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L’azzurra nostalgia di Lucio Mastronardi

Vigevano, il miracolo economico, i romanzi di Lucio Mastronardi e le canzoni di Vito Pallavicini. Lo storico Adriano Ballone ha raccontato questo e molto altro nel suo libro Azzurra nostalgia, che diluisce i frutti di una solida ricerca d’archivio in una prosa di godibilissima grazia narrativa. Abbiamo incontrato l’autore per saperne di più. E per chiedergli qualche consiglio su come raccontare ai ragazzi la vita, l’opera, la città di Mastronardi.

Lucio Mastronardi, insieme a Luciano Bianciardi, è forse uno degli autori che con più acutezza ha raccontato il lato oscuro del boom economico italiano. Che tipo di narrazione si può ricostruire attraverso la lettura dei romanzi di Mastronardi? Quali i rapporti di questo autore con la città d’origine?

Tra Lucio Mastronardi, scrittore di provincia lombarda, e Luciano Bianciardi, scrittore fuggito dalla provincia toscana, corrono molte affinità: anche per questo ebbero reciproca simpatia, si frequentarono e forse si capirono più di quanto noi oggi comprendiamo loro. In comune ebbero sopratutto la fortuna di guardare alla società con occhio appassionato e distaccato nello stesso tempo, di leggere il loro presente (nel quale sono immersi profondamente come fosse l'alveo di un torrente), il loro vissuto, quasi mai lineare e mai tranquillo, con l'arma dell'ironia, a volte impietosa e talora perfino feroce. Così seppero illuminare vicende situazioni comportamenti uomini che abitudine conformismo perbenismo retorica nascondevano o addirittura negavano. Il loro presente poi era in profondissima, turbolenta e caotica, mutazione: una “rivoluzione”, neppur tanto “silenziosa”, che stravolgeva usi e costumi, idee e percezioni, luoghi comuni tranquillizzanti in nome di altri luoghi comuni anch'essi vissuti entusiasticamente come positivi ma alla radice destabilizzanti. La stagione che ebbero la ventura di vedere e vivere fu quella brevissima ma intensa del “boom”, del decennio del cosiddetto “miracolo economico”, stagione che portò l'Italia, molta parte della quale ancora immersa in una sorta di pre-modernità interminabile, sulla quale si era appoggiato e disteso il fascismo e che la guerra aveva appena appena scalfito, a configurarsi e rappresentarsi come paese industriale moderno e “avanzato”. Possiamo dire con qualche enfasi che quel decennio (1953-1964) trascinò l'Italia fuori da un lunghissimo “medioevo” e la scaraventò all'improvviso nella “modernità”.
Mastronardi e Bianciardi di questo stravolgimento son testimoni acuti, stupiti, sofferenti, e nel contempo poco coinvolti, “resistenti”, umanamente legati a valori antichi, a tempi lenti, a gusti e sapori in via di liquidazione. Con un acuto sentimento di soffice nostalgia mai regressiva e non reazionaria però e con ironia, talora festosa talora amara, gettano su questa stagione uno sguardo disincantato: del boom ci offrono un'immagine inconsueta, in nulla enfatica e ottimistica, sopratutto di quegli ambienti che l'opinione comune esaltava come i più significativi del “progresso” e dell'innovazione: l'industria culturale per Bianciardi e la Vigevano industriale e industriosa per Mastronardi. Possiamo addirittura dire che per molti aspetti sono loro due gli unici a indirizzare lo sguardo dentro la dimensione sociale della trasformazione in corso, dimensione che affrontano anche, ma da angolature molto definite e