Blog

Il capolavoro sconosciuto di Honoré de Balzac

Sono stati a scuola, ne sono usciti, hanno ascoltato lezioni, letto libri e manuali, subito interrogazioni e svolto compiti. I nostri nuovi blogger hanno tra i 18 e i 20 anni, e una gran voglia di condividere con i lettori i loro sguardi "al cuore della letteratura".

Oggi Francesca Frittelli legge per noi Il capolavoro sconosciuto di Balzac, in un percorso che accoglie voci e sguardi di grandi filosofi e artisti come Taine e Picasso.

Honoré de Balzac, autore che ha scritto fiumi e fiumi di pagine, famoso per il suo progetto di un’opera monumentale, la Commedia umana, mi ha stregato con un racconto breve, Il capolavoro sconosciuto, di cui vi parlerò oggi.

La storia e le vicende editoriali

Scritto tra la primavera del 1830 e l’estate del 1831, questo racconto testimonia una fase del lavoro di Balzac e del suo progetto di Commedia umana in cui riflette sulle passioni estreme, che travolgono e perdono l’uomo. Nel caso di questo racconto, la passione presa in esame è quella conoscitiva, alla ricerca dell’Assoluto.
Il racconto compare per la prima volta su una rivista, “L’Artiste”, in due puntate: la prima il 31 luglio e la seconda il 7 agosto del 1831. Nel 1847 viene pubblicato in volume, con alcune modifiche.
Le linee dell’intreccio sono riprese dal racconto fantastico Der Baron von B. di Ernst Theodor Amadeus Hoffman.

La scelta della novella di Hoffmann non è casuale: Mariolina Bertini, studiosa di letteratura francese, afferma che tra il 1829 e il 1830 la traduzione in Francia dei racconti del berlinese Hoffmann aveva destabilizzato il pubblico poiché l’universo del fantastico, fino ad allora relegato alla dimensione della fiaba per bambini, aveva fatto irruzione nella vita quotidiana.

Infatti le vicende non erano più ambientate in un mondo inventato o remoto ma nelle moderne città della Germania e l’immagine stessa di Hoffmann, mentre i suoi racconti invadevano le librerie parigine, diventava leggenda. Inoltre Balzac conosceva bene il testo poiché l’aveva stampato nella rivista “La Gymnase”, a cui lavorava ai tempi dell’attività di tipografo-editore, esperienza che si rivelò successivamente fallimentare.

Il racconto

Il capolavoro sconosciuto è ambientato nel 1612 e si apre con la visita all’atelier di Porbus, pittore affermato, da parte di Poussin, un giovane pittore alle prime armi che desidera prendere lezioni dal maestro. Sulla rampa di scale davanti all’atelier avviene l’incontro con un altro personaggio, l’anziano pittore Frenhofer. Poussin non lo conosce, ma rimane affascinato dalla sua figura. Porbus invita i due signori ad entrare. Poussin subito ammira estasiato il dipinto Maria egiziaca su cui sta lavorando Porbus, mentre Frenhofer si lancia in un monologo pieno di critiche dirette a Porbus, che accusa di non aver saputo imprimere la vita, ciò che è più rilevante, nella sua creazione. Con qualche piccola modifica Frenhofer rende Maria egiziaca sublime.

Il pittore invita a cena i due e, durante il pasto, racconta che da ben dieci anni lavora di nascosto ad un dipinto, il ritratto di una donna, Catherine Lescault, ancora incompleto ma che, secondo lui, è già un capolavoro. Rientrato a casa, Poussin convince la sua giovane compagna, Gilette, a posare per Frenhofer. Gilette teme di diventare uno strumento senz’anima in mano all’artista ma accetta per amore del ragazzo. Tre mesi dopo Porbus incontra Frenhofer amareggiato e stanco; la realizzazione della sua opera lo sta infatti corrodendo. Allora Porbus gli propone di utilizzare Gilette come modella per il ritratto ma Frenhofer non è d’accordo; in quel momento entrano Poussin e Gilette. Poussin, geloso dello sguardo che Frenhofer rivolge all’amata, vorrebbe tornare alla locanda ma, con un colpo di scena, l’anziano pittore decide di mostrare ai tre il suo capolavoro.

