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Canzonette

Spesso cantautori e musicisti hanno tentato la strada della letteratura. Ma altrettanto spesso è capitato il contrario. Pasolini, Calvino, Kerouac, Ginsberg, per esempio, hanno scritto canzoni. Con quale risultati? Ce lo racconta Mattia Brienza.

Selfishly I miss your missing

Il mondo della musica è popolato da una miriade di persone che, a quanto pare, avevano in mente fare tutt’altro nella vita, ma che per le più disparate ragioni sono finite a cantare e suonare. Guccini, per fare l’esempio forse più noto, a suo tempo disse che il suo primo desiderio sarebbe stato quello di diventare uno scrittore, non un cantautore, anche se poi era finito a girare i palchi di tutta Italia. Poi si è preso una rivincita e ha pubblicato diversi libri. Non è stato l’unico cantautore a tentare la strada della letteratura, sentita o meno come attività prediletta e obtorto collo abbandonata: in Italia anche Ligabue ha composto una serie di racconti, anche Dente, anche Francesco Tricarico hanno scritto libri.

Per andare fuori d’Italia, vengono in mente le oracolari poesie di Patti Smith. O ancora i numerosi versi di Lou Reed, tra i quali vale la pena di ricordare almeno Laurie Sadly Listening, scritta dopo l’11 settembre. Moltissimi, poi, sono i casi di autobiografie di musicisti, da Life di Keith Richards al recentissimo Born to Run di Bruce Springsteen, libri di cui parlerò in un prossimo articolo.

Spesso dunque i musicisti esprimono e realizzano, hanno espresso e realizzato il desiderio di scrivere romanzi, narrazioni, versi. Altrettanto spesso capita ed è capitato il contrario. Pasolini, Calvino, Kerouac, Ginsberg, per esempio, hanno scritto canzoni per vari interpreti. Ma con quale risultati?

Me viè da cantà. Pier Paolo Pasolini e Laura Betti

Pier Paolo Pasolini nel 1961 avvia un progetto legato al mondo della canzone insieme con Laura Betti. Qualche anno prima, nel 1956, così si era espresso sulla rivista “Avanguardia”: “Non vedo perché sia la musica che le parole delle canzonette non dovrebbero essere più belle. Un intervento di un poeta colto e magari raffinato non avrebbe niente di illecito. Anzi, la sua opera sarebbe sollecitabile e raccomandabile”. Istanza, questa di un’evoluzione della musica pop verso lavori di maggior rilievo culturale, molto avvertita in quegli anni in Italia sia da altri letterati come Pasolini (parlerò dopo dei Cantacronache), sia dai musicisti veri e propri che guardavano alle prime esperienze cantautorali provenienti dalla Francia, dalla Germania e dagli Stati Uniti (un nome su tutti è quello del belga Jacques Brel).

Quello che interessa nello specifico a Pasolini delle “canzonette” è probabilmente la loro immediatezza, la facilità con la quale riescono ad arrivare ad un pubblico molto ampio; lo stesso ragionamento che lo porterà ad avvicinarsi proprio alla fine degli anni Cinquanta al cinema. 

Non a caso il 1961 vede apparire sia il film Accattone, sia il frutto del lavoro con Laura Betti a cui accennavo prima: Macrì Teresa detta Pazzia, Cocco di Mamma, Cristo al Mandrione, Il Valzer della Toppa. Sono canzoni che in effetti vivono nelle stesse atmosfere del film: racconti in prima persona di figure ai margini della società, ambientati tra quelle borgate romane che erano sin dai primi anni Cinquanta il perno del pensiero di Pasolini. Se però nei romanzi e nei film ci troviamo di fronte a dei capolavori o quantomeno a delle pietre miliari, lo stesso non si può dire per le canzoni. Si percepisce infatti una specie di scollamento tra la musica e la parola, i testi nascono “sulla carta” e non nel mezzo di una canzone; inoltre gli accenti patetici, soprattutto in Cristo al Mandrione, virano spesso verso un espressionistico grottesco, senza però gli effetti folgoranti ottenuti ad esempio in Accattone e in Mamma Roma.

È innegabile comunque che questo gruppo di brani, per così dire “romani”, siano stati importanti anticipatori di una corrente musicale popolare e dialettale che dura ancora fino a oggi (si può fare ad esempio il nome di Mannarino). Tra tutte le quattro canzoni del 1961 vale la pena soprattutto riascoltare oggi Macrì Teresa detta Pazzia e Il Valzer della Toppa che per gli ottimi arrangiamenti (spettacolari i fiati del primo pezzo) e i testi (per quanto sempre più attenti alla letteratura che alla musica) sono a mio modo di vedere i lavori meglio riusciti e più completi.

