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Diventiamo lettori selvaggi! Intervista a Giuseppe Montesano

Giuseppe Montesano, scrittore, traduttore e biografo di Baudelaire, ha da poco pubblicato un grande e generoso libro che invita tutti a diventare “lettori selvaggi”. Per riprendersi il tempo, la libertà, l’altrove, la bellezza, le possibilità di continuo rinnovamento che la passione per la lettura e la letteratura possono donare. Per non avere paura della realtà. Per rimanere vivi. 

Giuseppe Montesano, che cos’è un lettore selvaggio?

Un lettore selvaggio è semplicemente un lettore libero: o, più esattamente, un lettore che vuole sempre più libertà. Un lettore quindi che non ha timore di sbagliare, o di non essere capace, o di non conoscere abbastanza: libero dai legacci e dalle paure che troppo spesso ci impediscono di buttarci nel grande mare fascinoso in cui la lettura, la musica, la filosofia, le arti diventano esperienze e amori della nostra vita. I lettori selvaggi sono quelli che nella lettura cercano una vita più eccitante e misteriosa, sono quelli che non si accontentano di vivere una sola vita, sono quelli a cui sta stretto il mondo in cui sono stati chiusi.

Si può diventare, ritornare, cominciare ad essere lettori selvaggi anche dentro le aule di una scuola, tra banchi e cattedre, tra programmi da svolgere e letture da fare? Come?

Lettori selvaggi si diventa a qualsiasi età, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Basta volerlo: e cominciare. La scuola è adatta a far crescere lettori liberi? La scuola è adatta a tutto ciò che si desidera: bisogna solo accorgersi, una mattina triste e nebbiosa, che la noia sta uccidendo noi e i nostri alunni: proprio in quel momento si capirà che non solo è possibile cominciare una nuova vita a scuola, ma si capisce che cominciare una nuova vita a scuola è necessario. Lo spazio esiste sempre, nonostante cattedre e programmi ingombranti. Leggere selvaggiamente ovvero liberamente sarebbe una conquista straordinaria che cambierebbe di colpo la vita a molti ragazzi. Come possiamo fare noi insegnanti a far crescere lettori selvaggi? Solo accendendo le curiosità dei ragazzi, non ci sono altre vie. Mai costringendo, perché è inutile; mai svendendo il sapere, perché così si ottiene solo che i ragazzi sottovalutino il potere che giace nella lettura; ma sempre essendo noi per primi affascinati e entusiasti, perché generando entusiasmo siamo contagiosi. Questo cerco miseramente di fare io quando sono un insegnante, ed è questo che ho messo dentro Lettori selvaggi.

Il suo libro si può leggere di filato o a salti, guidati dal titolo di un’opera, da un nome di un autore, oppure dal caso… le chiediamo per finire di scegliere una pagina per gli insegnanti che ci seguono.

Una pagina per gli insegnanti, vale a dire anche per me stesso, potrebbe essere questo frammento sul poeta Dylan Thomas:

"… la mattinata era grigia, forse piovosa; interrogavo stancamente qualcuno da posto, può darsi su Kant; e chiamai C., la ragazza infagottata perpetuamente in un giubbino di jeans che in classe non faceva altro che leggere, tranquilla nel suo banchetto e indifferente al disprezzo delle compagne: leggeva a casaccio, Prévert, Poe, Calvino, qualsiasi libro andava bene per chiudersi come una tartaruga nel guscio: ma quella mattina, chiamata a spiegare Kant, C. si alzò e con voce roca e rotta cominciò a scandire: ‘Quando i miei cinque e contadini sensi vedranno… Il mio cuore unico e nobile ha testimoni in tutte le contrade d’amore… E quando cieco sonno cadrà sui sensi che spiano, il cuore stesso diventerà sensuale…’: pian piano le teste spente della classe si voltarono verso di lei a bocca aperta, e con la voce ostinata e goffa di C. una musica spaventosa, elettrizzante e ingenua invase l’aula: poi C. si sedette, e risprofondò nel suo mondo, mentre le parole di Dylan Thomas continuavano a danzare: When my five and country senses see…”,

ma potrebbe anche essere anche il finale del pezzo sul poeta Leopardi:

La Ginestra è l’estremo segnale, fragile e quasi contro il proprio pensiero, di una possibile speranza: la disobbedienza a quella Storia ottusamente ciclica che finisce per diventare Natura eterna. Non bisogna accettare ‘le cose come sono’ ma opporsi, fosse solo nel canto stremato dei poeti: è questa la voce che Leopardi leva contro il corso del mondo, chiedendo che gli uomini non pieghino il ‘capo innocente’ davanti agli oppressori fisici e metafisici. Ma il tempo gli manca, sta sempre più male, la breve estate è finita: ora la morte può essere la sola liberazione, la sola forma di evasione concessa a chi sopravvive in ‘un luogo dove assai meglio abitano i sepolti che i vivi’, un luogo che non è più una città reale ma il mondo senza poesia che non è mai stato il suo. Il tempo fuori dai calendari che Leopardi a volte sognò non è dato ai vivi, e i morti sono morti: e dove si troverà mai quell’amore che tutto trasporterebbe nell’attimo che salva? A noi, perduti nella chiacchiera del nostro piccolo ma tanto caro Io, anche solo nominare quell’amore appare ridicolo e vano. Ma qualche anno fa, in un’aula sudicia e squallida, dove avevo appena finito di parlare della sua solitudine mortale, e, come sempre mi capita, i versi di Amore e Morte che avevo letto mi si erano strozzati in gola, nel silenzio che si era fatto spaventoso, si sentì una voce, la voce rabbiosa e trasognata di una ragazza di 18 anni, una voce sorda e distante che mormorò: ‘Io… Io avrei saputo amarlo…’”. [ef]

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