settoriali, scrittori come Ottieri o Volponi. E gli unici a saperci raccontare il lato oscuro di quella stagione: oscuro, non nel senso di situazione moralmente poco limpida, ma nel senso più genuino di dimensione nascosta, ignorata, sotterranea, una nebulosa i cui contorni alla superficie sfuggono. Significativamente, dovendo suggerire un approccio non liquidatorio alla Vigevano dell'amico Mastronardi, di cui in quegli anni molto si discute e che molti, pur poco conoscendola, demonizzano, è Bianciardi stesso a formulare l'invito a scendere senza timori né inquietudini nelle “fognature psicologiche” (proprio così le chiama) della città prima di formulare un qualunque giudizio.
Vigevano, piccola città di provincia della piana lombarda, alle soglie di Milano, è diventata infatti in quegli anni, tra la seconda metà dei Cinquanta e la prima metà dei Sessanta, una sorta di “città-simbolo”, una “città campione” (così la definisce Giorgio Bocca) dell'Italia che cambia. Provvisoriamente ma efficacemente, lì, in quella circoscritta realtà, diventa possibile leggere, in trasparenza, e iniziare a comprendere la mutazione in corso. Con una trilogia (non però pensata come tale), identificabile nel determinativo di luogo sempre presente nei titoli, Mastronardi toglie il velo alla vita della città, corrode la retorica pacificante, disintegra l'ipocrisia imperante e ci racconta “quel che vede succedere sotto i propri occhi”, senza nulla nascondere. Con una narrazione spesso rapsodica, ci offre così fasci di luce demistificante sulla vita e sulla condizione operaia – in quegli anni oggetto di una ideologia roboante e pedagogica, sotto l'apparenza di una strategia liberatoria – e sul bisogno di fuga dalle sudditanze, dalle arroganze e dalle irrazionalità del lavoro dipendente; sulla povertà culturale e psicologica – strumentalmente sostenuta dal potere politico – di coloro che maestri, professori, dirigenti scolastici sono istituzionalmente preposti alla formazione culturale e psicologica delle giovani generazioni; sul pragmatismo (e forse ancor più praticismo), anche rozzo e sbrigativo, segno e sintomo di una scarsissima capacità prospettica, degli “industrialotti” che fioriscono dal nulla e spesso nel nulla rapidamente sfioriscono. Ma è sopratutto – certo più di tutti gli altri scrittori, come Cassola, ad esempio – sulla condizione femminile che Mastronardi coglie con più penetrazione le conseguenze della trasformazione in corso: le figure delle sue donne, tratteggiate più sui gesti e sulla volontà determinatrice che nella loro collocazione sociale (la Luisa, la Marion, la Ada, ecc.) si presentano tra le pagine più efficaci della letteratura contemporanea (per altro, in quegli anni, spesso distratta su una questione, a cui invece dà attenzione più frequentemente il cinema post-realista di Pietrangeli, Olmi, Salce, Antonioni, ecc.).
Operai, maestri/e, donne, giovani sono figure che Mastronardi trae dalla realtà che lo circonda e che lui osserva con condivisa partecipazione: ironica, affettuosa ma anche corrosiva e impietosa: dunque comprensibilmente fastidiosa. Senza Vigevano Mastronardi non potrebbe essere e diventare scrittore, ma la sua scrittura non può non irritare chi in essa riconosce i limiti, le idiosincrasie, le inconsistenze. È questa la ragione di un “amore-odio” tra la sua città e lo scrittore che talora vorrebbe “bombardarla” ma che, avendo l'opportunità di allontanarsene, non ha l'animo di lasciarla.