 

Negli anni seguenti Pasolini comporrà ancora altri brani, scrivendo per Sergio Endrigo, Domenico Modugno e addirittura i Chetra e Co, un gruppo di rock psichedelico italiano. Il pezzo scritto per Modugno Cosa sono le nuvole rimane forse il suo migliore esperimento. Il testo, costruito prendendo spunto da varie parti dell’Otello di Shakespeare, contiene versi di profondo nitore, che colpiscono per l’intensità e la potenza delle immagini (“il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro”).

Di nuovo, tuttavia, le parole risultano quasi inserite a forza nel tessuto musicale. Impietoso il paragone con qualunque canzone di un cantautore degli stessi anni (il già citato Brel, Bob Dylan, De Andrè); e in nessuna delle canzoni di Pasolini sarà possibile trovare una chiarezza e felicità insieme letteraria e musicale simile a quella che si percepisce, per esempio in “sad eyed lady of the lowlands/where the sad-eyed prophet say that no man comes”.

I Cantacronache, con Italo Calvino e gli altri

Per rimanere in ambito italiano e negli anni di Pasolini, vale la pena di ricordare l’esperienza dei Cantacronache, collettivo musicale fondato nel 1957 e scioltosi nel 1963, di cui entrano a far parte in veste di parolieri alcuni tra gli scrittori più importanti del nostro Novecento: Italo Calvino, Gianni Rodari, Umberto Eco, Franco Fortini. Legati al partito comunista e decisi a rendere viva l’esperienza della Resistenza, l’intento dei Cantacronache era lo stesso di Pasolini: partire dalle comuni “canzonette” dell’epoca (erano gli anni dei primi Festival di Sanremo) per rinnovarle, soprattutto nelle parole e nei contenuti. In questo senso furono uno dei primi gruppi, se non il primo, a portare in Italia musica con risvolti politici profondi, e proprio a loro guarderà buona parte del futuro cantautorato impegnato della seguente generazione.

Negli anni seguenti Pasolini comporrà ancora altri brani, scrivendo per Sergio Endrigo, Domenico Modugno e addirittura i Chetra e Co, un gruppo di rock psichedelico italiano. Il pezzo scritto per Modugno Cosa sono le nuvole rimane forse il suo migliore esperimento. Il testo, costruito prendendo spunto da varie parti dell’Otello di Shakespeare, contiene versi di profondo nitore, che colpiscono per l’intensità e la potenza delle immagini (“il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro”).

Di nuovo, tuttavia, le parole risultano quasi inserite a forza nel tessuto musicale. Impietoso il paragone con qualunque canzone di un cantautore degli stessi anni (il già citato Brel, Bob Dylan, De Andrè); e in nessuna delle canzoni di Pasolini sarà possibile trovare una chiarezza e felicità insieme letteraria e musicale simile a quella che si percepisce, per esempio in “sad eyed lady of the lowlands/where the sad-eyed prophet say that no man comes”.

I Cantacronache, con Italo Calvino e gli altri
Per rimanere in ambito italiano e negli anni di Pasolini, vale la pena di ricordare l’esperienza dei Cantacronache, collettivo musicale fondato nel 1957 e scioltosi nel 1963, di cui entrano a far parte in veste di parolieri alcuni tra gli scrittori più importanti del nostro Novecento: Italo Calvino, Gianni Rodari, Umberto Eco, Franco Fortini. Legati al partito comunista e decisi a rendere viva l’esperienza della Resistenza, l’intento dei Cantacronache era lo stesso di Pasolini: partire dalle comuni “canzonette” dell’epoca (erano gli anni dei primi Festival di Sanremo) per rinnovarle, soprattutto nelle parole e nei contenuti. In questo senso furono uno dei primi gruppi, se non il primo, a portare in Italia musica con risvolti politici profondi, e proprio a loro guarderà buona parte del futuro cantautorato impegnato della seguente generazione.

