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Cristina Campo, sacerdotessa della parola

Nel necrologio per la morte di Bobi Bazlen, l’appartato intellettuale triestino che influenzò con tessiture segrete molti ambienti della cultura italiana, Eugenio Montale lo descrisse come «un uomo a cui piaceva vivere negli interstizi della cultura e della storia». Ecco: a Cristina Campo, che di Bazlen era amica, si può attribuire la stessa collocazione. 

Schiva, umbratile, estranea al proprio tempo, scelse di seppellire la propria opera letteraria, fatta di versi, traduzioni e saggi, sotto una coltre di silenzio dicendo di sé: «Ha scritto poco e le piacerebbe aver scritto ancor meno». Le bastava il colloquio, intimo ma vitale, coi poeti e gli scrittori del passato e del presente (da Shakespeare a Simone Weil, da Emily Dickinson a Ezra Pound), nei quali rintracciare il suo stesso amore per la bellezza e la ricerca della perfezione nello stile: anche se, proprio mentre rivendicava la propria marginalità rispetto alla cultura dominante, intorno a lei (che all’anagrafe faceva Vittoria Guerrini, ma che adottò la via dello pseudonimo per coprire anche la sua biografia, oltre che l’opera) venne a crearsi una specie di cerchia di adepti, alcuni in odore di luciferina irregolarità, altri fedeli di un gusto estetico poco al passo coi tempi, altri ancora occulti seguaci a metà strada tra tradizione e misteri esoterici.
Un’esistenza, dunque, e una fede letteraria quasi vissute, l’una e l’altra, in contumacia: pubblicando in vita solo tre libri (l’esile plaquette poetica Passo d’addio, per Scheiwiller nel 1956, il volumetto di saggi Fiaba e mistero, edito da Vallecchi, nel 1962 e Il flauto e il tappeto, una raccolta affascinante di riflessioni letterarie pubblicato da Rusconi nel 1971) e disperdendo volutamente la sua voce in interventi estemporanei su periodici periferici e riviste dalla visibilità spesso esile quanto la sua, Cristina Campo pare immersa in un tempo immoto e carsico, sfuggente a ogni identificazione e perciò incompreso dalla storiografia letteraria italiana troppo incline al gioco di scuole e poetiche ufficiali per interrogarsi su simili, indecifrabili anomalie.
La ricerca intellettuale della Campo è stata tutta orientata alla scoperta di una misteriosa vertigine, per cavare dalla prima realtà, quella elementare e falsa delle apparenze, la profondità di un simbolo, del segreto che avvicini l’uomo alla perfezione. A questa insondabile verità, secondo la scrittrice, era possibile accostarsi solo con lo stile, con le nozze benedette celebrate dal destino e dalla parola: la parola esatta, non contaminata, salvata dalla violenta contingenza della storia e da quei processi che corrompono lo sviluppo delle generazioni. La poesia può arrestare questa rovina che approssima l’umano al precipizio, a patto che lo spirito ancora libero e la bellezza eterna non vengano crocifissi dal delirio soffocante dell’interpretazione che distrugge la vita.
«In Italia», scrisse la Campo, «l’ultimo critico fu, mi sembra, Leopardi, con De Sanctis la pura disposizione dello spirito contemplante fu definitivamente perturbata e distorta dall’ossessione storica». Da questa convinzione che Leopardi sia stato «l’ultimo a esaminare una pagina come si deve» e che il critico romantico per antonomasia non sia stato altro che l’artefice di una malintesa e professorale dittatura hegeliana a scapito della sapienza ascetica e segreta del verso, si capiscono la solitaria crociata indetta dalla Campo a difesa degli anfratti della scrittura (che, non a caso, lei indicava con l’iniziale maiuscola) e la bruciante ripugnanza verso la vischiosa impostura che si cela dietro ogni misurazione realistica, ogni delirio storicista che soffoca il respiro incantato e invisibile di una voce.

