale è stato per me come una freccia: un solo verbo che si allarga smisuratamente e porta in sé l’eco di una tradizione lunghissima, che ha le sue radici nei neologismi parasintetici danteschi.
 
 
 
 
 
 
 
Insomma, “se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Tranne che a scuola: la scuola deve farti conoscere bene o male un certo numero di classici tra i quali (o in riferimento ai quali) tu potrai in seguito riconoscere i ‘tuoi’ classici. La scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare una scelta; ma le scelte che contano sono quelle che avvengono fuori e dopo ogni scuola”.

 Calvino ha ragione: alcuni testi sono fondamentali come l’alfabeto, ci aiutano a capire, a capirci, a guardare con occhio critico ciò che ci circonda. È però importante il come si presentano. Si fanno amare se si amano, altrimenti al massimo possiamo far provare interesse (che è già qualcosa).
 
E per farli amare, bisogna averli letti e, possibilmente, riletti: e torniamo così alla definizione 1 della prima parte:
I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo...» e mai «Sto leggendo...».
 
Non valgono i riassunti e i saggi perché, come i classici si “scrollano di dosso” il “pulviscolo di discorsi critici” su di loro (definizione 8), assai di più lo faranno coloro a cui ci rivolgiamo. Non si tratta di convincere, ma di educare a guardare, perché:
 
11. Il «tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.
 
 
Quali sono allora i classici che vi definiscono?

E poi… Sono antichi o moderni? C’è una gerarchia? Lasciamoci queste riflessioni alla prossima e ultima puntata!
 
 
 
Per discutere di questi e altri temi, il 20 Novembre a Firenze si terrà "Sguardi al Cuore della Letteratura", convegno sui rapporti tra letteratura e insegnamento.