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Dal buio dell’uomo alla luce sull’uomo. Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij

Oggi Asia Gennari legge per noi Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij.

In tutti noi c’è un “sottosuolo” di cui abbiamo paura o ci vergogniamo. Fëdor Dostoevskij lo ha portato alla luce del sole e lo ha messo davanti agli occhi dei suoi contemporanei e degli uomini di oggi nel romanzo Memorie dal sottosuolo. Ho incontrato questo libro per caso, l’ho acquistato perché incuriosita dal titolo. A lettura finita, mi è sembrato di aver conosciuto un testo capitale almeno per due ragioni: l’idea di illuminare la complessità umana a partire dai suoi moventi più bui e compromessi e il riconoscimento del fatto che un’indagine lucida e spassionata sulla complessità umana non può che trasformarsi in una riflessione sia sul soggetto (per dirla con Kant, sul “ramo storto” che è l’uomo), sia sul mondo che lo circonda e sulla storia che lo attraversa, svelando convinzioni, connivenze, contraddizioni.
Memorie dal sottosuolo è infatti la confessione dell’uomo che si scontra con se stesso, con gli altri e con la società, rivendicando l’importanza del sottosuolo. Dostoevskij affida l’indagine a un uomo senza nome, che, vittima della sua coscienza ipertrofica, riesce a rivelare dinamiche contorte e nascoste dell’anima. Individua inoltre le origini del male nella storia, la falsità che si cela nelle azioni degli uomini e arriva a prevedere in qualche modo gli orrori del Novecento.

Dal primo piano allo scantinato


Memorie dal sottosuolo ha suscitato l’interesse di molti scrittori, da Nabokov (Lezioni di letteratura russa) ad Alberto Moravia, che lo lesse come testo di snodo nell’intero percorso creativo dell’autore. Moravia in particolare sottolinea l’importanza della data di composizione dell’opera: dal 1864, afferma in una celebre prefazione all’opera, l’intera produzione di Dostoevskij sarà condizionata dalla “discesa nel sottosuolo”. Dostoevskij, secondo Moravia, nelle Memorie rivolge un primo sguardo a se stesso; decide di scendere dal suo appartamento al primo piano, ben illuminato e decoroso, per esplorare il sottosuolo, lo scantinato di casa sua, che alla fine preferirà. Il Dostoevskij di Moravia dunque fugge dall’appartamento borghese ed europeo, emblema inoltre di una Russia che cerca di europeizzarsi in nome del razionalismo illuminista e del progresso. Esplorando il sottosuolo, riporta alla luce e riafferma, specialmente nel monologo confessionale della prima parte dell’opera, i valori che l’occidentalismo cercava di soffocare. 

Dostoevskij a Pietroburgo

Sullo sfondo della lettura di Moravia, vale la pena di mettere la vicenda biografica di Dostoevskij in quegli anni.
Nella prima metà dell’Ottocento, l’autore è uno dei personaggi più influenti dei circoli letterari di Pietroburgo, all’epoca una città in pieno fermento culturale, in cui parallelamente alla repressione ideologica del regime zarista si affermano circoli di giovani utopisti dediti al culto della libertà di espressione e dell’equità sociale.
Fu Michail Petrasevskij, politico divulgatore delle idee liberali e socialiste occidentali, a raccogliere intorno a sé scrittori e studenti col suo stesso profilo ideologico: tra questi Dostoevskij. In breve tempo il circolo di Petrasevskij assunse una tendenza fortemente anti-zarista e a favore di una repubblica federativa russa. 

Nel 1849 lo scrittore venne arrestato e condannato a morte insieme a 20 imputati con l’accusa di cospirazione e di far parte di una società segreta sovversiva guidata da Petrasevskij. Il giorno della fucilazione i condannati vennero condotti al patibolo, ma un istante prima dell’esecuzione giunse un messo di Nicola I ad annunciare che la pena capitale era stata commutata in una condanna ai lavori forzati. Proprio i lavori forzati in Siberia segneranno la vita di Dostoevskij, portandolo a una svolta nella sua carriera letteraria. Concentrerà la sua riflessione sul male, sul problema del destino umano e sentirà dunque l’esigenza di esplorare il sottosuolo umano. Nel 1858 tornerà a Pietroburgo: ripresa l’attività di giornalista e scrittore tra gravi difficoltà economiche, pubblica nel 1864 Memorie dal sottosuolo sulla rivista “Epocha”, diretta insieme al fratello.

