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Cavalleria e pazzia – Parte 2

Don Chisciotte, un folle imitatore: René Girard svela i meccanismi del “desiderio triangolare”

Nel precedente articolo, confrontando due eccellenti follie letterarie, si osservava che, mentre Orlando è il più valoroso cavaliere cristiano finché è padrone di sé e si riduce a un essere bestiale quando si lascia sopraffare dalle passioni e oltrepassa la misura, Alonso Quijano non è nessuno: eccelle solo quando diventa don Chisciotte. Perché?
Suggestiva e convincente, a proposito, è l’interpretazione che fornisce il critico francese René Girard nel suo Menzogna romantica e verità romanzesca (1961). Lo studioso spiega come Don Chisciotte non scelga autonomamente gli oggetti del proprio desiderio, ma si affidi ad Amadigi di Gaula, un eroe della letteratura cavalleresca.

La geometria del desiderio

Il modello che guida il desiderio rappresenta il mediatore. Dunque, se nella maggior parte delle opere letterarie c’è una linea retta tra soggetto e oggetto del desiderio, in Don Chisciotte al di sopra di essa c’è il mediatore che mette in relazione contemporaneamente soggetto e oggetto. «La metafora spaziale che esprime questa triplice relazione è evidentemente il triangolo», per questo si parla di “desiderio triangolare”.

La passione cavalleresca definisce quindi un desiderio “secondo l’altro” che è opposto a quello “secondo sé”. Se Amadigi è immaginario, la mediazione è reale: i desideri dell’eroe sono cioè suggeriti dall’autore che ha creato Amadigi. Per questo Girard definisce l’opera di Cervantes come «una lunga meditazione sull’influsso nefasto che le menti più sane possono esercitare le une sulle altre».
L’hidalgo quindi sceglie un modello e lo imita in tutto e per tutto, il suo scopo è quello di pensarsi e vedersi diverso da ciò che è: Alonso Quijano è niente, Don Chisciotte è un eroico paladino.

Don Chisciotte e tutti noi, miseri imitatori

Come osserva il professor Riccardo Castellana in un articolo apparso sulla rivista online “Le parole e le cose. Letteratura e realtà” (14 gennaio 2016),

 «La sconcertante scoperta di Menzogna romantica e verità romanzesca è che i grandi romanzi sono tali perché svelano che la vera natura del desiderio è di tipo triangolare e non lineare, come tutti ingenuamente crediamo: desidero qualcosa non per le sue qualità intrinseche, ma perché c’è sempre qualcuno (più importante, più prestigioso, più forte di me) che lo fa (lo ha fatto) prima di me e al mio posto, svolgendo la funzione di garante o, nei termini di Girard, di “mediatore” del mio stesso desiderio. Questa idea di partenza così semplice, e pure così sconvolgente, ha consentito a Girard di costruire una teoria in realtà molto articolata e complessa. Una teoria dell’essere sociale contenuta nelle grandi opere letterarie che, contro l’ideologia della modernità, riconduce le strutture dell’io (e il desiderio innanzi tutto) alle strutture della socialità, riducendo drasticamente, tra l’altro, l’importanza del modello famigliare nella formazione del soggetto. Il compito del critico è dunque quello di portare alla luce le strutture profonde, di mostrare come la letteratura metta in scena la realtà del desiderio – che è per Girard assai più importante della realtà esteriore, del dettaglio fotografico, della superficie delle cose».  
 

E, a ben pensare, la stessa meccanica del desiderio imitativo, non è forse alla base dei meccanismi pubblicitari e dell’intera società consumistica in cui viviamo?