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Insegnare italiano: la centralità della letteratura

Nei programmi scolastici di "Lingua e letteratura italiana" (così, dopo le ultime riforme, è denominata la materia nella secondaria di secondo grado) la letteratura continua a occupare un ruolo centrale. I manuali di Italiano del triennio sono, di fatto, storie e antologie della letteratura. 

Ciò per certi versi appare paradossale, giacché la letteratura (insieme con la critica letteraria) negli ultimi anni ha sempre più perso quel posto di primo piano che fino a non molto tempo fa deteneva in modo indiscusso all'interno del sistema culturale e formativo. In altre parole, se fino a qualche decennio fa la cultura si identificava in gran parte con la letteratura (o quanto meno non era possibile immaginare una cultura che escludesse la letteratura), oggi sembra che i saperi che contano siano altri: quelli di tipo scientifico, tecnologico, elettronico, informatico, digitale, al limite linguistico, ma certamente non letterario.
Si assiste, insomma, a uno scollamento tra scuola e società, che ricorda, mutatis mutandis, quello denunciato da Luigi Meneghello nella straordinaria rievocazione autobiografica della propria educazione sotto il fascismo contenuta nel suo libro Fiori italiani: «Il vero centro dell'educazione che ci era impartita stava proprio lì, nel farci imparare [...] l'astrusa lingua della "poesia". [...] Peccato che ciò che s'imparava nella fattispecie fosse di così scarsa rilevanza intrinseca ai fini delle successive avventure linguistiche e intellettuali del secolo [...]. Era la lingua aulica della tradizione, nella sua versione ottocentesca: quella di creommi, appo le siepi, mi rimembra, cotanta speme, sarammi allato, risovverrammi; [...] In generale non si era nutriti di cose, ma di parole sulle cose». La critica di Meneghello alla scuola di quel tempo è chiara: lo scollamento tra parole e cose, tra una retorica aulica e pomposa e un Paese reale che stava precipitando nell'abisso.
Ho ritrovato la citazione del testo di Meneghello in un recente volume di Federico Bertoni pubblicato da Carocci: Letteratura. Teorie, metodi, strumenti. Un manuale di teoria della letteratura (la materia che l'autore insegna all'Università di Bologna), che ha il merito di non limitarsi agli aspetti tecnici della disciplina, per sviluppare invece un'approfondita riflessione di tipo culturale sulla condizione della letteratura nella società di oggi e sul suo ruolo all'interno del sistema educativo. Bertoni confessa che ogni volta che entra in un'aula e si siede alla cattedra, non può fare a meno di porsi una serie di domande, che sono quelle che oggi si pongono - credo - tutti gli insegnanti dotati di un minimo di coscienza professionale: «Che ci faccio qui? [...] Perché spiego queste cose? Per quale intreccio di circostanze questi frammenti del mio sapere, ricombinati nella retorica della lezione, hanno qualche rilevanza per la formazione culturale degli studenti? Addirittura per la loro vita?».
Riconosco, in queste di Bertoni, le mie stesse domande. Interrogativi niente affatto oziosi, che Bertoni si pone a proposito della didattica universitaria e che a maggior ragione ha senso porsi in merito a quella scolastica, visto che da più parti si sollevano dubbi sull'opportunità di mantenere questa centralità della letteratura nell'insegnamento dell'italiano. Soprattutto guardando a quanto accade negli altri Paesi europei, dove, in particolare negli istituti tecnici e professionali, la parte letteraria è nettamente limitata rispetto a quella linguistica.
La soluzione a questo dilemma è tutt'altro che facile. Da un lato dobbiamo senz'altro aggiornare il nostro insegnamento ricomprendendo al suo interno la trattazione di testi di varia natura (giornalistici, saggistici, di tipo espositivo e argomentativo, a tema sociale, tecnico, scientifico, economico ecc.). Dall'altro, però, dovremmo evitare - come dicono gli inglesi - di "gettare il bambino insieme all'acqua sporca", rinunciando troppo frettolosamente a quella presenza della letteratura che è, in fondo, una ricchezza della tradizione dei nostri studi umanistici.
Roberto Carnero