Il protagonista, la memoria e la neve fradicia

Il protagonista di Memorie dal sottosuolo non è un uomo socialmente riconoscibile bensì un’anima che con spietata sincerità, dallo scantinato, indaga il mondo “al piano di sopra” ma anche se stesso. Se nel romanzo ottocentesco in genere il mondo esteriore, sociale è il punto di partenza per motivare l’azione, le sofferenze, i successi dei personaggi, Memorie dal sottosuolo rovescia il rapporto tra realtà esterna e realtà dell’io: tutte le azioni dell’uomo del sottosuolo sono dettate dalla sua nevrosi, dalla scontentezza e infine dal desiderio di riconoscersi quale uomo del sottosuolo. La totale concentrazione sull’io, che deforma la realtà mentre la interpreta, ha fatto parlare a molti studiosi, tra cui Sergio Givone, di Memorie dal sottosuolo come del primo romanzo esistenzialista, in quanto Dostoevskij afferma nel testo l’imponente, quasi ingombrante figura dell’antieroe, alle prese con se stesso, con gli altri e con la società.

A tale figura, Dostoevskij affida due prove di voce, corrispondenti alle due parti che formano il romanzo. La prima è intitolata Il sottosuolo, ed è propriamente un monologo del protagonista, in cui egli si presenta e illustra il suo pensiero. La seconda è invece A proposito della neve fradicia, e qui l’uomo del sottosuolo ripercorre alcuni dei suoi ricordi più significativi, appartenenti a 16 anni prima e accompagnati appunto dalla neve che cade costante. Le due parti sono precedute da una nota dell’autore, in cui viene illustrata la suddivisione e viene precisato come sia il personaggio che i ricordi siano frutto di un’invenzione. Le sezioni del libro sono inscindibili: la prima parte è una specie di dissertazione filosofica, la “teoria” necessaria per capire il motivo dell’agire dell’uomo del sottosuolo nella seconda parte, quella dei ricordi, che sono invece, per così dire, la sezione “pratica”, altrettanto essenziale per avere un’applicazione chiarificante delle tesi portate avanti nella prima parte.

La malattia della coscienza

Il protagonista di Memorie dal sottosuolo si presenta da subito come un uomo malato e cattivo, che non vuole curarsi; in realtà, descrivendo poi il suo vecchio lavoro di impiegato, ammette di non essere cattivo, ma di divertirsi soltanto a trattar male la gente. Egli in verità è preda di numerosi dissidi che lo lacerano, è completamente in balìa di una coscienza che non gli permette di diventare qualcosa, nemmeno un insetto. L’uomo del sottosuolo dostoevskijano, per molti aspetti simile all’inetto di Svevo, ha abbandonato il lavoro e si è ritirato nel suo cantuccio, dopo che un lontano parente gli ha lasciato dei soldi. La sua casa, luogo povero e degradato, rispecchia la sua condizione morale; non riesce a inserirsi nella società, è incompreso e continuamente in lotta con gli altri.

La causa di questa sua inettitudine è da ricercare nella coscienza, la sua malattia: non è infatti una coscienza normale, bensì una coscienza ipertrofica. Come afferma il protagonista, questa, se da un lato gli consente di vedere sempre le cose da un punto di vista più lucido e smagato, nello stesso tempo gli impedisce di prender posto nella società, di diventare uno di quegli uomini d’azione, un homme de la nature et de la verité, spontaneo, capace di agire e di prendere decisioni vantaggiose a seconda dell’occasione che gli si presenta.

L’uomo del sottosuolo invece trae piacere dalla disperazione, si autoflagella nella consapevolezza della propria misera condizione, nell’insoddisfazione e nel pentimento. Questo gli impedisce sicuramente di sentirsi integrato nella società degli uomini legati alla “vita viva” e con loro ha un rapporto particolare: non si sente mai al loro pari, ma sempre al di sotto o al di sopra. Viene umiliato, si sforza di cercare approcci diversi, di trovare il modo di instaurare un legame e sentirsi parte della comunità, in un continuo gioco di sottomissione e sopraffazione.

