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Calvino l'allibratore e i classici - Parte 3
Un contributo speciale sul valore dei classici proposto da Caterina Guagni, redattrice per Giunti T.V.P. e membro dell'associazione "Scioglilibro", per cui si occupa di promozione alla lettura in tutte le forme, per tutte le età.
 
Perché leggiamo i classici?
Nel 1981 Italo Calvino tentava di dare una risposta a questo dilemma in un articolo apparso su "L’Espresso" e poi inserito come saggio iniziale in una raccolta postuma nel 1991 dal titolo, appunto, Perché leggere i classici.
La soluzione per lui è già rivelata nel titolo: è sparito il punto interrogativo, lasciando spazio solo a un’affermazione.

Che cosa resta delle sue riflessioni oggi? Sono ancora valide, proprio come quelle di un “classico”?

Dopo una prima riflessione sulle modalità di lettura/rilettura dei classici, e una seconda sulla forza con cui questi testi si impadroniscono di noi, ecco la terza parte: come distinguere un testo "classico" da uno che non lo è? Come scegliere tra testi della tradizione e testi contemporanei?
 

La genealogia dei classici

«A questo punto non posso più rimandare il problema decisivo di come mettere in rapporto la lettura dei classici con tutte le altre letture che classici non sono».
 
Calvino si fa una domanda che mi sono posta tante volte, entrando in una libreria: come giustificare la scelta di un classico piuttosto che di una lettura più moderna che possa aiutarci a interpretare l’attualità, che ci faccia «capire più a fondo il nostro tempo»? Viceversa, come scegliere una novità, un libro edito recentemente quando non abbiamo letto alcune pietre miliari della letteratura mondiale?
La risposta a mio avviso racchiude due diversi nuclei: uno dominato dall’istinto (il titolo, la copertina, la quarta di coperta, le suggestioni esterne sono fatali in questo) e l’altro dalla consapevolezza derivante dal bagaglio culturale che ci appartiene e che dà forma a personali pre-giudizi e scale di valore, e che in qualche modo definisce la nostra identità.

In base però a quest’ultima riflessione, sorgono nuovi quesiti: come stabilire, allora, una gerarchia tra i classici? Può un classico essere contemporaneo? D’impatto, pensando alla definizione di “classico”, diremmo di no: è “classico” ciò che è stato scelto da una tradizione, che è stato riconosciuto come valore da qualcuno che ci ha preceduti, o comunque da qualcuno di autorevole.

12. Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.

Calvino sembra identificare i classici come le opere canonizzate dalla tradizione, quando osserva che per «poter leggere i classici si deve pur stabilire ‘da dove’» li stiamo leggendo, «altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo». Per questo,

13. È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.
14. È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.

 

Eppure, per me non è proprio così.

 
Se dovessi provare a stilare delle definizioni, direi che un classico è ciò che coglie qualcosa di noi o qualcosa che è stato in noi. Un classico è vedere nero su bianco uno scorcio del mondo esattamente dal punto di vista da cui lo abbiamo sempre spiato. O da quello opposto. È una sfera di cristallo dove si possono osservare le strade che non abbiamo scelto (sarà un caso che mi venga in mente Fedora, una de Le città invisibili?). A volte è un’epifania, una rivelazione; altre è la semplice ammirazione di un tessuto di parole che, al pari di un quadro o di una musica, lascia estasiati.
 
 
 
Non potrei quindi relegare la definizione di classico a un asse cronologico: ne faccio più una questione di “pancia”, una ricerca di autodefinizione, di identità. Mi è capitato di percepire come classici anche libri contemporanei: penso a Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki o a Storia di un corpo di Daniel Pennac o ancora a Il vangelo secondo Biff di Christopher Moore, per esempio. Mi succede la stessa cosa con la musica: mischio nelle mie playlist grandi classici a canzonette a cui sono legata da ricordi o sensazioni del tutto personali.
 

La finta scommessa sui classici

Il ritmo di vita di oggi sembra in contrasto non solo con il rito della lettura dei classici, ma con quello della lettura tout court, che richiede tempo – anzi, possibilmente tempi lunghi, il «respiro dell’otium umanistico». È davvero anacronistico, dunque, scommettere sui classici e sulla lettura?
Anche in una situazione non brillante come quella della lettura in Italia esistono, eccome, eccezioni e casi virtuosi. Pensiamo alla grande comunità di anobii, per esempio, oppure ai numerosissimi blog in cui gli autori recensiscono ciò che leggono e condividono consigli e pareri.

Se tutte le ragioni che abbiamo visto finora, tuttavia, non fossero sufficienti – chiosa Calvino – «non si creda che i classici vanno letti perché ‘servono’ a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici».
Non posso fare a meno di pensare alla scommessa su Dio di Pascal… Calvino si rivela un finto allibratore perché propone una giocata sempre vincente: spetta a noi decidere di puntare e insegnare a farlo.
Nell’ultimo libro di Michela Murgia, Chirù, la protagonista cerca di trasmettere al suo allievo l’importanza di creare riti. Non è certo la prima: chi non ricorda la conversazione del Piccolo Principe con la volpe? Leggere, e leggere i classici, significa recuperare un rito personale, riappropriarci di una dimensione di solitudine attiva e prolifica, senza “like” e condivisioni momentanee. Un tuffo nella profondità.
 
«E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran […]: Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “A sapere quest’aria prima di morire”».