In che modo, secondo lei, gli insegnanti potrebbero proporre in classe, anche in chiave interdisciplinare, l’avventura letteraria e umana di Mastronardi? Su quali testi ed eventi consiglierebbe loro di porre maggiore attenzione?

Ricordo che, quando ero insegnante di lettere alle Superiori, ciò che ragazze/i, al momento delle verifiche orali di letteratura (le tristissime, eppure funzionali, interrogazioni: “professore vengo lì vicino o sto al banco?”) ciò che meglio mostravano di aver studiato e conoscere erano le biografie degli autori: di quello spesso mi sconfortavo. Oggi sarei meno contrariato e imbarazzato: la biografia di uno scrittore è uno strumento straordinario per lo scavo nella dimensione culturale – e intendo in senso antropologico, non solo letterario o scritturale – di un'epoca, di un territorio, di un gruppo sociale di riferimento. Per autori come Lucio Mastronardi poi, la biografia è indispensabile: non a caso – a mio giudizio – le lettere (quasi cinquecento: penetranti, luminose, arrabbiate, sofferte, gioiose, ecc.) che lui scambia con Vittorini, Calvino, Cimatti, Leone Piccioni, Giulio Einaudi, Giulio Bollati, ecc., oltre che documento preziosissimo per la biografia dell'autore, per lo scavo nei segreti meccanismi dell'editoria e dell'industria culturale e per l'indagine sul momento sociale, possono essere considerate (e proprio perché frutto di occasionalità e di immediatezza, di scrittura “d'istinto” e non rielaborata), come l'opera più riuscita di Mastronardi scrittore (purtroppo ancora non edita).
L'avventura umana di Lucio (come quella di Luciano Bianciardi) può certo essere usata come chiave per aprire quella finestra su un mondo in trasformazione: può servire cioè per illuminare non solo quel che lo scrittore vede e racconta, ma anche quel che subisce, non vede e non può raccontare. Mastronardi (come Bianciardi) è uomo che intanto è con la propria esistenza che deve fare i conti: con un padre non violento né manesco, forse neppure autoritario, ma certo iperdirettivo e astioso per troppe sventure; con una madre invadente e invasiva per eccesso di tenerezza e per tensione protezionistica; con una società dominata dalla ipocrisia: perbenistica in superficie ma, sotto la superficie, trasgressiva, permalosa, profondamente immorale; con una vicenda storica durante la quale tutti i punti di riferimento tradizionali svaporano e altri, quelli nuovi, non sembrano mostrarsi all'orizzonte o, quando pare poterli intravedere, si mostrano aridi e indesiderabili. É nel conflitto tra dover essere e realtà che Lucio perde la sua battaglia e ne paga l'altissimo prezzo: vive cioè una condizione culturale e storica per molti aspetti non diversa dalla nostra presente.
Ma anche da un altro punto di vista biografia e narrativa mastronardiane potrebbero tornare utili: a misurare lo scarto che in appena cinquant'anni ha fatto cambiare volto all'Italia. Gli stessi luoghi della socializzazione diventati altro: si pensi all'importanza, quasi una centralità, del bar per la generazione di Mastronardi e per lui punto d'osservazione primario, luogo di incrocio di esperienze, perfino laboratorio linguistico. Se leggessimo poi la trilogia mastronardiana alla ricerca di ciò che c'era e di ciò che è scomparso, registreremmo delle interessantissime sorprese: oggetti e luoghi sorprendentemente nuovi all'epoca (ad esempio, la stilografica, la macchina da scrivere, il mangiadischi, la carta igienica, il supermercato, il bagno in casa, ecc. ecc.), oggi già rapidamente dimenticati o resi indispensabili.
Il calzolaio di Vigevano, un testo breve (un centinaio di pagine) ma efficacissimo, ci mostra il passaggio da un lavoro artigianale, dominato e identificato dalla manualità cognitiva, al lavoro industriale, automatizzato e anonimo. Il maestro di Vigevano – sebbene centrato sulla vita scolastica – ci mostra il “caos” del miracolo economico, le sue aporie e distonie, le difficoltà del comprendere, prima ancora del condividere, la direzione del cambiamento. Il meridionale di Vigevano, dei tre il meno “spontaneo” e il più costruito, ci mostra le lontane, ma non remote, radici del confronto-conflitto con i migranti (in quel caso italiani che dal Sud d'Italia o dalle campagne si trasferiscono al Nord e nelle città). Ognuno di questi testi, rispondendo ad obiettivi diversi, potrebbe far da documento storico (e in questo modo è stato assai utilizzato dagli storici e dagli antropologi) oltre che da testo narrativo (ma anche lo sguardo al modo di parlare di allora – alle figure retoriche, alle metafore, perfino ai primitivi tormentoni – sarebbe intrigante e sorprendente).  

Mastronardi ebbe contatti con Calvino e Vittorini per la pubblicazione dei suoi testi. Che ruolo hanno avuto, secondo lei, l’industria culturale e i suoi lavoratori nella vita e nelle scelte di scrittura dell’autore?