Lisa e gli altri

Esemplare al proposito è il tentativo di ristabilire un’uguaglianza con l’ufficiale che si ostina ad andargli addosso sulla prospettiva Nevskij piuttosto che spostarsi. L’uomo del sottosuolo affronterà la questione in un modo che al lettore non può che risultare esagerato: scriverà prima una lettera, si farà prestare dei soldi per comprare un cappotto degno di quello scontro, e solo due anni dopo riuscirà nella sua impresa. Ma questa piccola vittoria sarà la sua condanna, l’antifona di una pesante sconfitta; infatti gli darà il coraggio di affrontare i suoi ex compagni di università. Il protagonista si presenta ad un pranzo in cui si festeggia l’avanzamento di posizione di Zverkov, suo vecchio nemico, che è diventato ufficiale. Qui si mette in evidenza e insieme in ridicolo: inevitabilmente finisce per essere disprezzato e per disprezzarsi.
Cacciato, allontanato e umiliato, il protagonista dopo questi fatti è deciso a vendicarsi e segue gli amici in un bordello, dove trova la sua vittima, la giovane prostituta Liza.

Questo episodio rivela un fondo umanità che il lettore non si aspetta dal protagonista: infatti con atteggiamento quasi paternalistico cerca di redimere la Liza, facendo leva sulla triste sorte che la aspetterà se continuerà a prostituirsi. Quando intravede la possibilità che lei cambi il suo stile di vita, se ne va lasciandole il suo indirizzo, ma con un senso di disgusto e un malessere che lo accompagnano fino alla mattina dopo.

Quando la ragazza si presenta davvero a casa sua, l’uomo del sottosuolo si pente di averle lasciato l’indirizzo e ottiene la sua vendetta: il desiderio di sopraffazione è così forte che lo porta ad abusare di lei; per prima cosa le fa credere di averla illusa per il semplice piacere di farlo, ma mentre la umilia si disprezza a tal punto che scoppia in lacrime. Questo non fa che peggiorare la sua condizione, dal momento che si rende ridicolo davanti a lei, si mette a nudo e mostra la sua fragilità: il sottosuolo però prende il sopravvento, non permette che i ruoli si ribaltino e che sia Liza a consolare il protagonista. Dunque egli decide di umiliarla definitivamente, abusando di lei e lasciandole dei soldi. Il protagonista se ne torna quindi nel suo sottosuolo, pieno di rabbia e ribrezzo.
Un altro personaggio con cui ha a che fare è il servo Apollon, che definisce il suo “carnefice”, un uomo ostinato, che non è pronto a cedere ai dispetti e alle ripicche del padrone; quel che fa impazzire il protagonista è il fatto di sentirsi umiliato anche dal suo servo, che è di estrazione sociale più bassa. Questi tre episodi, che appartengono alla sezione A proposito della neve fradicia, mostrano però l’atteggiamento dell’uomo del sottosuolo nelle relazioni con gli altri: egli viene sì disprezzato e denigrato, ma il suo essere inetto e isolato lo fa sentire in qualche modo superiore. Il paradosso è che la coscienza è allo stesso tempo la sua condanna e il suo vanto: dice esplicitamente che un uomo intelligente, dunque dalla coscienza ipertrofica, non può diventare niente, né buono né cattivo, e quindi necessariamente non sarà in grado di inserirsi nella società dei valori positivisti dell’Ottocento.

Dove sta la libertà?

