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Letture in classe – Natalia Ginzburg, La famiglia Manzoni

"Giulia Beccaria aveva i capelli rossi e gli occhi verdi. Nacque a Milano nel 1762. Suo padre era Cesare Beccaria e sua madre Teresa De Blasco": è l'inizio di uno dei libri più belli di Natalia Ginzburg, La famiglia Manzoni. Suggerimenti e proposte di lavoro per presentarlo in classe. 

Il libro

Negli anni Ottanta Natalia Ginzburg, già sessantenne e affermata scrittrice, mette mano a un nuovo progetto: “ricomporre per disteso la storia” della famiglia di Alessandro Manzoni raccogliendo le tante e frammentarie notizie sparpagliate in lettere, libri per specialisti, ritratti d’epoca. Il lavoro è lungo e paziente. Si avvale del dialogo con studiosi, lavoratori dell’editoria, scrittori amici. Rappresenta inoltre un cambiamento di rotta rispetto agli altri libri dell’autrice, imbastiti fino a questo momento sull’invenzione e sull’autobiografia (“non avevo mai scritto un libro di questo genere, dove occorrevano altri libri, e documenti. Avevo scritto romanzi dall’invenzione o da ricordi miei, e dove non mi occorreva nulla, e nessuno”).

L’impresa in ogni modo riesce. Nel 1983, tra le mani dei lettori (i primi recensori, entusiasti, portano i nomi autorevoli di Lorenzo Mondo, Giovanni Raboni, Maria Corti) arriva un libro di molte pagine, diviso in due sezioni che osservano il grande solitario e nevrotico scrittore come di scorcio ancora prima della sua nascita, e poi “mescolato in mezzo agli altri, confuso nel polverio della vita giornaliera”. Sulla pagina di Natalia Ginzburg, si muovono piuttosto le tante figure – soprattutto di donne diversamente tipiche e al contempo eccezionali – che hanno avuto a che fare con Alessandro Manzoni: la spregiudicata e imprendibile madre Giulia Beccaria, la prima sfortunata moglie Enrichetta Blondel, l’amico avventuriero Fauriel, il groviglio di energie e bisogni affettivi Giulietta; l’ombrosa seconda moglie Teresa Borri, Vittoria l’unica figlia sopravvissuta al padre, la figlia Matilde (figura amatissima dal critico Cesare Garboli) praticamente cresciuta dalla nonna, il figliastro Stefano.

Oltre ad essere grosso e frutto di rara pazienza documentaria, il libro è ambizioso. Perché se la storia che si racconta è, per ammissione della stessa Natalia Ginzburg, “tutta cosparsa di vuoti, di assenze, di zone oscure” (in questo simile ad “ogni storia famigliare che si cerchi di rimettere insieme”), l’autrice nondimeno desidera che i fatti parlino da sé, senza interventi aggiunti e senza integrazioni. Vorrebbe, per citare una sua intervista, che il libro si leggesse “come un romanzo, anche se non c’è nessuna invenzione”. È insomma un approccio laico e antiretorico, questo di Natalia Ginzburg, all’annoso problema – posto appunto da Manzoni – del rapporto tra piccola e grande storia e invenzione, tra realtà e letteratura. E La famiglia Manzoni è un libro che può consegnare ai giovani lettori (e, perché no, agli scrittori di oggi) un tono e un modo di fare narrazione antico ma neppure troppo esplorato: la restituzione di una storia al lettore, così come le fonti e gli studi – sparpagliati sordi muti iperspecializzati – consentono di raccontarla, in piena fedeltà documentaria e libera intelligenza stilistica.

Del romanzo, presentiamo qui di seguito le primissime pagine. Ricostruiscono un clima culturale fatto di nuove idee e vecchie ipocrisie, di destini lunghi e brevi, solitari e chiassosi che s’intrecciano. Su tutto, è il personaggio di Giulia Beccaria a spargere il miglior profumo. Futura madre del famoso Alessandro Manzoni, è qui ragazza e poi donna amante della libertà come delle buone maniere, del bene vivere come del bene fuggire da situazioni tormentose o di costrizione. La sua ammaliante, sfrontata, amarognola complessità già ci cattura. E ci invita a continuare a leggere, dei suoi casi e dei casi degli altri.