Paradossalmente, si potrebbe dire che nel caso di Mastronardi l'industria culturale – nel senso proprio di attività organizzata al fine della produzione di libri, ma anche di idee, di modi di vedere, perfino di sensibilità, ma anche al fine della vendita di questi prodotti, cioè organizzata in vista dell'ingresso nel mercato delle merci – non ha avuto quasi incidenza. O meglio: al suo capolavoro, e più in generale alla sua scrittura, Mastronardi arriva con un lavoro durissimo, notturno, sofferto ma solitario. Perfino Vittorini, che entusiasticamente lo scopre e lo fa conoscere (quasi lo impone al mondo dei letterati e del mercato: Il calzolaio mastronardiano apre la nuova rivista “Il menabò”, su cui Vittorini punta per indicare la nuova strada che a suo giudizio dovrà percorrere la narrativa) e che ha fatto da editor e tutor all'inizio dell'esperienza letteraria del giovane ignoto vigevanese, ebbene: perfino Vittorini ha scarsissima incidenza sulla sua scrittura. E neppure l'avranno – Vittorini e Calvino – sulla composizione del Maestro (scritto sotto l'urgenza del disvelamento e in concomitanza con il dramma psicologico), rimasto sostanzialmente quale Mastronardi aveva concepito e scritto in prima stesura. La sua “fortuna”, dal punto di vista editoriale, dipese semmai dalla sorpresa che dalla lettura delle sue pagine grezze ricavarono Vittorini e Giulio Einaudi. Questi dirà addirittura di “innamoramento” della narrativa mastronardiana, che rimase a lungo frutto di una strana miscela di ingenuità, malizia, scarsa cultura e istinto primordiale. A questi sostegni faranno da riscontro l'imprevedibile e imprevisto boom editoriale del Maestro. Inaspettato anche per Mastronardi stesso, colto di sorpresa.
Quando – dopo aver raggiunto con Il maestro, che diventa anche un film con Alberto Sordi, il successo di pubblico e di critica e quindi la consapevolezza della propria misura – deciderà di diventare scrittore (in parte Il meridionale ne è l'espressione conseguente), cioè quando si riproporrà di dare binari e coordinate al suo “istinto narrativo”, la sua vicenda di scrittore si chiuderà rapidamente, si avviterà alla ricerca di uno sbocco, di una innovazione, di una diversa scrittura. E sarà l'inaridimento dello stimolo creativo: quasi corrispondendo alla contemporanea crisi produttiva della sua città di riferimento. Vigevano infatti, che aveva rappresentato il caos dell'improvviso boom economico e industriale, con la metà degli anni Sessanta entra in una crisi irreversibile. All'industria artigianale, fatta negli scantinati di casa, nelle ore rubate al sonno, con la manualità dell'intelligente artigiano, si sostituisce l'industria di massa, la fabbrica automatizzata, la produzione standardizzata: e questo nell'industria manifatturiera e in quella culturale. Al cambio di passo Mastronardi (ma anche Vigevano) non riescono a reggere: il suicidio, alla fine degli anni Settanta, dopo una vita segnata da quattro ricoveri in case di cura psichiatriche e sull'immediato motivato da un male incurabile che lo ha colpito, non segna solo drammaticamente la fine di una parabola che è stata breve ma intensa, ma anche simbolicamente il concludersi di un'epoca.

Una battuta su un tema sconfinato: i rapporti di Mastronardi, insegnante e scrittore, con la scuola.

La scuola – la scuola elementare degli anni Cinquanta e Sessanta – è stata la speranza e poi il tormento e infine l'angoscia di Mastronardi maestro e uomo. A distruggere le sue (scarse in verità) aspettative non saranno l'impatto con un mondo infantile a lui lontano, le poche sollecitazioni culturali, l'inevitabile adeguamento alle condizione date. Da questo punto di vista, anzi, manterrà un atteggiamento sostanzialmente positivo: la vita scolastica in più occasioni lo ispira, la lingua dei bambini – il famoso mistilinguismo – lo affascina, il rapporto coi bambini resterà sempre affettuoso e sincero. Ciò che lo “distrugge” (questa è l'espressione che usa lui stesso) è altro: la boria e la presunzione dei colleghi, basate sul vuoto sostanziale e umano e sulle roboanti affermazioni ideologiche circa la “missione educativa”; l'aggressività crescente delle famiglie, ben poco alfabetizzate, che vedono nella scuola lo strumento fondamentale dell'ascesa sociale; sopratutto la pochezza culturale della dirigenza, burocraticamente prona al volere dei superiori, presuntuosa e maldestra. È con i direttori didattici che matura le sue più tristi esperienze nell'ambiente scolastico infatti: non con i bambini che di lui maestro conservano memoria d'affetto e di simpatia.

Nel suo libro, viene raccontata anche la storia di Vito Pallavicini, autore di canzoni come Azzurro. Che tipo di figura emerge dalla sua indagine, anche a confronto con quella di Mastronardi?