Come ha scritto giustamente Pietro Citati, la Campo aveva «un senso acutissimo della forma, come quasi nessuno ai nostri tempi: non voglio dire il dono della pura creazione, che in lei urtava contro troppi vincoli. Adorava la forma che coltiva sé stessa, come nelle grandi creazioni dell’estetismo. La sua intelligenza non era la pura, liberata intelligenza di Dostoevskij e di Kafka, ma l’intelligenza provocata dalle tensioni e dai limiti della forma. Gli scrittori erano, per lei, dei re in incognito, dei sacerdoti nascosti; e la perfezione suprema a cui poteva giungere la letteratura era l’ombra della vestizione del vescovo, l’ombra della Missa Solemnis». Ciò spiega come la sua poetica, slegata da ogni ispirazione occasionale, fosse volta a decantare, in una continua meditazione lirica sul divino, quell’ansia del sacro che ha irradiato la sua esistenza. La parola “pura” rappresentava per lei l’unica “salvezza”, la possibilità di aprire uno spiraglio sulla realtà trascendentale e «concepire l’infinito».
La sua ambizione era quella di penetrare con la parola nel terreno della bellezza, il cui accesso è permesso attraverso la consapevolezza che la realtà visibile ne nasconda una seconda, popolata di simboli e rimandi spirituali. A questa esistenza altra, la Campo attribuì la propria appartenenza: «Due mondi – ed io vengo dall’altro», scrisse nel primo verso del Diario bizantino. Tale identità la portò via via a rintracciare in Cristo la forma di rivelazione più alta, l’incarnazione suprema di una bellezza inalienabile. Il «Dio che offre a occhi mortali la suprema infermità di un costato aperto», il mistero dell’incarnazione, l’esperienza della grazia divina le offrivano, come ha suggerito Monica Farnetti, «la chiave di lettura di ogni alfabeto». Ogni modalità letteraria lontana dall’esperienza trascendente e dalla tensione conoscitiva scadeva per lei a inutile orpello di parole: un giudizio che riservava anche alle sue prime prove poetiche: «è proprio questo che non va. Io faccio dell’orificeria, mentre si deve lavorare la pietra», annotò con implacabile autocensura nel 1955. E così, dalle traduzioni alle lettere fino alla tormentata espressione del poetare in proprio, la Campo ha inaugurato una personale via crucis alla ricerca della vibrazione sacrale e di una creazione assoluta e incorrotta del verbo, convinta che lo stile fosse al tempo stesso un rifugio e un mezzo di comunicazione: il culto della parola e della lingua diventava un esercizio di umanità, ma anche di solitaria sublimazione, in quel novecentesco impasse culturale e morale che decretava ai suoi occhi il trionfo di libri da lei liquidati come «pezzi di carogna».
Viene esaltata invece la funzione maieutica che la scrittrice assume nell’ascolto e nella condivisione della letteratura coi pochi amici riconosciuti ospiti dello stesso “paese” immaginario di cui si sentiva abitante. Mentre il conformismo della cultura italiana imponeva agli artisti di impegnarsi nella politica e nella battaglia per il progresso, la Campo optò – anche fisicamente – per la rinfrancante soluzione della reclusione, ritirandosi nel 1965, alla morte del padre (il maestro di musica Guido Guerrini, direttore del conservatorio di Santa Cecilia), sull’Aventino, accanto all’abbazia benedettina di Sant’Anselmo, di cui ammirava la «meravigliosa atmosfera da medioevo tedesco» e i «perfetti cerimoniale gregoriani».

Il Concilio Vaticano II le toglierà di lì a poco anche la consolazione della liturgia tradizionale e della messa in latino, che insieme ai riti bizantini rappresentavano gli ultimi strumenti con cui tradurre esteticamente la sua sete di assoluto. Era l’ennesima deriva della modernità, con il trionfo della materia, della volgarità e la profana cancellazione dei retaggi e delle tradizioni ormai spente in una civiltà senza più identità e appartenenza.
L’emarginazione non era in fondo che l’approdo di un esilio silenzioso, lontano da una terra e da un «tempo in cui tutto viene meno» e in cui la «grazia» e il «mistero» sembravano a suo giudizio ormai «sul punto di scomparire» (e qui, e non solo, è impossibile non rintracciare un’affinità di sensibilità, ma anche di ideologia con l’altra grande scrittrice antimoderna del Novecento, Anna Maria Ortese). La Campo troverà nella lettura e nella scrittura il proprio luogo di cittadinanza, salvandosi «dal fango di quell’irrimediabile demi-monde» che era «l’ambiente dei premi letterari» e della cultura ufficiale in generale. Orgogliosa, lei autrice di libri che definiva «asburgici» o «borbonici», di avere «contro tutto il costume italiano in blocco: centro-sinistra, neo-realismo, paura di tutto e tutti». Soprattutto «paura del "diverso dal solito”».
Giuseppe Iannaccone