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La lingua nella rete. Intervista a Vera Gheno

Giovanni Abati e Mattia Brienza intervistano per noi Vera Gheno, sociolinguista che gestisce l’account Twitter dell’Accademia della Crusca.

Sono stati a scuola, ne sono usciti, hanno ascoltato lezioni, letto libri e manuali, subito interrogazioni e svolto compiti. I nostri nuovi blogger hanno tra i 18 e i 20 anni, e una gran voglia di condividere con i lettori i loro sguardi "al cuore della letteratura".

Una breve ricerca sul web basta a dare un’idea della poliedrica personalità di Vera Gheno: sociolinguista (il che a quanto pare non implica l’essere over 80 e mortalmente noiosi) specializzata in Comunicazione mediata dal computer, oltre a collaborare con l’Accademia della Crusca (di cui gestisce l’account Twitter, fra l’altro) è docente universitaria e come se non bastasse ha all’attivo un bel po’ di traduzioni dall’ungherese. Per quanto ne so, di notte potrebbe travestirsi da supereroina e combattere il crimine.

Certo è che devo contattarla e chiederle un’intervista, impresa che m’intimorisce leggermente; scarto l’idea della pergamena affidata a un piccione viaggiatore (metodo d’effetto, ma antiquato) e opto per una più moderna e-mail. La risposta è immediata e amichevole: vuole che le dia del tu e mi lascia il suo numero per organizzarci meglio.
Sono più tranquillo: ho meno di vent’anni, WhatsApp è il mio campo di battaglia, sicuramente il terreno gioca a mio favore. Inserisco il numero e vedo: ha una foto profilo e uno stato più belli dei miei. Nuovo momento di tremore: poi scrivo, mi butto e cerco di concordare una data. Mi risponde che sarà a Bruxelles qualche giorno per una conferenza al Parlamento Europeo, ma non appena tornerà avrò l’intervista. L’idea della supereroina si rafforza.
Due giorni dopo sono a Firenze, insieme a Mattia. Arriviamo al caffè in cui Vera Gheno-supergirl ci ha dato appuntamento giusto in tempo per la conclusione di una serata letteraria a cui partecipa anche lei. Ci sediamo in fondo e aspettiamo che la sala si svuoti, salvo poi accorgerci di non sapere minimamente come gestire la situazione. Per fortuna Vera è molto più tranquilla di noi: dopo una veloce presentazione, ci chiede di darle del tuo e parte alla ricerca di un locale in cui parlare liberamente bevendo qualcosa. Trascinati dal suo entusiasmo contagioso, io e Mattia ci ambientiamo subito e partiamo con le domande.

 

G: All’inizio della tua conferenza per il Wired Next Fest di Firenze hai scelto di citare un passo dalle Lezioni americane di Italo Calvino che già a scuola ci avevamo letto e apprezzato: “A volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l'umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l'espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze”.

Riguardo a quella citazione, ho fatto una sorta di gioco a un corso di due giorni che ho tenuto a Bologna insieme a dei colleghi: dopo aver mostrato la citazione, ho chiesto loro quale influencer l’avesse pronunciata. Dopo la pausa sono saltati fuori nomi come Sgarbi o Massimo Mantellini e, quando ho rivelato che l’autore era Calvino, ci sono rimasti un po’ male (ride).

G: Partiamo da quella citazione: secondo te a che punto siamo con la diffusione dell’epidemia descritta da Calvino? Internet e Social hanno contribuito a rendere la malattia più aggressiva e la lingua sempre più debole?

Secondo me il problema c’è da molto prima dei social network: quello che fanno i social network è renderlo visibile. Una pensatrice che io cito nel libro Social-linguistica, Mafe de Baggis, ha detto che “la rete è come il luminol”: ci fa vedere cose che ci sono e che altrimenti rimarrebbero nascoste. Se ci pensate, i contesti in cui noi scriviamo in maniera informale sono pochi fuori dalla rete - mi ricordo di quand’ero ragazza e avevamo scoperto gli Uniposca: scrivevamo su qualsiasi superficie ci capitasse a tiro, caschi, giacche di pelle, zaini, banchi, muri... Sono tutti esempi di scritture informali e quel che è successo con la rete è che quel tipo di informalità si è trasferita online. Molte cose parlando sono normali (ad esempio una frase come “se lo sapevo non venivo”), ma non siamo abituati a vederle scritte. Secondo me, quindi, i social hanno solo reso visibile un problema (chiamiamolo così) di cui parlava già Tullio De Mauro, cioè il basso livello culturale medio.