Ogni biografia va immersa, direi, nel contesto nel quale si sviluppa e a maggior ragione la vicenda umana di uno scrittore che di quel contesto, direttamente o indirettamente, si fa testimone e quasi cronista e da quel contesto trae linfa. Vigevano è lo stagno nel quale vive e cresce Mastronardi: ma Vigevano è una realtà dinamica e ricca, anche contraddittoria e conflittuale, fatta di uomini e di vissuti. In questo mondo di dense relazioni – e denso anche perché il perimetro ristretto all'interno del quale le vicende si animano consente uno sguardo ravvicinato dei e ai protagonisti – mi sono voluto immergere (intuendone, essendo io stesso cresciuto in quel perimetro, le potenzialità): un mondo che ha nella piazza, nei bar della piazza, il maggior centro di vitalità. In quella Piazza Ducale, leonardesca e rinascimentale, tra le più belle d'Italia, la vicenda di Lucio si è confrontata con quella di un centinaio di altre vicende e tra queste quella di un suo quasi coetaneo, per qualche tempo innamorato della sorella del Lucio, dal quale lo distinguono e lo distanziano tante tante cose: le passioni sportive, i gusti letterari, i ritmi personali, le simpatie umane e culturali, perfino le sensibilità politiche e ideologiche. E certo il destino e le radici. Un alter ego dunque cruciale per illuminare i contorni di un giovane scrittore che guarda al giornalista locale di poco più anziano come ad un modello e a una fonte d'ispirazione. Ma anche l'occasione per evidenziare l'“altro” punto di vista, all'apparenza maggioritario nel paese, e dunque meglio comprendere, un'Italia profondamente divisa, e non solo ideologicamente e politicamente. In quegli anni, negli anni in cui Mastronardi, costruisce il suo successo e scrive romanzi e racconti, Vito Pallavicini fa il giornalista locale e si fa conoscere come opinion leader. Le loro esistenze viaggiano parallele, talora sfiorandosi, per lo più tenendosi a distanza di salvaguardia, talvolta rovinosamente cozzando.
Chi è Pallavicini? È un ragazzotto di media cultura, gran tifoso di calcio, amante del buon tempo antico, alieno da ogni estremismo, eppure per natura importuno e rigoroso, insofferente ai soprusi e alle ingiustizie, sentimentale e aideologico, eppure pronto ad entusiasmarsi e a scaldarsi: un vigevanese “da sempre” lui dice (ma non è vero), a differenza di Lucio che è figlio di “foresti”, di famiglie venute da fuori. A lui capita, per semplice casualità, una “fortuna” analoga a quella di Lucio: Vito ha la straordinaria capacità di adattare parole alla musica, sa trovare “d'istinto” le tonalità vocali giuste da applicare a un testo musicale già pronto. Cambierà mestiere e da giornalista locale diventerà paroliere, mestiere, in quegli anni di nascente industria della canzonetta, assai ricercato. Saranno oltre cinquemila le canzonette che confeziona in trent'anni di attività a Milano e a Parigi: da Le mille bolle blu, cantata da una irriverente Mina ai suoi esordi sanremesi, un “pezzo fatto apposta per enfatizzare l'appeal erotico della demenza” (come ha scritto E. Berselli), a Insieme a te non ci sto più (“si muore un po' per poter vivere”), a Svalutation (un'istantanea dei primi anni Settanta), a Messico e nuvole (uno dei testi più commoventi della canzonettistica italiana).

Azzurro, indubbiamente, sarà il suo capolavoro: quel “treno che all'incontrario va”, quei pomeriggi solitari della domenica all'oratorio, quell'aereo nel cielo che invita all'evasione, e poi quell'azzurro, troppo azzurro, sono immagini che si imprimeranno nella memoria degli italiani (forse persino addirittura più di 'O sole mio). Sono canzonette che in una prima fase accompagnano le ultime espressioni del boom economico e poi fanno da colonna sonora alla sua non mesta conclusione e al trapasso agli anni Settanta: sorprendentemente Azzurro è del 1968, l'anno del Sessantotto appunto.
Così Mastronardi e Pallavicini diventano quasi, malgrado loro stessi, la filigrana di un'epoca che ci è così lontana e così vicina. Tornare al loro contesto, ai loro dissapori, alle loro vicende, agli stereotipi di cui entrambi si nutrono, potrebbe esser utile non solo per una ragione di conoscenza storica, ma per comprendere come gli uomini e le donne di quel passato – a volte noi stessi o i nostri genitori – han vissuto e maneggiato un cambiamento che, per loro, aveva tutti i caratteri di un “cambiamento epocale”, perciò forse non diverso modularmente da quello che stiamo oggi vivendo.  

Storie, romanzi e personaggi legati a una città che raccontano un pezzo d’Italia, e di storia d’Italia. Il suo libro ha fatto questo con Vigevano. Quali altre città potrebbero essere osservate per il periodo di boom economico? E per altri momenti importanti della Storia del Novecento?

