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La letteratura per ragazzi per “fare gli Italiani”

Non c’è dubbio che per “fare gli italiani" (una volta “fatta l’Italia”, per riprendere la celebre formula di D’Azeglio), la letteratura abbia giocato un ruolo fondamentale. 

Stili di vita e di comportamento, valori morali e civili, atteggiamenti e regole sociali si sono modellati anche sulla base di alcune letture comuni, spesso veicolate dalla scuola. Poeti come Carducci e Pascoli (il primo oggi decisamente negletto, per ragioni insieme estetiche e ideologiche) hanno forgiato l’immaginario di generazioni di piccoli italiani, che sui banchi di scuola imparavano le loro poesie a memoria.
A creare questa identità comune e questo sapere condiviso ha contribuito in maniera fondamentale la letteratura per ragazzi. Raggiunta l’Unità, la necessità di amalgamare la cultura delle diverse regioni e di inglobare in quella borghese i ceti subalterni viene perseguita, oltre che con la scolarizzazione, con lo sviluppo dell’editoria per i giovani. Alla fioritura della narrativa per l’infanzia concorrono scrittori specializzati, ma anche letterati di primo piano (come Luigi Capuana), che colgono così l’opportunità di allargare il proprio pubblico di riferimento. Per questo, Giuseppe Iannaccone e io abbiamo pensato di dedicare, nel volume 5 del nostro corso di letteratura italiana per il triennio, Vola alta parola, una specifica Unità alla letteratura per ragazzi.
Per certi versi, quello che è stato per la Germania Pierino Porcospino di Heinrich Hoffmann (comparso per la prima volta nel 1845) da noi sono stati libri come Le avventure di Pinocchio (1883) di C. Collodi e, forse ancora di più, il libro Cuore (1886) di Edmondo De Amicis. Se Pinocchio è, un po' come Pierino Porcospino, icona dell'enfant sauvage da correggere e "raddrizzare", il protagonista di Cuore, Enrico Bottini, è già in partenza l'immagine del bravo ragazzo, forse di intelligenza mediocre, ma ligio alle regole e ai dettami dell'autorità. Per questo Umberto Eco scrisse il suo celebre e provocatorio Elogio di Franti, il "cattivo" della classe, ribelle, in nuce, a una società autocratica e repressiva: «Tutto ciò che è riso e cattiveria in Franti altro non è che negazione di un mondo dominato dal cuore, o meglio ancora di un cuore pensato a immagine del mondo in cui Enrico prospera e si ingrassa». E d'altra parte, se dei nostri figli speriamo sempre che siano dei "bravi ragazzi", non possiamo negare la simpatia che, in un testo letterario, suscitano presso i lettori le marachelle e le disubbidienze dei piccoli discoli, rispetto ai comportamenti ordinati dei più prevedibili bambini perbene.
Su Cuore, dopo che è stato per lunghi decenni lettura obbligata per i giovani italiani (tra l'altro era nato proprio come libro di lettura per i bambini delle elementari), è calata la scure del rifiuto e anche del pregiudizio, se il critico strutturalista Angelo Marchese, non molti anni fa, poteva definirlo un «libro tutto datato e umbertino, tedioso, affliggente e persino iellatorio (morti, feriti, storpi e magagnati vari si sprecano in ogni piega del racconto)».
L'opera è segnata dall’intento pedagogico di De Amicis: promuovere i valori della famiglia, dell’altruismo, della solidarietà, del patriottismo. I personaggi infatti mancano di spessore psicologico; le vicende sono narrate sempre con un pathos melodrammatico che si concilia a fatica con lo smaliziato disincanto dei lettori (grandi e piccoli) di oggi. Non a caso l’aggettivo “deamicisiano” è oggi sinonimo di patetico, dolciastro o moralistico.
Non dobbiamo però fermarci al nostro pregiudizio di lettori di un altro secolo, se vogliamo valutare appieno il valore dell’opera, anche al di là dei suoi miti anacronistici. Cuore va infatti contestualizzato in un’epoca in cui ciò che oggi sembra assodato (sebbene molto spesso tutt'altro praticato) nella coscienza civile collettiva (l’integrazione, il rispetto fra diversi, l’importanza formativa della scuola e dell’istruzione) non era affatto scontato. E, a rileggere a distanza di tanto tempo libri come Pinocchio o Cuore, emerge un valore che sembra essere scomparso dall'orizzonte pedagogico odierno: lo spirito di sacrificio, l'idea che per raggiungere certi obiettivi e migliorare se stessi e il mondo, serva impegnarsi, anche a costo di una certa dose di fatica e di abnegazione.
Roberto Carnero