La visione del dipinto desta un generale stupore: non appare infatti alcuna figura; solo un indistinto miscuglio di colori, un’enorme macchia eterogenea dalla quale sbuca un minuscolo piede nudo di donna, in un angolo della tela. Superato lo stupore iniziale, appena viene notato quel piedino, tutto assume un senso. Frenhofer aveva trascorso anni a perfezionare la sua opera senza rendersi conto del fatto che, per renderla perfetta, l’andava giorno giorno distruggendo. Come un monomaniaco, non si era accorto della scomparsa della donna nel caos. Così non viene compreso, resta solo, e, ferito nel proprio orgoglio, si accanisce contro gli altri che lo deridono. La vita, le ore spese a elevare la sua opera ad un grado di eccellenza, non sono servite se non a renderlo ridicolo agli occhi altrui. Per questo motivo, dilaniato dal dolore, durante la notte brucia tutte le sue opere e si suicida.

I protagonisti

Vale la pena di ricordare che, nel racconto, sono presenti personaggi d’invenzione e realmente vissuti.

  •  Frenhofer, il protagonista del racconto, è l’unico allievo del pittore fiammingo Jan Gossært, detto Mabuse (XV secolo). Unico personaggio inventato, potrebbe essere il portavoce del pensiero dell’autore, nonché forse lui stesso, tormentato fino alla fine dei suoi giorni da un progetto troppo ambizioso e infine impossibile da portare a termine. D’altra parte Frenhofer è un innovatore, certo dell’importanza della sua arte.
  •  Frans Pourbus (o Porbus) detto il Giovane (1569-1622), conosciuto anche come "Frans II", è un pittore fiammingo, figlio di Frans Pourbus il Vecchio. Probabilmente si forma nello studio del nonno e, secondo la tradizione di famiglia, si specializza nell’arte del ritratto. Diventa rapidamente uno dei pittori più apprezzati del Seicento, spostandosi continuamente. Dal 1599 al 1612, anno della morte di Vincenzo Gonzaga, ricopre il ruolo di ritrattista della corte dei Gonzaga, prestando i propri servigi anche alla famiglia dei Medici. Grazie ad un documento epistolare dell’ambasciatore Alessandro da Rho a Torino a corte nel 1606 a proposito del ritratto di Margherita di Savoia, si può ricostruire il modo di dipingere di Porbus: in due sedute ritraeva il modello che aveva davanti sulla tela. Si concentrava sull’espressione e sui lineamenti del viso e tracciava un disegno a matita nera da riprodurre sulla tela. Una volta nel proprio studio, completava il dipinto, ponendo particolare attenzione alle teste e ai capelli, realizzati per ultimi. I suoi dipinti si caratterizzano per la presenza di oggetti stravaganti, fiori di vario genere e simboli che rinviassero al matrimonio.
  •  Nicolas Poussin (1594-1665) è un pittore francese e viene considerato uno dei principali interpreti del classicismo francese del 1600. Il percorso artistico di Poussin è singolare: l’artista non proviene da una famiglia di artisti, come Porbus; anzi, sin dall’adolescenza deve opporsi al padre che desiderava per lui una carriera da avvocato. Nel 1612 inizia la sua erudizione che vede come tappe del suo percorso Rouen e Parigi. Studia gli artisti manieristi francesi ma anche Raffaello Sanzio e Leonardo da Vinci, affascinato anche dalla pittura veneta di Tiziano. Proprio l’interesse verso questi pittori lo porterà a visitare l’Italia e a trascorrervi gran parte della vita, fino alla morte a Roma. Le opere di Poussin partono da una riflessione sul soggetto e sulla storia, con il tentativo di riprodurre il linguaggio classico e di calare i personaggi nella realtà descritta dai poeti classici con la stessa gamma di valori morali. Per quanto riguarda l’iconografia, alcuni dipinti ritraggono figure mitologiche, altre religiose.

L’ambientazione e la lezione di Taine

Ci si potrebbe domandare, a questo punto, perché Balzac scelga la Francia del XVII secolo come ambientazione. Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto Balzac non amava il Cinquecento perché troppo normativo e schiavo del principio di Autorità. Stessa tara riconosceva nel Settecento. Il Seicento, invece, gli appariva più adeguato ad accogliere la domanda che trapela dal suo racconto: le conseguenze della passione per la conoscenza, come si è detto, e soprattutto la conoscenza del perfetto e dell’imperfetto nella ricerca dell’Assoluto. Per capire meglio la scelta di Balzac, occorre fare riferimento alle riflessioni sull’arte a lui coeve. E il nome da fare per primo è senz’altro quello di Hippolyte-Adolphe Taine (1828-1893).