L’assaggio

Giulia Beccaria aveva i capelli rossi e gli occhi verdi. Nacque a Milano nel 1762. Suo padre era Cesare Beccaria e sua madre Teresa De Blasco. Suo padre era di famiglia nobile, sua madre era figlia d’un colonnello. Il matrimonio era stato aspramente contrastato. I due avevano difficoltà di denaro, ma vissero sempre in maniera dispendiosa. Cesare Beccaria scrisse in età giovanissima un libro che gli diede la gloria, Dei delitti e delle pene. Teresa era nera di capelli e gracile. Divenne amante d’un ricco, certo Calderara. Un amico di casa era Pietro Verri, economista, filosofo, amante d’una sorella di Cesare. Fra Verri e i due Beccaria i rapporti furono sempre quanto mai tempestosi, l’amicizia si rompeva e si riallacciava.

Giulia aveva quattro anni quando le nacque una sorella, Marietta. In quello stesso anno, la madre si ammalò di mal celtico. Mise al mondo poi anche un maschio, che morì subito. Il padre voleva molto un maschio. Giulia e la sorella crescevano in mano ai servi, perché la madre, benché malata, era sempre in viaggio. Nel 1774, la madre morì del suo male, fra sofferenze atroci. Il padre era disperato. Il giorno stesso ch’era morta, volle che venisse fatto l’inventario dei suoi molti vestiti e gioielli. Chiamò a sé le due bambine e disse “è tutto vostro”. Si stringeva a loro piangendo. Ma quei vestiti e gioielli, le bambine non li rividero mai. Egli se ne andò a piangere nella ricca villa dell’amante della moglie, Calderara. Le bambine restarono a casa coi servi. Calderara, con grande meraviglia, lo vide pochi giorni dopo farsi arricciare i capelli dal parrucchiere. Egli disse a Calderara: “Voglio mantenere un buon aspetto”. Quaranta giorni dopo i funerali della moglie, si fidanzò con una donna bella e ricca, certa Anna Barbò. La sposò passati tre mesi. Ebbe con lei, finalmente, il figlio maschio che desiderava. Giulia intanto era stata chiusa in convento. Marietta rimase in casa perché di salute gracile, rachitica e gobba. Le fu messo un busto di ferro e fu affidata alla servitù. Giulia in convento venne totalmente dimenticata. I nonni paterni erano morti e uno zio materno, che la amava, era in quegli anni assente dall’Italia, risiedeva in Brasile. Il solo a ricordarsi di Giulia era Pietro Verri. Veniva qualche volta a visitarla in parlatorio. Quando essa ebbe diciotto anni, Pietro Verri sollecitò il padre perché la riprendesse a casa.

Giulia era molto bella, robusta, intelligente e di carattere forte. Subito ebbe violenti contrasti col padre. Poi s’innamorò di Giovanni Verri, fratello minore di Pietro, cavaliere di Malta, uomo sfaccendato, elegante, dai tratti femminei. Però di un matrimonio fra i due non era il caso di parlarne. Non ci pensavano né i Verri, né il padre di lei. Giulia non era ricca. Pietro Verri allora e Cesare Beccaria si guardarono attorno e posarono gli occhi su un certo Don Pietro Manzoni, gentiluomo di campagna, vedovo senza figli, quarantaseienne, non ricco ma con modesta sostanza. Aveva una proprietà nei pressi di Lecco, chiamata Caleotto, dove soggiornava d’estate. D’inverno stava a Milano in una casa sui Navigli, in via San Damiano. Egli si mostrò arrendevole riguardo alla dote. Così fu concertato rapidamente questo matrimonio. Giulia non voleva che uscir di casa.

