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Chiamami col tuo nome

Ci sono voluti cinque film e quattro candidature agli Oscar perché l’Italia si accorgesse finalmente di Luca Guadagnino. Chiamami col tuo nome è un film sulla “bellezza della nascita di un desiderio”. Di Davide Rubino.

Estate del 1983, “da qualche parte nel nord Italia” (nella campagna lombarda vicino Crema): è qui che Luca Guadagnino e James Ivory (il regista, tra gli altri, di Camera con vista e Maurice, entrambi tratti da due celebri romanzi di Edward M. Forster. Ivory ha vinto l'oscar per la Miglior sceneggiatura non originale per Chiamami col tuo nome - n.d.r.) hanno deciso di ambientare Chiamami col tuo nome, basato sull’omonimo libro di André Aciman, modificandone l’originaria collocazione spaziale e temporale (estate del 1987, Riviera ligure). Ogni estate la multietnica famiglia Perlman soggiorna in una grande villa del Seicento immersa nel verde e accoglie per sei settimane uno studente che lavora al dottorato con il signor Perlman, docente universitario di archeologia, nel film interpretato da un Michael Stuhlbarg molto convincente (che ritroviamo anche in La forma dell'acqua di Guillermo Del Toro e in The Post di Steven Spielberg, entrambi, accanto al film di Guadagnino, erano in gara per aggiudicarsi l’Oscar come miglior film, vinto dal film di Del Toro). Questo è l’anno di Oliver (Armie Hammer), un adone del New England che con il suo fascino e il suo carisma mieterà diverse vittime, tra cui Elio Perlman (Timothee Chalamet, candidato agli Oscar nella categoria “miglior attore protagonista”), con il quale instaurerà un rapporto di amore paideutico modulato sulla lezione classica di amante-amato, al termine del quale Elio, l’amato, uscirà cresciuto e fiducioso.

 

Chiamami col tuo nome è un film innovativo nel panorama della cinematografia lgbt, in quanto riesce a procedere, senza mai scivolare nel melenso o nel volgare, sul terreno di una sessualità disinibita e sgravata dal peso di una qualunque serietà retorica. Fin dai titoli di testa (realizzati da Chen Li), appare evidente che il film non percorrerà la strada di una stereotipata storia d’amore, ritagliata e asportata da un contesto sociale in funzione di una più nitida introspezione dei sentimenti della coppia ma, al contrario, calerà saldamente i personaggi in una quotidianità fatta di cassette, giornali, carte francesi, macchine da scrivere, tutti oggetti che si trovano sparsi tra numerose immagini di sculture classiche che, con i loro corpi incredibilmente sensuali, ambigui e lascivi, risultano palesi calchi marmorei dei protagonisti.
 

Ci son voluti cinque film e quattro candidature agli Oscar perché l’Italia si accorgesse finalmente del regista palermitano che ha alle spalle collaborazioni con attori del calibro di Tilda Swinton e Ralph Fiennes. Già in Io sono l’Amore (il primo della cosiddetta “trilogia del desiderio”, cui seguono A bigger splash e Chiamami col tuo nome), Guadagnino si era dimostrato molto abile nel saper trattare con grande delicatezza un soggetto erotico (complice anche l’innata raffinatezza della Swinton). In Chiamami col tuo nome, allo stesso modo, non c’è una scena che faccia storcere il naso, che appaia eccessiva o sgradevole, ma tutto risulta armonicamente equilibrato: a ciò contribuiscono il montaggio (per il quale il regista si è affidato all’ormai inseparabile Walter Fasano), che riesce a smussare la violenza di ogni cambio di scena ottenendo un risultato complessivo oniricamente ovattato; la fotografia (curata da Sayombhu Mukdeeprom), che esalta al massimo la naturale bellezza di colori dei paesaggi italiani, riuscendo a trasformare ogni fotogramma in un quadro impressionista; e ancor di più una colonna sonora sempre calzante nella quale, accanto a pezzi di musica classica suonati da Elio al pianoforte e ad altri, trasmessi invece dalla radio, di artisti popolarissimi in quegli anni (Battiato, Bertè, Sakamoto, The Psychedelic Furs), si fa largo il cantante statunitense Sufjan Stevens (candidato agli Oscar con Mystery of Love nella categoria “miglior canzone originale”), la cui delicatissima voce accompagna i due protagonisti in tre scene emotivamente molto forti.

La musica ha dunque un ruolo fondamentale nel film: talvolta smorza (o tenta di smorzare) l’imbarazzo di una scena spinta come quella della pesca affidando tale compito a una canzone priva di erotismo (Radio Varsavia di Battiato); talvolta, al contrario, serve a far avvicinare i due protagonisti, aumentandone la carica sessuale (Love my way dei The Psychedelic Furs); talvolta, invece, prende violentemente il posto dei dialoghi quando questi non bastano a esprimere una particolare emozione (Futile Devices, Mystery of love e Visions of Gideon di Sufjan Stevens).

Come la musica, così anche i libri letti, regalati o semplicemente posati sul divano hanno un proprio spazio nella vicenda: l’Armance di Stendhal (tratto da un romanzo della duchessa Claire De Duras, Olivier, ou le Secret), che Oliver tiene in mano a colazione, parla di questo giovane apparentemente impotente (così come Oliver si costringe inizialmente all’impotenza nei confronti di Elio); un appunto trovato da Elio nei Frammenti cosmici di Eraclito (“Lo scorrere del fiume non significa che tutto cambia e quindi non possiamo riviverlo, ma che alcune cose restano uguali solo attraverso il cambiamento”), che riassume perfettamente la sua relazione con Oliver; un libro di poesie di Antonia Pozzi (omaggio, tra l’altro, che Guadagnino fa alla poetessa milanese due anni dopo aver prodotto un biopic sulla sua vita, Antonia, diretto da Ferdinando Cito Filomarino), che Elio regala a Marzia; l’Heptameron della regina di Navarra Margherita d'Angoulême, da cui la madre di Elio riprende, traducendola dal tedesco per lui e per il padre, una storia d’amore tra un cavaliere ed una principessa basata sull’incomunicabilità del proprio amore (“È forse meglio parlare o morire?”), ascoltando la quale Elio capisce di doversi aprire ad Oliver. 

In mezzo a queste iniziazioni sentimentali, Guadagnino si permette una riflessione metacinematografica, affidandola a una coppia di “intellettuali nevrotici” e “narcisisti”, invitati a pranzo dalla famiglia Perlman: partendo dalla morte del “genio del surrealismo” Luis Buñuel (il quale aveva aspramente criticato, nel suo capolavoro Il fascino discreto della borghesia, proprio questa classe sociale cui appartengono i commensali), da loro citato, si arriva a rappresentare il cinema come “un filtro, lo specchio della realtà”.
Come in Io sono l’Amore, anche in Chiamani col tuo nome si assiste a un crescendo emotivo che dura fino ai titoli di coda. Il monologo recitato da Michael Stuhlbarg sul finale, oltre a essere una grande prova di recitazione, è sicuramente il momento più alto del film: è un inno all’amore, al coraggio di amare, al darsi completamente agli altri senza freni, senza trattenere o reprimere alcunché. Ed è questo il motivo che muove il film, che Guadagnino stesso definisce “un film per famiglie”, un film sulla “bellezza della nascita di un desiderio”; ed è per questo (e per molto altro) che Xavier Dolan, Paul Thomas Anderson e Pedro Almodòvar l’hanno definito “il miglior film del 2017”.