 

Tra le loro canzoni, le due più note, che ebbero il successo maggiore in quegli anni e lo hanno tutt’oggi (teste soprattutto le cover) sono Dove Vola l’Avvoltoio del 1958 e Oltre il Ponte del 1959, entrambe con testi di Italo Calvino. La prima tratta il tema della pace ponendo la metafora dell’avvoltoio, che, in quanto portatore di morte e di guerra, viene scacciato da ogni luogo in cui si presenta perché il mondo oramai divenuto “terra dell’amor”. La seconda racconta invece l’esperienza partigiana di un decennio prima, cui lo stesso Calvino aveva partecipato con molti degli altri Cantacronache. Soprattutto Oltre il Ponte diventerà in seguito una vera e propria pietra miliare tra le canzoni sulla Resistenza, tanto che anche i Modena City Ramblers ne incideranno una cover nel 2005. Certamente i testi di Calvino stabiliscono un legame più profondo con la musica rispetto a quelli pasoliniani, forse perché nell’ambito di un collettivo musicisti veri e propri e autori hanno l’opportunità di lavorare molto più strettamente a contatto e si possono maggiormente influenzare l’un l’altro.

 

In ogni caso, la fusione ottimale non è sempre raggiunta: in Canzone Triste, per esempio, si percepisce tra le parole e la musica un abisso incolmabile. E andando a osservare nel complesso l’esperienza dei Cantacronache non si può dire che il loro proposito di rinnovare la canzone italiana sia del tutto riuscito. È vero: i testi vanno a trattare tematiche fino ad allora mai neanche sfiorate nel nostro paese, ma non si può dire che la musica sia abbastanza interessante o rivoluzionaria da sostenere tali tematiche. Le melodie non sono sempre del tutto convincenti e in generale manca la forza che negli stessi anni si poteva trovare ad esempio nelle canzoni, certo molto meno impegnate, di Celentano, che paradossalmente risulta “più nuovo” e aggiornato dei Cantastorie, in un mondo che aveva già scoperto il Rock’n’Roll, il Blues, il Jazz.

Strappa la mia margherita. Le strade della Beat Generation

Per trovare il giusto connubio tra un testo letterario e una musica animale, realmente concreta e nuova, aggiornata alle nuove forze e risorse del tempo, negli anni Sessanta e Settanta bisogna forse uscire dall’Italia e andare in America, ad ascoltare quello che negli stessi anni producevano gli intellettuali della leggendaria Beat Generation. Già nelle loro opere si può trovare un’attenzione molto precisa alla musicalità, sia in prosa che in poesia. Si tratta però di una musicalità del tutto nuova, profondamente influenzata dal Jazz e dal Be-Bop, in cui i periodi si frammentano per dare il senso di un ritmo incalzante, costante che possiede la stessa forza della percussione.

Credo che sia interessantissimo, per capire l’importanza del suono per la Beat Generation, andare a leggere lo splendido passo di On the Road di Jack Kerouac in cui un incredibile assolo di sassofono viene descritto in modo così preciso e concreto da riuscire a rendere sulla carta la stessa identica sensazione che si poteva provare trovandosi ad ascoltarlo per davvero. O ancora si potrebbero citare Mexico City Blues dello stesso autore o Urlo di Allen Ginsberg che altro non sono che poesie scritte come se fossero musica.

Andiamo allora ad ascoltare Pull my Daisy, brano scritto dagli stessi Ginsberg e Kerouac insieme a Neal Cassady, e contenuto nell’omonimo film del 1959. Finalmente ci troviamo di fronte ad una grande canzone: il testo è delirante, unendo sin dal primo verso, “Strappa la mia margherita”, cose comuni ad immagini dissonanti e stranianti; la musica è semplice, certo: ma perfettamente in grado di sorreggere alla perfezione quello che sembra il leggero borbottio di un povero balordo.
 

 

Splendidi fallimenti

Viene allora da domandarsi: perché Kerouac, Ginsberg e gli altri riescono a scrivere un ottimo pezzo e Pasolini, Calvino e i Cantacronache no? Personalmente io credo che sia perché ai beat americani mancò quel sentimento di vaga superiorità sull’universo della musica, più o meno “popolare”, che si trova invece negli altri.

  

Mentre Pasolini e i Cantacronache vogliono, come già detto, elevare quelle che per loro sono solo “canzonette”, limitandone e correggendone i lati negativi, i Beats conoscono molto bene quello che vanno a trattare, lo rispettano e lo ammirano, tanto da riuscire a farlo completamente proprio, immergendovisi del tutto. Negli anni sessanta e settanta Ginsberg diventerà grande amico di Bob Dylan e ne proverà grande invidia, proprio perché, a suo dire era riuscito in quello in cui lui aveva fallito: rendere definitivamente e totalmente musica ciò che scriveva.