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L’esplosione del giallo italiano

Il poliziesco italiano muove i primi passi fra Otto e Novecento, grazie alle storie truculente della torinese Carolina Invernizio. 

Vive poi un momento cruciale nel 1929, quando Arnoldo Mondadori vara la collana che ancora oggi dà il nome al genere: i “Gialli”, dove trovarono posto diverse firme nostrane, come quelle di Ezio D’Errico e Augusto De Angelis. Ma la maggior parte dei titoli veniva dall’estero, e in particolare dall’Inghilterra: il che favorì la diffidenza del fascismo, che impose pesanti restrizioni a un filone giudicato malsano, diseducativo, pericoloso e in ogni caso estraneo allo spirito nazionale.
Prima il regime impose delle direttive al limite del grottesco, vietando ad esempio che il colpevole risultasse italiano, o che si parlasse di suicidi; poi – in tempo di guerra – impose la chiusura alle collane di gialli, gettando nello sconforto gli editori, che da tempo avevano visto crescere la domanda in questo settore del sistema letterario.

Tutto ciò non valse a spegnere la passione dei lettori, che anzi dopo il 1945 crebbe, continuando comunque a privilegiare i prodotti d’importazione, a cominciare dalle storie hard-boiled di “bulli e pupe” marchiate Mickey Spillane.
I pochi scrittori italiani che provarono a tener testa a quest’ondata dovettero desistere, o rifugiarsi dietro pseudonimi anglosassoni. Non riuscirono a mutare la situazione gli exploit polizieschi di maestri come Carlo Emilio Gadda (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1957), Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta (1961), o Dino Buzzati (La boutique del mistero, 1968).
L’unica significativa eccezione a questo panorama è rappresentata da Giorgio Scerbanenco, di origine ucraina, che a fine anni Sessanta incontrò vasto successo con la quadrilogia di romanzi incentrati su Duca Lamberti, inaugurata da Venere privata (1966). Sono vicende dure e violente, ambientate in una Milano livida, nella quale il disincantato Duca, medico radiato dall’albo per un’eutanasia, si improvvisa poliziotto per amore di giustizia.

È una lezione destinata a dar frutti in tempi più recenti: perché solo negli anni Novanta, quando conobbe una stagione formidabile, il giallo italiano è giunto a emanciparsi dai modelli stranieri. Da allora fioriscono collane, riviste, corsi di scrittura, festival, circoli di appassionati, programmi radiofonici, siti internet… tanto che oggi, scherzando ma non troppo, si dice che un libro per essere pubblicato deve avere almeno un morto nelle prime dieci pagine. A guidare l’avanzata è stato il giallo storico; sui lettori si è riversato un diluvio di romanzi ambientati nei periodi più disparati: dai delitti dei Cesari alle Brigate Rosse, dalle crudeltà dell’Inquisizione agli omicidi della banda della Magliana. Colpisce al proposito l’assiduità con la quale si guarda al ventennio fascista, che ritroviamo nelle pagine di Andrea Camilleri, Corrado Augias, Carlo Lucarelli, Maurizio De Giovanni e molti altri.

Ciò che più conta, tuttavia, è la capacità di sfruttare tutti i filoni della “narrativa criminale”, dal legal thriller, nel quale si è provato Gianrico Carofiglio, al gotico rurale, specialità di Eraldo Baldini, dalle ibridazioni con la fantascienza, proposte da Valerio Evangelisti, sino all’horror pulp più o meno giocoso lanciato dai cosiddetti “cannibali” (ricordiamo fra questi Niccolò Ammaniti e Andrea G. Pinketts).
Molti di questi scrittori hanno incontrato un notevole successo anche all’estero, rovesciando così le dinamiche storiche del genere. Si possono ricordare a questo proposito – oltre al già citato Camilleri – Giorgio Faletti e Massimo Carlotto. Il suo Alligatore è forse il più riuscito fra gli investigatori privati nostrani, protagonista di una serie di romanzi di pretto stampo noir. In essi non si tratta di trovare un colpevole, quanto di scavare in una società marcia sino al midollo. Chiedendosi perché? e non più chi?, trascinando il lettore nei bassifondi della società, il noir si propone come il romanzo sociale dei nostri tempi. Sempre più volentieri oggi i lettori vogliono essere coinvolti emotivamente, immergersi nella mente nella mente di delinquenti, serial killer, psicotici di ogni tipo. Sempre di più amano vedere rappresentati i luoghi che conoscono. A ben vedere, oggi non c’è città o provincia italiana che si rispetti che non abbia il suo bravo investigatore di carta.
Mauro Novelli


Per approfondire: Atlante degli investigatori italiani