Nel 1865 Taine pubblica il saggio Filosofia dell’arte, capolavoro dell’estetica di impronta positivistica, analizza l’opera d’arte e la sua produzione in circostanze e ambienti diversi. Infatti, secondo Taine, “le creazioni dello spirito umano, come quelle della natura vivente, si possono spiegare solo facendo riferimento al loro ambiente”. A proposito dalla Francia del XVII secolo, scrive che il gusto della gente dell’epoca era “conforme alla propria persona: nobile, poiché erano nobili, non solo di nascita, ma anche di sentimenti; corretto, poiché erano stati educati nella pratica e nel rispetto del galateo”. Continua: “fu proprio questo il gusto che, nel XVII secolo, foggiò tutte le opere d’arte: la pittura sobria, elevata, severa di Poussin. […] L’impronta però è ancora più visibile nella letteratura: mai, né in Francia, né in Europa, l’arte del bello scrivere si spinse così lontano. Sapete bene che i più grandi scrittori francesi sono di quell’epoca: La Fontaine, Molière, Boileau…”. Taine nel seguito del testo parla dell’importanza del teatro nel ‘600, in particolare della tragedia di Racine e conclude così: “Si può dire che in quel momento la Francia insegnò l’educazione all’Europa; fu la fonte di ogni eleganza, del piacere, del bello stile, delle idee raffinate, del saper vivere”. Quindi la Francia del Seicento, dal punto di vista culturale, aveva raggiunto l’apice delle sue possibilità: uno dei motivi che spinge Balzac ad ambientare in questo contesto Il capolavoro sconosciuto.

Ma occorre anche considerare, a monte di questa scelta, il tipo di visione dell’arte diffuso in questo periodo. Secondo Taine, infatti, la vera arte è quella che riesce a manifestare la natura intima delle cose attraverso la profonda identità tra bello e vero, due concetti molto cari al classicismo francese. Il genio, per Taine, è indispensabile affinché un artista provi una “sensazione originale” che gli faccia cogliere il tratto fondamentale dell’opera e, allo stesso tempo, gli faccia attuare il “manifestare concentrando”, unendo tutte le componenti del dipinto sotto quel tratto fondamentale. Il fine dell’opera d’arte è quindi “rendere dominante un carattere notevole”. Frenhofer forse non ha fallito, secondo l’ottica di Taine che dice che il personaggio di Frenhofer ed altri “hanno dato vita ad opere letterarie più profonde, quelle che, meglio di altre, hanno manifestato i caratteri importanti, le forze elementari, gli strati profondi della natura umana”. E se la vita fosse stato il carattere del dipinto che Frenhofer voleva elevare sopra a tutto il resto, compresa la geometria e tramite il colore, multiforme e diretto? Insomma: se Frenhofer avesse voluto inviare un messaggio che non è stato recepito dai suoi contemporanei? Poussin e Porbus, alla ricerca della perfezione formale, non potevano accettare un guazzabuglio di colori. Lo faranno, tempo dopo e in modi differenti, Cézanne e Picasso.

Fortune del testo e dei suoi personaggi: Cézanne 

L’ammirazione di Paul Cézanne per Frehnofer è abbastanza nota. Una bella attestazione viene da una pagina dei Souvenirs pubblicati dal pittore francese Émile Bernard nel 1907. Nel febbraio del 1904, in seguito ad una serie di viaggi, Bernard decide di recarsi a casa di Cézanne ad Aix; i due sono molto distanti in quanto ad età, Bernard è circa trenta anni più giovane di Cézanne, ma tra di loro nasce comunque un’amicizia e quella che avrebbe dovuto essere una breve visita diventa per Bernard un soggiorno ad Aix di un mese, fitto di conversazioni sull’arte. È proprio durante una di queste conversazioni a tavola che accade qualcosa di inaspettato.