Una proposta di attività

La famiglia Manzoni è un testo che si potrebbe presentare in classe per più motivi e in più fasi:

  • in un’unità didattica dedicata alla vita di Manzoni o in percorso sulla sua fortuna presso i posteri;
  • in un percorso sul romanzo del Secondo Novecento o in speciale affondo dedicato a Natalia Ginzburg, dove si potrebbe aver cura di leggere pagine scelte del celebre Lessico familiare, dell’ingiustamente trascurato La strada che va in città, il romanzo d’esordio, o della raccolta di saggi e racconti Le piccole virtù.

Una piccola attività, di poche ore, si può condurre anche a partire dal testo presentato. Qui di seguito, alcuni suggerimenti.

Comprensione

  1. Dopo aver brevemente introdotto il testo, leggiamolo una prima volta, raccogliendo tutti i saperi dei ragazzi sui nomi di autori, opere, personaggi citati: Cesare Beccaria, i fratelli Verri, Dei delitti e delle pene, Giulia Beccaria, Pietro Manzoni. Proviamo a creare una mappa o uno stemma con i rapporti di parentela e d’amicizia che legano i diversi personaggi (potremmo in seguito mostrare agli alunni lo stemma della famiglia Manzoni preparato da Natalia Ginzburg per accompagnare il libro).
  2. Raccogliamo le domande di comprensione lessicale degli alunni e proviamo a rispondere con l’aiuto della classe. Non trascuriamo di mettere in chiaro il significato di alcune parole e espressioni quali “mal celtico”, “rachitica”, “con modesta sostanza”, “concertare rapidamente un matrimonio”.
  3. Facciamo riflettere su alcune espressioni che ci dicono qualcosa sull’epoca in cui si svolgono i fatti e sull’indole dei personaggi, per esempio: “Suo padre era di famiglia nobile, sua madre era figlia d’un colonnello. Il matrimonio era stato aspramente contrastato”; “lo vide pochi giorni dopo farsi arricciare i capelli dal parrucchiere”; “Però di un matrimonio fra i due non era il caso di parlarne. Non ci pensavano né i Verri, né il padre di lei. Giulia non era ricca”; “Egli si mostrò arrendevole riguardo alla dote. Così fu concertato rapidamente questo matrimonio. Giulia non voleva che uscir di casa”.

Analisi

  1. Nell’analisi, possiamo seguire i suggerimenti di due lettori d’eccezione: Giovanni Raboni e Maria Corti. Chiediamo intanto di leggere, comprendere e commentare, facendo riferimento a passaggi del testo, questa affermazione di Raboni, tratta dalla rubrica Un libro al giorno del “Corriere della Sera” del 19 maggio 1992: “l’autrice ha adibito alla realizzazione di questo progetto le sue doti migliori e più tipiche di narratrice: la scrittura pudica, sommessa, scrupolosamente paratattica (come se la profondità e i grovigli delle subordinate potessero costruire una sorta di indebita intrusione nell’intimità dei personaggi, che la Ginzburg osserva e descrive con un distacco quasi scientifico); la capacità di lasciare che i fatti e il loro significato ‘vengano avanti’ da soli: l’attenzione agli aspetti e risvolti apparentemente più incolori e trascurabili, in realtà sottilmente rivelatori, di una situazione e di un rapporto”.
  2. Precisiamo quanto abbiamo rilevato seguendo le proposte di Maria Corti (da “La Repubblica”, 8 febbraio 1983):
    - rispetto all’attacco, dice Corti, “le tre brevissime frasi del libro sono tutto un programma […]. Mentre a livello stilistico pare di essere più vicini a una cronaca del Trecento che a una storia contemporanea, ecco quei due tratti minimi capaci benissimo di fare strage all’interno di una famiglia: ‘i capelli rossi e gli occhi verdi’”.
    - altre tecniche utilizzate, continua Corti, sono l’accostamento di dati antitetici (come nella descrizione del “dolore” di Cesare Beccaria per la morte della moglie, la successiva fuga nella villa dell’amante, poi il matrimonio) e il rifiuto di tratti enfatici e patetici. Rintracciamo riferimenti testuali al proposito, per esempio: “Mise al mondo poi anche un maschio, che morì subito. Il padre voleva molto un maschio. Giulia e la sorella crescevano in mano ai servi, perché la madre, benché malata, era sempre in viaggio”.

