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Il sistema periodico

«Ma guardate l'idrogeno tacere nel mare
Guardate l'ossigeno al suo fianco dormire
Soltanto una legge che io riesco a capire
Ha potuto sposarli senza farli scoppiare
Soltanto la legge che io riesco a capire»
Un Chimico, Fabrizio De André

Privo Levi, raccontato da Giovanni Abati, uno dei nostri giovani blogger, tutti tra i 18 e i 20 anni, che hanno una gran voglia di condividere con i lettori i loro sguardi "al cuore della letteratura". 
 

Parlare di Primo Levi è difficile. La sua vita è indissolubilmente legata alla devastante esperienza nei lager nazisti e si ha l’impressione di non riuscire mai a capire mai a fondo il dolore viscerale che vuole trasmetterci; il che, soprattutto nelle pagine più strazianti della sua produzione letteraria, può gettare nello sconforto. Un velo invisibile separa noi, lettori del ventunesimo secolo, dalla profondità con cui Levi ci racconta l’orrore da lui vissuto in prima persona e anche mentre scrivo queste parole sono accompagnato dal timore di averlo completamente frainteso.
La sua figura, tuttavia, non può e non deve essere identificata con la sola prigionia ad Auschwitz, che per quanto traumatica e assolutamente centrale rischia di «assorbire» ogni altro tratto dello scrittore, relegandolo in un passato ormai sempre più distante. Ma Levi è sempre attuale, sempre vicino a noi; se è vero che niente lo ha segnato come i mesi nel campo nazista, è altrettanto vero che essi rappresentano (perlomeno temporalmente) solo una minuscola frazione della sua vita, ed è lui stesso a raccontarci la sua vita al di là di Auschwitz nel suo quinto libro, Il sistema periodico, pubblicato nel 1975.

Levi “nasce” come chimico; ed è la chimica la vera protagonista del libro, una raccolta di ventuno racconti (perlopiù autobiografici) ognuno intitolato come un elemento della tavola periodica. Quella che a un primo impatto potrebbe rivelarsi una semplice scelta di forma è in realtà una vera e propria chiave di lettura: i titoli non sono scelti causalmente, ma hanno un legame concreto con il contenuto del racconto, ed è il lucido sguardo da scienziato di Levi a illustrarcelo con chiarezza. Trattandosi soprattutto di episodi della sua vita da chimico, spesso gli elementi compaiono materialmente; ma come essi si leghino alla sua vita è da ricercare ancora più a fondo, nella sua intima e poetica visione della chimica.
«Per me la chimica rappresentava una nuvola indefinita di potenze future, che avvolgeva il mio avvenire in nere volute lacerate da bagliori di fuoco, simile a quella che occultava il monte Sinai. Come Mosè, da quella nuvola attendevo la mia legge, l’ordine in me, attorno a me e nel mondo», dichiara in Idrogeno. La sua è una chimica fumosa, alchemica, un’eterna lotta contro il Caos forse persa in partenza, ma cui l’uomo non può sottrarsi; e gli elementi, “princìpi primi” della materia, diventano paradigmatici dell’esistenza, microcosmi in cui l’uomo può ritrovare se stesso, i propri vizi e le proprie virtù.

In Zinco, per esempio, riflettendo sulle proprietà dell’omonimo materiale (facilmente attaccato dagli acidi se impuro, molto resisten-e nel caso contrario), Levi scrive: «Se ne potevano trarre due conseguenze filosofiche tra loro contrastanti: l’elogio della purezza, che protegge dal male come un usbergo; l’elogio dell’impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. Scartai la prima, disgustosamente moralistica, e mi attardai a considerare la seconda, che mi era più congeniale. Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze...».

Il suo stile limpido e preciso è quel che per lo scienziato è il vetrino del microscopio, attraverso cui scrutare mondi diversi e lontani; così la scrittura di Levi ci trasporta in un passato che, seppur distante, pulsa di vita e quotidianità. Ma il vetrino separa lo scienziato dai mondi lontani, e un velo di onnipresente malinconia offusca il ricordo dei tempi andati; la loro rievocazione è accompagnata da un dolceamaro abbandono alla contemplazione delle ipotesi ormai perdute per sempre. Esemplare è, in questo senso, il capitolo Fosforo: Levi, innamorato di Giulia, vecchia compagna di scuola ritrovata a lavoro, non riesce a fare il decisivo passo avanti e l’intero episodio si tinge (prendo in prestito il termine dal portoghese) di saudade. Così viene descritto il momento in cui Giulia gli si stringe contro durante un temporale: «Sentivo il calore del suo corpo contro il mio, vertiginoso e nuovo, noto nei sogni, ma non restituii l’abbraccio; se lo avessi fatto, forse il suo destino e il mio sarebbero usciti fragorosamente dai binari, verso un comune avvenire totalmente imprevedibile»; e ancora, il capitolo si conclude così: «[Giulia] ha avuto molte traversie e molti figli; siamo rimasti amici, ci vediamo a Milano ogni tanto e parliamo della chimica e di cose sagge. Non siamo malcontenti delle nostre scelte e di quello che la vita ci ha dato, ma quando ci incontriamo proviamo entrambi la curiosa e non sgradevole impressione (ce la siamo più volte descritta a vicenda) che un velo, un soffio, un tratto di dado, ci abbia deviati su due strade divergenti che non erano le nostre». Questo continuo aprirsi e immediatamente richiudersi di ipotesi non dette è forse l’ostacolo più grande per noi lettori: vorremmo veder succedere qualcosa, disperatamente tifiamo perché il Primo Levi narrato si riscatti, venga aiutato dal destino, trovi il coraggio di rivelare il suo amore a Giulia; ma inevitabilmente il Primo Levi narrante ci riporta la realtà sotto gli occhi, tronca le nostre illusioni e, solo per un attimo, si ferma insieme a noi a chiedersi cosa sarebbe successo se...

