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Elogio della soggettività nell'insegnamento

Per insegnare bisogna conoscere, e per conoscere bisogna leggere e studiare. Tanto. Il più possibile. L'insegnante è, prima di tutto, uno studioso. 

Insegnando Lingua e letteratura italiana, tendo a leggere soprattutto poesia, romanzi e qualche saggio. Sono testi che sicuramente risulteranno utili, oltre che per un mio arricchimento personale, anche per il mio lavoro di docente, grazie alla ricaduta didattica di ogni nuova conoscenza.
Come lettore, ho delle predilezioni personali nel campo della letteratura, e sarebbe bello che io potessi esprimerle nel mio insegnamento. Ma ciò può accadere con sempre maggiore difficoltà. Perché ormai da diversi anni i presidi – o, come si dice con termine più moderno, i "dirigenti scolastici" –chiedono ai professori della stessa materia di presentare la stessa programmazione. Si chiama "programmazione dipartimentale", cioè per dipartimenti, come pomposamente (scimiottando la terminologia universitaria) si definiscono i raggruppamenti dei docenti della medesima disciplina in una scuola.
Intendiamoci: le riunioni di dipartimento possono essere occasioni preziose di confronto e di arricchimento reciproco, di messa in comune di esperienze e di "buone pratiche". Altra cosa, però, è la pretesa che tutti facciano esattamente le stesse cose. L'obiettivo dei dirigenti è chiaro: evitare disomogeneità, nell'offerta formativa e nella valutazione, tra le diverse classi. Tuttavia questa legittima preoccupazione si traduce in una forzata standardizzazione dei percorsi didattici e in una limitazione di quella libertà creativa che uno dei punti di forza di ogni insegnamento. Il docente deve trasmettere passione, e la passione non la trasmetti se non ce l'hai. La passione per la letteratura, per esempio, non è qualcosa di astratto, ma è legata a quelle fasi della storia letteraria, a quegli autori, a quelle opere, a quei testi specifici.
Oggi, invece, si cerca di perseguire a tutti i livelli un appiattimento delle differenze, un'omologazione forzata di gusti e opzioni. Già nel 1978 Cesare Cases, in un suo celebre saggio uscito sui "Quaderni Piacentini" con il titolo Il poeta e la figlia del macellaio, ammoniva sul rischio che anche l'insegnamento fosse condizionato dalle preoccupazioni «di un capitalismo monopolistico ossessionato dalla paura che qualcosa sfugga al suo controllo e venga abbandonato al caso». Preoccupazioni analoghe sono state espresse di recente da Noam Chomsky nel libro-intervista (a cura di C.J. Polychroniou) Ottimismo (malgrado tutto). Capitalismo, impero e cambiamento sociale (Ponte alle Grazie), che presenta un intero capitolo sui «pericoli dell'istruzione di mercato».
Ecco, credo sia giunto il momento di tessere un elogio della soggettività nell'insegnamento. È ora che i docenti tornino a rivendicare il proprio ruolo di professionisti e di intellettuali, rifiutando quello di tristi burocrati, chiamati ad applicare pedissequamente circolari ministeriali e decreti dirigenziali. Lo scrive anche uno dei nostri più autorevoli storici della lingua, Luca Serianni, in un suo volume uscito presso il Mulino, Per l'italiano di ieri e di oggi: «È assolutamente doveroso che la famiglia che manda i figli a scuola sappia che nella II A o nella II B il figlio o la figlia avrà un trattamento di alto livello; però non lo stesso trattamento, perché è giusto che ogni professore dia ai propri alunni l'impronta della sua formazione e, perché no, anche dei suoi gusti culturali». Parole da meditare, e possibilmente da mettere in pratica.
Roberto Carnero