G: Gestisci da tempo l’account Twitter dell’Accademia della Crusca. Se lo fai, immaginiamo tu consideri i social non solo come megafono del basso livello culturale medio, ma anche come strumenti di divulgazione e diffusione della cultura...

In un certo senso, i social sono un canale che si presta a mille declinazioni: si può usare per passare il tempo, per intrecciare relazioni amorose, per tenere insieme un gruppo di amici, ma anche per fare cultura. È in un certo senso come al “circolino del bridge” o a scuola: sono tutti contesti in cui non si è legati a un solo scopo, ma si possono fare tante cose. Nella percezione media, i social sono dedicati all’intrattenimento, usati solo per farsi gli affari altrui o richiamare l’attenzione (pensate ai post del tipo “sapeste cosa mi è successo oggi!”), ma in realtà sono uno strumento molto potente: se pensiamo che Facebook ha trenta milioni di iscritti in Italia, ci si rende conto che si può raggiungere un pubblico molto più ampio e indifferenziato che con un programma in prima serata – anzi, in molti non guardano neanche la televisione, mentre ormai sui social ci sono quasi tutti, a volte anche i più anziani.

M: Per la maggioranza dei giovani, l’uso dei social è legato al puro divertimento; di qui forse il ricorso a una scrittura largamente informale. Sono tuttavia numerose le persone, giovani e meno giovani, che commentano ogni fatto, esprimono opinioni, danno giudizi non documentati, si fanno improvvisamente guru di come vincere nella vita, votare, comportarsi a scuola con gli studenti, in casa con i mariti e i figli e così via. Il fatto che queste esternazioni, prima perlopiù relegate nell’oralità della chiacchiera tra amici, adesso siano scritte sotto un post, o su una bacheca, ne aumenta il valore, il peso, la possibilità di essere prese per verità o giudizi da prendere sul serio?.

Una volta succedeva con la televisione: i nostri genitori e i nostri nonni credevano alle cose perché “lo aveva detto la TV”. Adesso c’è lo stesso rischio online: se si legge qualcosa su Google senza avere la percezione di cosa sia Google, che indicizza aprioristicamente le cose, si può pensare che sia una fonte affidabile. Allo stesso modo possono funzionare i social, in cui si ripropone la prima idiozia che si vede se non si hanno le competenze per capire che quella è un’idiozia. Il rischio c’è: cosa possiamo fare? La mia opinione è che si debba lavorare tanto sull’educazione ai nuovi media, senza pensare che i cosiddetti nativi digitali in quanto tali sappiano tutto, perché non è così.

M: Beh, questo atteggiamento si aveva prima e forse si ha ancora oggi con i libri: qualcosa era e alle volte è ancora vero solo perché scritto in un libro...

Con ogni mezzo di comunicazione: pensate a Orson Welles, che annuncia in una trasmissione radiofonica che il mondo è stato invaso dagli alieni provocando il panico generale. È questo il potere dei media, di amplificare le cose; chiaramente vale anche per i nuovi mezzi di comunicazione, tanto che si chiamano  “di massa”.

M: Ma per pubblicare un libro bisogna innanzitutto saper scrivere, come per entrare in televisione serve tutta un’altra serie di competenze. Invece, per avere accesso a un social non c’è bisogno di niente: è questa la differenza principale?

