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I 150 anni di «Fosca», icona della letteratura scapigliata

In contrasto con i princìpi rigidamente materialistici e normativi tipici della società borghese-capitalistica, all’indomani dell'Unità d'Italia gli Scapigliati optarono per un’arte ricca di contenuti ideali e spirituali e al contempo tesa a contrastare la mercificazione della letteratura. Mentre il tardo Romanticismo riteneva ancora possibile promuovere la nobiltà dei valori e la bellezza dei sentimenti, la Scapigliatura offriva provocatoriamente il crudo spettacolo del brutto, cercando di suscitare il disgusto e il raccapriccio del lettore con immagini macabre o allucinate, con incubi e ossessioni. Se il pubblico borghese è così cieco e sordo di fronte all’arte che cerca di cantare il bello, il buono e i conflitti interiori dell’animo umano, tanto vale allora sfidarlo apertamente, senza più remore, procurandogli uno sconcerto e uno choc destabilizzanti: «Il Bello sta nell’Orrido, / nella Beltà è l’Orror!», scrive Giulio Pinchetti in Poeta, con un certo gusto per il paradosso. «Non trovando il Bello / ci abbranchiamo all’Orrendo», gli fa eco Arrigo Boito in A Giovanni Camerana.
La predilezione per tutto un repertorio orrido, mortuario e sepolcrale si traduce in ricorrenti immagini di tipo satanico e macabro. Tavoli d’anatomia, cadaveri, scheletri, teschi, bare, sepolcri, vermi, corpi deformi, feti fanno parte del corredo tematico degli Scapigliati e sono volti a provocare profondo fastidio nel lettore perbenista: è un’ostentata provocazione contro quell’idea di decoro che in genere tende a sottacere o a rimuovere la rappresentazione della malattia e della morte. Qui, invece, c’è un evidente compiacimento nel mettere in primo piano gli aspetti più ripugnanti della realtà, insistendo sul motivo della corruzione e della decomposizione fisica.
Nel solco di questa ricerca del disgusto si colloca la propensione a rappresentare la figura femminile come brutta, sgraziata, sgradevole, malata, vampiresca e satanica, in opposizione ai modelli letterari della tradizione che la raffiguravano come angelicata e salvifica (si pensi, in tal senso, al ruolo positivo del personaggio di Lucia nei Promessi sposi). Donne “fosche” anziché “chiare”: nel romanzo breve Fosca (1869) di Tarchetti, che ora torna in libreria in una nuova edizione (a cura di Giovanna Rosa per Feltrinelli), Fosca e Clara sono proprio i due personaggi-prototipi femminili, rispettivamente “nero” e “solare”. Rimasta incompiuta per la morte dell'autore (avvenuta a Milano all'età di 30 anni), l’opera venne completata dall'amico Salvatore Farina, che scrisse il quarantottesimo capitolo, mentre Tarchetti aveva fatto in tempo a comporre i successivi due, con i quali il romanzo si conclude.
La trama è piuttosto esile. Dopo un lungo periodo di convalescenza – nel quale a Milano ha ritrovato la fiducia nella vita anche grazie alla relazione adulterina con una giovane donna sposata, Clara – Giorgio, ufficiale dell’esercito dal temperamento nervoso e agitato, viene mandato in una città di provincia dove, in casa del suo superiore, conosce Fosca, donna isterica e deforme. Questa si innamora di Giorgio, che opprime con un continuo ricatto psicologico, con eccessi di tenerezza e crisi nervose. L’uomo ne è insieme respinto e attratto, e la passione che Fosca prova nei suoi confronti diventa per lui motivo di una profonda destabilizzazione interiore. Così Fosca assurge, da vittima di una sorte sfortunata, a carnefice del protagonista, sempre più coinvolto in un inconscio, masochistico desiderio di sofferenza che lo porterà, dopo la morte di lei, a una insanabile angoscia e malinconia.
Fosca è uno dei testi più importanti della produzione scapigliata, anche se, riletto oggi (a 150 anni dalla prima pubblicazione), rivela tutti i suoi difetti: soprattutto diversi momenti di lentezza nello svolgimento narrativo e frequenti appesantimenti intellettualistici per la tendenza del narratore a filosofeggiare sull’amore, sulla malattia, sul rapporto uomo-donna, e via discorrendo. Va aggiunta la difficoltà di un registro stilistico (sul piano lessicale e, in parte, anche sintattico) molto lontano dal nostro, tanto che a questa nuova edizione avrebbe certamente giovato un apparato di note esplicative, pena, in sua assenza, il rischio di una mancata comprensione, soprattutto da parte dei lettori più giovani (penso agli studenti delle scuole e anche dell'università, dove il testo continua a essere proposto, anche se oggi probabilmente meno che in passato).
La forza del romanzo è però in questo personaggio femminile decisamente nuovo. Come scrive Giovanna Rosa nella sua postfazione, «spetta a Fosca, insieme con la contessa Livia di Senso (la storiella scapigliata di Camillo Boito da cui Visconti trasse il suo celebre film), inaugurare la schiera delle protagoniste della nostra modernità narrativa: poi seguiranno Eva di Verga, Giacinta di Capuana, Arabella di De Marchi, e anche Teresa di Neera». La fortuna di questo testo attraverso il tempo, del resto, è confermata dal fatto che nel 1981 Ettore Scola ne ha tratto un film, dal titolo Passione d'amore (in cui Fosca e Giorgio sono interpretati rispettivamente da Valeria D’Obici e Bernard Giraudeau), un'opera cinematografica molto riuscita, che è stata capace di interpretare, in maniera fedele e insieme originale, le suggestioni del lavoro tarchettiano.
Roberto Carnero