Non sono molti i romanzi italiani in verità che raccontano città nel modo in cui Mastronardi ha raccontato, amandola e odiandola, dentro e contro, Vigevano. Neppure i grandi romanzi del Novecento italiano ci sono utili sotto questo profilo, con la sola eccezione forse dell'esperienza napoletana. Ne segnalerei però tre, a mo' di esempio, che potrebbero essere utili. Sono la Ferrara fascista e antifascista sino alle soglie del boom di Giorgio Bassani, la Luino di Piero Chiara e Malo (non una città ma un piccolo paese) tra fascismo e sviluppo economico di Luigi Meneghello. Assai più articolato e complesso è invece il panorama degli scrittori italiani che si sono cimentati nella descrizione di momenti significativi della storia d'Italia nel Novecento. Sarebbe però fuori misura anche solo l'ipotesi di una qualche rassegna, sia perché molti sarebbero gli episodi e i momenti significativi sia perché diversi sono gli scrittori che di questi si sono interessanti. Si pensi anche solo a quella stagione, altrettanto cruciale, della cosiddetta guerra di liberazione nazionale, momento forse conclusivo di quel fenomeno che va sotto il nome di antifascismo. Davvero sterminata sarebbe la bibliografia sul tema. Qui mi limiterei a segnalare – ma evidentemente qui come più avanti prevalgono criteri più influenzati da gusti personali che da un'ambizione di rassegna esaustiva – alcuni titoli: quello, più vicino ad un proposito letterario, di Giuseppe Pontiggia, ad esempio, Il raggio d'ombra, su un intrigo tra regime fascista e uomini dell'antifascismo del 1927; ma di interesse è, su un tema affine, con un analogo strascico di dolori e di omertà, anche Massimo Zamboni, L'eco di uno sparo (Einaudi, 2015); uno squarcio originale, capace di far rinascere a nuova vita la letteratura della Resistenza, sulla guerra partigiana sono i racconti di Giulio Questi raccolti in Uomini e comandanti (Einaudi, 2015).
Sulle vicende assai complesse tra anni Settanta e anni Ottanta, segnalerei qualche titolo a cominciare dallo splendido affresco dell'Italia dei licenziamenti operai di massa, Piove all'insù di Luca Rastello (scrittore di grande spessore, scomparso di recente e purtroppo del tutto sottovalutato in Italia ma non all'estero, autore tra l'altro di un coraggioso scavo narrativo nel mondo della cooperazione e del solidarismo, I buoni del 2014). Agli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta diversi scrittori hanno dedicato attenzione, a cominciare dal già citato Pontiggia (La grande sera) e da un osservatore anticonformista e imprevedibile, ma acuto, qual era Pier Vittorio Tondelli (opportunamente scelti alcuni racconti, ad esempio, di Un weekend post moderno. Cronache dagli anni ottanta). Di quegli anni turbolenti si sono interessanti anche gli autori di noir ad esempio: da uno di questi, Loriano Machiavelli, ci è arrivato uno dei migliori romanzi su una delle più tragiche stragi, quella di Bologna dell'agosto 1980, Strage.
In chiusura vorrei segnalare – a dimostrazione del persistente interesse dei romanzieri (e dei giornalisti) italiani, e non dei più noti, per le vicende storiche del nostro paese – ancora tre titoli su argomenti diversi: Marco Balzano, L'ultimo arrivato (Sellerio, 2014), il più recente affresco su quell'epopea che fu la vastissima migrazione italiana degli anni Cinquanta e Sessanta; Guido Piovene, Viaggio in Italia, un viaggio alla scoperta dell'Italia del dopoguerra, ancora straordinariamente utile sebbene edito per la prima volta nel 1956; infine il volume di un giornalista, pure lui vigevanese come Mastronardi e Pallavicini, Tommaso Besozzi, da poco riedito, dopo decenni di sottovalutazione e rimozione, La vera storia del bandito Giuliano (Milieu, 2017): una ricostruzione puntuale e rigorosa della storia di Portella della Ginestra, del banditismo siciliano, della morte di Salvatore Giuliano, del ruolo di suo cugino Gaspare Pisciotta, delle complicità tra mafia, separatismo, deviazione politica, spionaggio, una ricostruzione dovuta a quello che allora, nel secondo dopoguerra, poteva essere considerato il più penetrante conoscitore della mafia e certo uno dei migliori giornalisti.

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