Interpretazione e approfondimenti

  1. Proviamo a raccogliere i tratti e i comportamenti delle figure femminili raccontate nell’assaggio. Proponiamo qualche domanda sul valore del matrimonio, della dote, sulla soluzione conventuale e sul tipo di cure genitoriali che emergono dal testo.
  2. Abbiamo già detto che Natalia Ginzburg non ha attinto esclusivamente a lettere e studi sulla figura di Manzoni e della sua famiglia. Ha avuto sotto agli occhi anche dei ritratti dei personaggi, da soli e in gruppo, peraltro accuratamente descritti nel libro. Un esempio su tutti: “Il pittore Andrea Appiani fece un ritratto a Giulia col bambino [il piccolo Manzoni]. Nel ritratto, Giulia è vestita da Amazzone. Ha la faccia dura, ossuta e stanca. Guarda nel vuoto. Nessuna visibile tenerezza per quel bambino che le sta appoggiato al ginocchio. Il bambino ha quattro anni. Giulia regalò il ritratto a Giovanni Verri”. Salvatore Silvano Nigro, in una recente premessa a una nuova edizione de La famiglia Manzoni, ha sottolineato questo passo per riaffermare il pudore smagato della scrittura di Natalia Ginzburg (“La Ginzburg non lo dice. Lascia che il lettore intuisca. Giovanni Verri era il padre biologico di Alessandro”), ma anche per mettere in luce la sensibilità figurativa che guida la scrittura del libro, il suo procedere come davanti a una serie di quadri, una galleria dei ritratti dei personaggi su cui la scrittura modula “un dialogo sommesso e continuo”. Proponiamo altri passi utili a verificare questa ipotesi e proviamo a riconoscere la tecnica-galleria nel passo citato.
  3. Approfondiamo la lettura di Salvatore Silvano Nigro, proponendo di discutere la sua definizione, per La famiglia Manzoni, di “romanzo-conversazione”: “Natalia Ginzburg racconta la famiglia Manzoni attraverso la sua rappresentazione figurativa; e attraverso la rappresentazione data negli epistolari dei membri della famiglia, nei diari, nelle lettere degli amici, nelle più svariate testimonianze. C’è una molteplicità di voci scritte, nel libro, ognuna delle quali porta in scena se stessa, il proprio racconto, il proprio punto di vista. Sono voci che, in quanto scritte, sono oramai memorie di voci: letture, interpretazioni e costruzioni della realtà, rese distanti dalla storia, lontane un secolo. La Ginzburg le gestisce sapendo che esse ammettono e richiedono di essere trascritte come una conversazione che via via si articola, si fa trama e si fa romanzo nella selezione e nel montaggio. La famiglia Manzoni non è un romanzo-conversazione che prescinde dalla finzione. Non è un romanzo storico, un misto di finzione e di realtà”.
  4. Proponiamo un confronto tra il modo di procedere e di scrivere di Natalia Ginzburg e quelli di Svjatlana Aleksievič, formidabile registratrice di voci, sottratte all’oblio per forza di letteratura. Proponiamo dei passi scelti dal suo Tempo di seconda mano o da altri suoi libri. Per ampliare il panorama e suggerire nuovi spunti di riflessione, aggiungiamo questo passaggio del suo discorso per l’attribuzione del premio Nobel nel 1996: “se Flaubert si definiva un uomo-penna; io potrei dire di essere una donna-orecchio. Quando cammino per strada e colgo parole, frasi ed esclamazioni, mi dico sempre: quanti romanzi spariscono senza lasciare traccia! Spariscono nell’oscurità. C’è tutta una parte della vita umana, quella delle conversazioni, che non riusciamo a cogliere attraverso la letteratura. Non l’apprezziamo per il suo valore, non ci stupisce, non ci appassiona. Ma a me affascina, ne sono rimasta prigioniera. Adoro il modo in cui parlano le persone… adoro le voci umane solitarie. È la cosa che amo di più, la mia passione”. [ef]

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