Forse sì, però attenzione: nell’editoria questo limite non c’è più (esiste il self-publishing), in televisione non conta più neanche saper parlare (quanti sono i conduttori con difetti di pronuncia? Una volta sarebbe stato impensabile). Un po’ in tutti i campi siamo diventati più elastici; è vero tuttavia che c’è questo grande fraintendimento con i social, per cui l’avere il device in mano darebbe a ogni opinione lo stesso valore, conferirebbe a tutti il diritto di dire la propria e così via. Parte dei pensatori del nostro Paese ritiene che si debba tornare a un’aristocrazia delle competenze, per cui le persone dovrebbero riconoscere chi ne sa più di loro; ma è una posizione un po’ controversa, perché nel momento in cui si deve ricorrere al “lei non sa chi sono io” si perde già parte dell’autorevolezza. Per cui si deve re-insegnare che ci sono persone più autorevoli, che però non dovrebbero rivendicare la propria posizione: è per questo che non condivido la pratica del “blastare”, che dà una soddisfazione immensa ma non risolve nulla. Pensate alla questione dei vaccini: nessun “No-Vax” ha cambiato idea perché è stato blastato, quindi bisogna scavare ancora più a fondo. Il punto è che siamo giovani utenti della Rete: è da poco che, proprio come esseri umani, la utilizziamo, quindi dobbiamo anche imparare a gestire questa sorta di “appendice virtuale”.

G: Periodicamente si discute sull’influenza delle “nuove” tecnologie (che oramai avrebbero già i loro begli annetti...) sull’apprendimento. Domanda secca: secondo te la rete influisce negativamente su abilità quali la lettura, la scrittura, la capacità di trattenere contenuti e così via?

C’è un po’ la paura diffusa di creare, per dirla con Umberto Eco, “legioni d’imbecilli”, come è successo con ogni altra rivoluzione dei mezzi di comunicazione: pensate a Gutenberg, che quando comincia a stampare la Bibbia viene accusato di essere un emissario di Satana per aver stravolto la società com’era conosciuta. È quindi un fenomeno che va sicuramente visto in prospettiva storica come una lamentela ricorrente. D’altronde, come la dieta più sana è mangiare un po’ di tutto, così se la cultura diventa “monovarietà” (se ci s’informa solo su YouTube o i social) ci saranno chiaramente effetti deleteri, perché si perde tutto il resto. La tentazione c’è: la mia generazione era accusata di stare troppo davanti alla TV, ma in qualche modo siamo sopravvissuti e io nemmeno la ho in casa! Al di là del mio caso personale, comunque, tutti i miei coetanei sono cresciuti e diventati persone normali. Per questo io ritengo che anche questa ubriacatura di social, prima o poi, finirà. Confido molto che l’essere umano riesca ad autoregolamentarsi e a superare indenne anche questo momento di “overdose” da social. Certo mi rendo conto che sono molto attraenti, anche io li uso molto, non solo perché ci lavoro; sono diventati parte del mio tempo libero. Vedremo come va a finire!

M: In un’intervista di qualche tempo fa, l’allora direttore di Rolling Stone parlò del “problema dell’esperienza”: i social, mettendoci a portata di click qualsiasi cosa, ci limitano nell’esperienza, che talvolta nasce proprio da una mancanza. Per esempio, un universitario che deve studiare un libro che si trova solo in una biblioteca di Forlì, dovrà fare un viaggio fin là e studiare il libro in un solo giorno per poi tornare a casa. Secondo te è vero che, con i social, la mancanza si annulla, si fanno meno esperienze e le cose vengono filtrate in questa maniera?

