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La ballerina in letteratura. Un mito in chiaroscuro

Edgar Degas le aveva raffigurate sulla scena all’Opéra, Toulouse-Lautrec al Moulin-Rouge, Ingres e Delacroix nei panni esotici dell’odalisca. Altri pittori, più o meno noti, le elessero come oggetto privilegiato in quadri, illustrazioni, incisioni. Ma non solo l’arte attestò la popolarità che le ballerine acquistarono nel corso dell’Ottocento. 

Certo, l’iconografia fiorente su questo mito erotico della cultura industrialista è il miglior documento per mostrarne il fascino capace di alimentare per più di un secolo l’immaginario collettivo europeo. Non c’è infatti motivo più ricorrente della donna danzante sulla chincaglieria del tempo, come potrebbero testimoniare i collezionisti, amanti dei mercatini di un modernariato un po’ crepuscolare: ventagli, portasigarette, cofanetti in porcellana e scatole di fiammiferi facevano ampia mostra di can can litografati e disegni di danzatrici celebri.
Anche la letteratura non fu insensibile alle potenzialità narrative di un personaggio tanto presente nella società di massa. Del resto, il ballo aveva ammaliato già gli artisti rinascimentali: Lorenzo de’ Medici ne aveva fatto lo svago tipico di un giovane raffinato, da esaltare nel canto carnascialesco in lode di Bacco e Arianna e descrivere grazie alle evoluzioni della pastorella Nencia da Barberino. L’Arcadia di Jacopo Sannazaro era piena di bucoliche danzatrici e nel suo Cortigiano Baldassar Castiglione indicava nell’arte del ballare una delle qualità del perfetto uomo di corte. È solo nell’Ottocento, però, che la ballerina divenne un’immagine stereotipata adatta alle trame che la letteratura di consumo, o d’appendice che dir si voglia, proponeva senza sosta.
Giovane, di umili origini, minacciata dai rischi del successo, preda di facili tentazioni, eroina votata alla perdizione: il personaggio-ballerina è sempre insidiato nella sua moralità, diva amata e idolatrata ma destinata a rimanere sola, senza uomini e senza figli. Un clichè che si ripete, spasso suggerito dalla realtà: Maria Taglioni, la danzatrice romantica per antonomasia, fu sposata per poco con un conte, ma morì in miseria, in una stamberga di Marsiglia. I luoghi comuni su questa figura si sprecano, a partire da quello sulla sua condotta leggera e incostante: il commediografo napoletano Eduardo Scarpetta la rappresentò nel 1888 nella commedia Miseria e nobiltà come volubile e capricciosa, oggetto del desiderio di titolati che la espugnano grazie a qualche regalo.

Totò e Sofia Loren in una scena di  "Miseria e nobiltà", 1954

In precedenza, una ballerina era stata la protagonista di un romanzo di Giovanni Verga, Eva, pubblicato nel 1873: altro esemplare di donna perduta, rinuncia al lavoro per inseguire il sogno di un amore impossibile con un giovane pittore di belle speranze. Eva almeno non si fa illusioni sul suo ruolo sociale, confessando che senza la “gonnellina corta” e le “scarpine di raso” sarebbe stata “una modesta operaia colle dita punzecchiate dall’ago”: tanto vale accettare i meccanismi dell’ammirazione che la costringono a indossare l’amara maschera della finzione (“se chiudo la porta in faccia a tutti quei signori sarò fischiata e […] non sembrerò più bella”).
Forse la condanna all’infelicità è riservata a tutti coloro che eseguono il lavoro con il corpo: le ballerine, le stiratrici, le modiste dipinte da Degas avevano questa dolorosa affinità. Dietro le luci artificiali dei café chantant e coperte dalla grazia civettuola delle loro movenze, le protagoniste del palcoscenico vengono descritte da Matilde Serao come fanciulle perseguitate, finendo spesso al centro di critiche di letterati invidiosi della loro fama. Théophile Gautier, per esempio, aveva espresso nel 1858 il proprio disappunto davanti al giubilo e agli applausi riservati a Fanny Essler, mentre il pubblico rimaneva indifferente alle creazioni dei veri artisti: “le gambe e le gole che eseguono alzano più polvere del cervello che crea”. E un drammaturgo di casa nostra, Paolo Giacometti, aveva dedicato allo smodato divismo delle danzatrici addirittura una commedia, Il poeta e la ballerina, in cui all’indigenza del primo si contrapponeva il facile guadagno della seconda. La quale nient’altro era che una belle dame sans merci, capace di incantare e lusingare con le “sue danze lascive”, cinica silfide a cui vengono innalzati “padiglioni di porpora e d’oro”.
Erano, però, effimeri trionfi: una certa aria di bohème maledetta finiva sempre per regalare a questa femme fatale una decadenza che ritratti e fotografie non lasciavano supporre. Una natura e un’immagine letteraria forse inevitabile, assimilabile a quella di altre creature di teatro: come la Nanà di Zola o la Foscarina dannunziana, donne difficili da amare, perché amate da tanti, troppi uomini.
Giuseppe Iannaccone