Cézanne ripeteva infatti di aver perso ogni interesse nella letteratura, non la trovava più appagante. Allora Bernard gli raccontò la trama de Il capolavoro sconosciuto e Cézanne fu talmente colpito da alzarsi, e senza una parola, solo a gesti, tra le lacrime, rivendicare la sua affinità con un artista che aveva saputo vedere più a fondo e più in alto dei suoi contemporanei in fatto di arte, di vita, di creazione. Vale la pena di riportare per intero il ricordo di Bernard:

Una sera in cui parlavo dello Chef-d'oeuvre inconnu e di Frenhofer, l’eroe principale del dramma di Balzac, [Cézanne] si levò da tavola, si piantò dinanzi a me e, colpendosi il petto con l’indice, confessò, senza una parola, ma con quel gesto enfatico, […] di essere lui il personaggio del romanzo. Ne era tanto commosso che gli occhi gli si erano riempiti di lacrime. Qualcuno, dal quale era stato preceduto nella vita, ma la cui anima era profetica, lo aveva intuito. Ah! C’era una grande distanza tra quel Frenhofer reso impotente dal genio e quel Claude impotente per natura che Zola, a torto, aveva visto in lui! Così, quando più tardi scrissi su Cézanne per l’“Occident” (luglio 1904), misi in epigrafe questa frase, che ben lo riassume, nell’insieme, e che lo avvicina all’eroe di Balzac: “Frenhofer è un uomo appassionato per la nostra arte, che vede più in alto e più lontano degli altri pittori”.

Fortune del testo e dei suoi personaggi: Picasso 

Un altro pittore, legato a Cézanne, ebbe a che fare con Il capolavoro sconosciuto: Pablo Picasso. Picasso venne a conoscenza del racconto di Balzac grazie al suo editore Ambroise Vollard che nel 1926 gli chiese di illustrare il racconto per farne un’edizione in occasione del centenario (1931). Con un’abile mossa, Vollard riesce a legare i trascorsi dei due artisti che, se pur differenti, sono simili nell’andare oltre la realtà, nel problema della collocazione delle figure all’interno dello spazio e nel rapporto erotico con la modella (ne abbiamo degli esempi nelle dodici acqueforti fuori testo che rappresentano il pittore con la sua modella e mettono in luce un tema implicito nel racconto balzachiano).

Picasso, più tardi, nel 1936, mentre cercava uno studio, venne informato dall’amico attore Jean-Louis Barrault che era disponibile, al numero 7 di Rue des Grands-Augustins, un vasto atelier che faceva parte di quello che era stato, prima della Rivoluzione, l’Hotel de Savoie-Carignan. Questo era l’atelier di Porbus, citato all’inizio del racconto balzachiano. Il pittore decise allora di affittare l’atelier. E lì dipinse Guernica, esposto in occasione dell’Esposizione universale di Parigi del 1937. Su questa scelta di Picasso, che con tutta verosimiglianza sentiva un’affinità con Frenhofer, vale la pena di ricordare la testimonianza dell’amico fotografo Brassaï. Certo, Brassaï confonde l’atelier di Pourbus con quello di Frenhofer del finale del libro. Ma ci racconta ancora una volta il potere artistico e civile di un luogo e di un racconto simboli della riflessione sull’arte, del fare pittura, del confrontarsi con il mondo senza rinunciare ad un rapporto critico col mondo medesimo:

Un’altra ragione del fascino di quella casa era che Balzac vi aveva ambientato il suo romanzo, Chef-doeuvre inconnu. In quella dimora, che prima della rivoluzione era il palazzo Savoia-Carignano, Balzac faceva incontrare il maestro Frenhofer con François Porbus e Nicolas Poussin; là l’eroe del suo romanzo, allontanandosi sempre più, nella sua brama d’assoluto, dalla rappresentazione della natura, creava il suo capolavoro, lo distruggeva e poi moriva. La descrizione fatta da Balzac di quella casa, della scala ripida e buia, è di una veridicità addirittura impressionante. Commosso e stuzzicato dall’idea di prendere il posto dell’illustre ombra di Frenhofer, Picasso affittò immediatamente l’atelier. Era il 1937. E nello stesso luogo in cui Balzac aveva ambientato Chef-d'oeuvre inconnu, egli aveva dipinto il suo “notissimo capolavoro”: Guernica.