Mi sembra una posizione un po’ estrema. Forse del vero c’è, ma ci sono delle esperienze che non hanno un omologo sui social. Io, da studiosa, mi rendo conto che molto raramente adesso vado in biblioteca: compro i libri su Amazon, scarico direttamente l’ePub, per cui non c’è bisogno di aspettare il libro fisico, oppure leggo ciò che mi interessa su blog e siti vari online. Non mi è mai capitato di dover andare alla Biblioteca Nazionale per non aver trovato altrove ciò che mi serviva. Per cui sì, magari i social ci tolgono alcune esperienze; ma l’esperienza di mangiarsi una pizza, l’esperienza del sesso, l’esperienza del viaggio? Si possono guardare tutti i documentari che si vogliono, ma non è la stessa cosa. Certo, la rete ci toglie qualcosa, ma ci dà anche la possibilità di conoscere cose che prima non saremmo mai arrivati a sapere: se voglio sapere quanti metri di lana servono per fare un maglione di taglia M, posso trovarlo! È uno strumento di una potenza incredibile; chiaramente si trovano anche molte falsità, per cui la nuova competenza non è più l’avere la possibilità di trovare le informazioni, ma il saperle valutare. Eco diceva che il vero intelligente non è chi sa tutto, ma chi sa dove cercare quello che gli serve nel momento in cui gli serve. Siamo un po’ come dei neopatentati che guidano una Ferrari: né lei né noi siamo cattivi, ma non siamo abbastanza esperti da guidare una macchina così potente.

M: E a livello politico dovrebbe entrare a far parte dell’istruzione?

Secondo me sì, ma capite anche voi qual è il primo problema: è la generazione dei docenti la prima a dover essere formata. Alle nostre generazioni è capitato questo momento di passaggio e dobbiamo saperlo gestire. Bisogna ritornare a dare molto spazio alla responsabilità individuale: è assolutamente inutile continuare a dare la colpa ad altri. È necessario agire sul singolo individuo che, sia linguisticamente che cognitivamente, ha il libero arbitrio e lo deve gestire. Deve diventare un adulto in grado di distinguere una fake news da una notizia vera; bisogna insegnare alle persone che, digitando su Google, “i vaccini causano l’autismo”, troveranno cento fonti che confermano il loro pregiudizio, mentre ricercando “i vaccini non causano l’autismo” appariranno prima i risultati a favore di questa tesi. Le persone devono sapere che rispetto a questo il mezzo, Google, non è la soluzione: siamo noi la soluzione, e dobbiamo imparare a capire quali fonti hanno maggior credibilità.

G: Qualche domanda più “tranquilla”: libri, autori, film preferiti?

Come autore Haruki Murakami (o Murakami Haruki, se vogliamo dirla alla giapponese). Film preferito? Matrix, insieme a Blade Runner. Il Signore degli Anelli è il libro che ho letto più volte, circa una ventina; sono una grande fan di Stephen King... come vedete, ho una formazione assolutamente seria! (ride)

M: Ecco, a proposito, un’ultima domanda: Internet modifica l’umorismo? Almeno a me sembra che il modo di far ridere e di ridere sia cambiato in maniera evidente.

Secondo me l’umorismo non è cambiato; semplicemente abbiamo a che fare più spesso con persone che la pensano diversamente da noi e con gli “imbecilli”, fra mille virgolette. Fare una battuta su qualche minoranza, che nel proprio circolo di amici fa ridere tutti, rischia di offendere qualcuno. Non credo sia cambiata l’ironia, quanto piuttosto che debba cambiare la gestione dell’ironia: da una parte perché incontriamo persone con pregiudizi cognitivi più grandi dei nostri, dall’altra perché siamo in contatto con persone che la pensano diversamente da noi che, di fatto, non è una condizione umana naturale! Preferiamo stare con chi la pensa come noi e tendiamo a raggrupparci con i nostri simili; adesso, con Internet, siamo in un certo senso costretti a confrontarci con tutti, il che ovviamente cambia anche il modo di gestire l’ironia.

G: Anche perché oggi è sempre più concreto il rischio di diventare “virale”.

Certo: come dico ai miei studenti, ognuno commette degli errori, ma su Internet è bene sapere che l’effetto è amplificato, ed è una cosa che andrebbe insegnata, perché in molti non hanno questa percezione.

Il bar sta chiudendo, per cui siamo obbligati ad andarcene; è Vera a offrirci tutto quello che abbiamo consumato. Fra una domanda e l’altra si è fatto piuttosto tardi e ormai è buio pesto, ma non potremmo essere più soddisfatti. Ringraziamo e salutiamo per l’ultima volta Vera, ancora elettrizzati, e finalmente la lasciamo libera di andare a combattere il crimine.