Altro tema fondamentale che percorre tutto il romanzo e lo rende complesso e ricco di motivi sotto il punto di vista filosofico e storico è quello della volontà. Dostoevskij opera una forte critica al progressismo e al positivismo dei suoi anni, rivendicando l’importanza della libertà dell’uomo. Il cammino dell’uomo verso la libertà spirituale inizia con la ribellione contro l’ordine esterno, contro la realtà, e questo porta ad un individualismo estremo, alla solitudine e all’isolamento completo. Lì l’uomo viene a contatto inevitabilmente con il sottosuolo, con la parte di sé più malvagia, sgraziata e ripugnante; sviluppa una sorta di titanismo, un’ambizione sfrenata. Nel sottosuolo emergono il dualismo e la contraddizione: l’uomo del sottosuolo ama il dolore e lo sceglierà sempre a scapito del vantaggio e della razionalità; questo perché in lui è troppo forte il desiderio di libertà, che è irrazionale, e quello di sovvertire un ordine chiaro e limpido, potremmo dire predestinato.

Accontentarsi del benessere e del mondo razionale sarebbe una sconfitta e l’uomo del sottosuolo non vuole rassegnarsi, quindi sceglie la sofferenza e questo lo tormenta terribilmente, ma ama il dolore come ama la sua folle libertà. Non potrà mai assecondare il due più due fa quattro perché esiste indipendentemente da sé, dalla sua coscienza e questo è inaccettabile; l’uomo vuole farsi valere, penetrare la realtà in cui vive e determinarne i cambiamenti. La propria personalità e la propria individualità sono molto più importanti della ragione, della scienza; la ragione non permette l’errore e il dolore, ma unicamente spinge ad agire secondo il vantaggio, quindi dove sta la libertà? L’uomo è libero unicamente se può permettersi la sofferenza, se può sceglierla; questa scelta può farla se dichiara indipendente la sua volontà e così avrà il diritto di desiderare anche la cosa più stupida e dannosa (è il caso dell’episodio di Liza).

Nella società del due più due fa quattro, l’uomo non può far altro se non amare il suo dolore e così affermarsi come individuo a sé pensante, come essere umano. L’uomo non è un tasto di pianoforte, la sua complessità non può risolversi in una formula matematica e allora si affida e fa suo tutto ciò che è assurdo e irrazionale come il dolore, il tormento e la cattiveria. Se venissero fuori delle formule a definire il caos e il malessere, allora l’uomo agirebbe solo da pazzo pur di dimostrare di non appartenere alla ragione.
La natura umana e quindi l’intera società non potrà mai essere razionalizzata, così come l’uomo del sottosuolo non potrà accettare il muro venerato dall’homme de la nature et de la verité come se contenesse una parola di pace; l’uomo ben inserito nella società, l’uomo della scienza trascorre al vita a studiare gli interessi dell’uomo, a cercare il modo di garantire un benessere universale fondato sulla ragione, ma inevitabilmente non prende mai in considerazione l’interesse irrazionale, quello che lo spinge ad agire contro il suo vantaggio (è il dionisiaco di cui parla Berdjaev). Dostoevskij fa riflettere il protagonista sul Palazzo di cristallo, che rappresenta il trionfo della scienza e della ragione: bisogna vedere qui un riferimento sia al Crystal Palace costruito a Londra nel 1851 in occasione della prima esposizione universale, sia il palazzo socialista citato da Cernisevskij nel romanzo Che fare?, il luogo del benessere, dell’uguaglianza, in cui la sofferenza non è ammessa. In verità per l’uomo del sottosuolo esiste un altro palazzo nei suoi desideri, ed esisterà finché esisteranno i suoi desideri; in merito a questo c’è una lettura religiosa, che identifica questo secondo palazzo di cristallo con quello della fine dell’Apocalisse di San Giovanni, una casa-città in cui alla fine dei tempi l’umanità vivrà insieme a Dio.

  