Dice Levi di se stesso, ne La chiave a stella, di avere «due anime in corpo», riferendosi alla sua duplice vocazione di chimico e scrittore. Esiste a mio parere un’altra distinzione possibile: quella di scrittore realista e di scrittore fantastico. Utilizzo questi termini nella loro accezione più generale, senza riferirmi a precise correnti o ideologie; da un lato la scrittura di Levi è precisa, essenziale, mai abbandonata a se stessa, ma è significativo che nella raccolta siano presenti ben cinque capitoli non autobiografici, di cui almeno due completamente di fantasia.

Piombo, Mercurio, Zolfo, Titanio, Carbonio: i titoli sono perfettamente in linea con il resto del libro e, ancora, gli elementi sono al centro del racconto, materialmente e metaforicamente. In particolare, le prime due sono brevi storie scritte da Levi stesso durante il suo primo lavoro; ne parla lui stesso in Nichel, spiegando perché ha deciso di includerle nel libro.
«Non li ho voluti abbandonare», spiega: «il lettore li troverà qui di seguito, inseriti, come il sogno di evasione di un prigioniero, fra queste storie di chimica militante». Sono due racconti che evidenziano una grande qualità di Levi scrittore: il riuscire a creare una storia “fantastica”, di evasione, appunto, senza mai perdere di realismo. Piombo e Mercurio hanno ognuno il proprio fascino (il primo dell’antico, il secondo dell’esotico); ma i protagonisti e le vicende sono assolutamente concreti. Analoghi sono i tre capitoli restanti: l’occhio da scienziato di Levi si trasforma per un attimo in quello di un operaio, Lanza, che si trova a dover scongiurare un’esplosione nell’industria in cui lavora, o in quello di una bambina che guarda curiosamente un uomo intento a dipingere i mobili in casa sua. Ancor più significativo è Carbonio, che chiude il libro e ne è la sublimazione: scienziato e scrittore si uniscono indissolubilmente, per seguire il lungo pecorso di un atomo di carbonio attraverso il mondo, in un susseguirsi di reazioni e legami chimici, fino alla conclusione del suo viaggio e del libro.

La straordinarietà della scrittura di Levi nel Sistema periodico sta nel riuscire a coniugare la sua formazione scientifica con il suo bisogno di scrivere. Questi due “fuochi sacri” che animano la scrittura di Levi si uniscono e si completano: forse nessun autore riesce contemporaneamente ad avere una così lucida precisione e una forza espressiva tanto potente e diretta. Paradossalmente, anzi, le immagini più forti sono usate proprio per descrivere il mondo chimico, e la precisione più cristallina viene raggiunta nell’analisi delle emozioni e dei rapporti umani. Gli esperimenti scientifici hanno tinte vivide, assumono i contorni di un’epica battaglia in cui l'uomo ha a disposizione soltanto la propria intelligenza per sondare i misteri della Natura; di contro, le relazioni con gli amici, le ragazze, la quotidianità in generale rimangono pure e limpide, senza che lo scrittore si azzardi ad alterarle se non col fugace sguardo di chi ripensa al proprio passato.
Quel che è più eccezionale è che da questo ritratto scaturisce un personaggio che sentiamo vicino, con dubbi, incertezze, passioni simili alle nostre; il che sembrerebbe impossibile, vista l’esperienza atroce da egli vissuta ad Auschwitz. Eppure i riferimenti alla prigionia nei campi di concentramento non mancano: un intero racconto, Cerio, è ambientato in quel periodo, e inevitabilmente anche altrove vi si accenna – ma Levi riesce a consegnarci i suoi ricordi puri, senza che siano avvelenati da un evento così tremendo.

Il Sistema periodico è la testimonianza del ragazzo che è stato prima della guerra e dell’uomo che è divenuto dopo; sullo sfondo aleggia l’ipotesi più dolorosa del libro: come sarebbe stata la sua vita senza Auschwitz?

Non ci sarà mai risposta. Facciamo nostro il disincanto di Levi e non perdiamo troppo tempo a fantasticare su vite mai vissute e tempi mai trascorsi: il dolore si acuirebbe soltanto.