L’uomo del sottosuolo non può accontentarsi dello zero periodico, ovvero del matematico susseguirsi di nascita e morte nel palazzo di cristallo terreno, che alla fine si risolve in una stasi; infatti quel palazzo costruito unicamente secondo le leggi terrene, della natura, non è altro che un pollaio sotto cui ripararsi quando piove, e che, per l’aiuto che offre, l’uomo della scienza scambia per palazzo. Dostoevskij dunque vede nel positivismo e nel socialismo una sorta di mania di controllo, un tentativo di imporre all’uomo la felicità basandosi sulla ragione e sulle leggi di natura, per questo è avverso a entrambi. Ma come ho già detto in precedenza, Dostoevskij non può credere al mito dell’homme de la nature et de la verité, perché anche la storia dimostra che l’uomo, pur consapevole del bene, non sempre lo persegue: “il sangue scorre a fiumi” scrive; col passare degli anni l’uomo si è incivilito, ma questo non lo ha fermato dal commettere violenza, anzi è diventato sanguinario in modo più raffinato e più disgustoso. L’uomo primitivo spargeva sangue per ristabilire la giustizia, con la coscienza tranquilla, mentre adesso, pur consapevole dell’orrore della guerra, delle stragi, l’uomo commette ugualmente le stesse infamie; e continua scrivendo “Della storia universale si può dire tutto. Soltanto una cosa non si può dire: che sia ragionevole”.

Dostoevskij e noi, a partire da Svevo e Landolfi

Come detto, Memorie dal sottosuolo è stato considerato il primo romanzo esistenzialista, e getta anche uno sguardo all’altra faccia del socialismo e dell’ottimismo progressista nella Russia dell’Ottocento.
Ma l’uomo del sottosuolo è anche un nostro contemporaneo, e Dostoevskij è un autore proiettato verso il Novecento e oltre. Per esempio Tommaso Landolfi, nel suo primo racconto, Maria Giuseppa, del 1929, recupera l’abiezione morale del protagonista nel suo rapporto con Maria Giuseppa, che ricorda molto quello dell’uomo dostoevskijano con la prostituta Liza. Infatti Giacomo, il protagonista, non capisce il perché della sua attrazione per la contadina Maria Giuseppa. Forse tenta solo di sconvolgere la noia e la monotonia della vita borghese, rifugiandosi da lei; anche in questo racconto il protagonista abusa di una donna: questo evento sarà il culmine del disprezzo e del ribrezzo che egli prova per la ragazza, cosa che la porterà alla morte.

Inetti e complicati sono i personaggi di Svevo, in tutte le loro apparizioni, con gradazioni e tonalità differenti (Alfonso Nitti, Emilio Brentani, Zeno Cosini). Di queste figure, il personaggio di Dostoevskij è un’anticipazione. Una vita, in particolare, contiene anche il motivo del duello, che in questo caso però è mancato e risolto dal suicidio. Il protagonista Alfonso Nitti sente il desiderio di integrarsi nella società, è frustrato e molto attento al giudizio degli altri e, come l’uomo del sottosuolo, trova il suo sfogo nella depravazione occasionale oppure nella lettura, che evidenzia in chiave ironica l’ambizione culturale e la diversità del protagonista rispetto al resto del mondo.


Memorie dal sottosuolo è per noi un bene prezioso. Dostoevskij fa riflettere su se stessi, facendo parlare un uomo eternamente autentico, in cui ognuno di noi può rispecchiarsi in certi momenti della sua vita. La frustrazione, la rabbia, la contraddizione e l’incapacità di comprendere una società che ci travolge: di questo Dostoevskij parla ai posteri, mettendoci in guardia dal palazzo di cristallo; può essere il socialismo del tempo, il razionalismo illuminista, o l’influenza dei mass media ai nostri giorni. Guardarsi sempre da chi promette il benessere assoluto, da chi è tanto audace da osare illustrare all’uomo la via della felicità, perché significa chiudere gli occhi di fronte al proprio lato oscuro, rinunciare a far luce sull’uomo. Non è la felicità imposta dall’alto a rendere l’uomo libero, ma è la felicità ricercata nella consapevolezza della complessità dell’individuo.


Bibliografia

  • Berdjaev N., La concezione di Dostoevskij, Torino, Einaudi, 2002.
  • Farci, C., Svevo e Dostoevskij. Temi in comune e terzo incomodo, “Italianistica”, XLIV, 3, settembre-dicembre 2015, pp. 109-126.
  • Landolfi T., Maria Giuseppa da Dialogo dei massimi sistemi, Milano, Adelphi, 1996.
  • Moravia A., prefazione a Memorie dal sottosuolo, Milano, Rizzoli, 1994.
  • Pacini G., prefazione a Ricordi dal sottosuolo, Milano, Feltrinelli, 2013.