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La scienza meravigliosa di Italo Calvino

Questa conchiglia era una cosa diversa da me ma era anche la parte più vera di me, la spiegazione di chi ero io, il mio ritratto tradotto in un sistema ritmico di volumi e strisce e colori e roba dura, ed era anche il ritratto di lei tradotto in quel sistema lì, ma anche il vero identico ritratto di lei così com’era”: Italo Calvino tra letteratura, scienza ed emozioni.
Giovanni Abati legge per noi le Cosmicomiche.

Le regole del gioco
«Fantascientifico alla rovescia, proiettato cioè verso il più oscuro passato e non verso le conquiste della scienza futura»: così Eugenio Montale a proposito di Italo Calvino nella postfazione a Le Cosmicomiche, raccolta di dodici racconti edita nel 1965. Dice bene Montale: l’attrazione di Calvino per la scienza è costante e continua: è fonte d’ispirazione tematica (si pensi ancora alle Cosmicomiche o a Ti con zero), spunto per costruire i propri romanzi (la letteratura combinatoria di Se una notte d’inverno un viaggiatore o Il castello dei destini incrociati), punto di partenza e modello per forgiare una lingua nitida e precisa. Più in generale, il mondo della scienza appare a Calvino dominato da princìpi ben determinati e nello stesso tempo percorso dal continuo aprirsi di ipotesi al limite dell’immaginazione: allo stesso modo i suoi scritti, una volta “fissate le regole”, si avventurano in giochi di straordinaria fantasia, esplorando fino in fondo le sterminate possibilità offerte dal linguaggio o dalla struttura del racconto.

Un occhio umano su un mondo disumano
L’idea alla base delle Cosmicomiche è molto semplice: ogni racconto è preceduto da una brevissima introduzione che accenna a una particolare teoria scientifica, su cui poi si sviluppa l’episodio. Ogni vicenda viene raccontata dal protagonista e narratore Qfwfq, che di volta in volta si trasforma in un dinosauro, in un mollusco, in molte altre strane creature; nulla sappiamo sulla sua vera natura, e lo stesso Calvino affermerà: «Qfwfq è una voce, un punto di vista, un occhio (o un ammicco) umano proiettato sulla realtà d’un mondo che pare sempre più refrattario alla parola e all’immagine». Del narratore sappiamo solo ciò che egli stesso racconta, offrendoci il suo sguardo ironico e quotidiano su eventi cosmologici o questioni d’importanza filosofica (come il tempo precedente il Big Bang); in ogni capitolo, l’aspetto scientifico, le regole della scienza, sono presentati non come un ostacolo, ma come un impulso che sprona e nutre la fantasia visionaria di Calvino, del narratore, del lettore. Sin dalle poche righe di spiegazione iniziali, l’autore riesce a creare un Universo fantastico e suggestivo, che filtrato dall’esperienza di Qfwfq assume tratti ironici e surreali: la singolarità da cui avrebbero avuto inizio lo spazio e il tempo si trasforma in una sorta di affollatissimo condominio dominato da pettegolezzi e antipatie; il trasferimento degli animali sulla terraferma viene ostacolato da uno zio pesce troppo attaccato al passato.
È chiaro che non vi è alcun intento divulgativo: la scienza “calviniana” è piuttosto un particolare modo d’intendere il mondo, una prospettiva insolita e immaginifica sulla quotidianità e la condizione umana. È anche per questo che, nel suo microcosmo, Calvino può permettersi tutto: la rigorosità scientifica è solamente il punto di partenza, ma ben presto l’immaginazione prende il sopravvento, in un susseguirsi di immagini ai limiti del paradossale, in cui i grandi misteri dell’Universo vengono accostati a sensazioni e pensieri comuni, dando vita a racconti continuamente sospesi fra realtà e sogno. 

Ti ho visto!
I racconti sono inoltre percorsi da una vena di continua e sottile ironia, quasi mai esplicitata o evidenziata, ma semplicemente insita nell’accostamento di concetti difficili e scenari grandiosi a scenette quotidiane; in Sul far del giorno, per esempio, la sorella di Qfwfq fugge, terrorizzata dall’aggregarsi della materia, finché il protagonista non la incontra «a Canberra, nel 1912, sposata a un certo Sullivan, pensionato delle ferrovie». Fa eccezione un capitolo, Gli anni luce, in cui l’ironia diviene vera e propria comicità: su di una lontanissima Galassia, lontana molti milioni di anni luce, Qfwfq scorge un cartello con su scritto semplicemente TI HO VISTO; ne nasce una serie di malintesi e fraintendimenti in cui Qfwfq cerca di riabilitare la sua reputazione (non ci è dato sapere cosa effettivamente abbia compiuto!), in un dialogo lungo miliardi di anni. Non si deve comunque pensare che i racconti siano solamente un incessante sfilata di divertissement: la grande capacità di Calvino è sì di saper tradurre la scienza in immagini leggere e familiari, ma anche di saper ritrovare in esse la poesia e il mistero che dalla scienza derivano. La comunicazione è biunivoca: da un lato la scienza alimenta le situazioni fantastiche attraverso cui si dipana la storia di Qfwfq, dall’altro è proprio attraverso queste situazioni che Calvino riesce a descrivere gli aspetti più oscuri e filosofici delle teorie che ispirano il racconto. Come in Tutto in un punto: la singolarità da cui avrebbe avuto inizio il Big Bang viene descritta come un affollatissimo condominio, dominato da pettegolezzi e antipatie, in cui il concetto che dà il nome al capitolo viene spiegato attraverso i sentimenti che Qfwfq prova per la signora Ph(i)Nko: «Con lei invece era diverso: la felicità che mi veniva da lei era insieme quella di celarmi io puntiforme in lei, e quella di proteggere lei puntiforme in me, era contemplazione viziosa (data la promiscuità del convergere puntiforme di tutti in lei) e insieme casta (data l’impenetrabilità puntiforme di lei)».

La scienza attraverso le emozioni
Leggere la scienza attraverso le emozioni umane è un’importante caratteristica del libro; anche le piccole ossessioni quotidiane mutano forma, divengono eventi cosmogonici, in un continuo ribaltarsi di ruoli. Un punto fermo tuttavia c’è: in più della metà dei capitoli l’aspetto centrale del racconto è una storia d’amore; mai un amore soddisfatto, ma sempre contrastato, sfuggente, in completa trasformazione come l’Universo attorno a Qfwfq. Il mondo, sembra volerci dire Calvino, è mutamento continuo e inarrestabile, e anche il protagonista, parte stessa del cosmo e con il cosmo in continua evoluzione, ne è consapevole: «Fu una batosta dura per me», leggiamo dopo l’ennesima delusione. «Ma poi, che farci? Continuai la mia strada, in mezzo alle trasformazioni del mondo, anch’io trasformandomi». Solamente nell’ultimo capitolo, La spirale, Qfwfq trova una soluzione: sotto forma di mollusco, comincia a fabbricarsi incessantemente una conchiglia per amore di un altro organismo, spinto unicamente dal sentimento che lo anima. Ecco la chiave: l’amore di Qfwfq non è più slegato dal cambiamento, ma ne è il motore e lo scopo. «E in quell’esprimermi», leggiamo, «ci mettevo tutti i pensieri che avevo per quella là, lo sfogo della rabbia che mi faceva, il modo amoroso di pensarla, la volontà di essere per lei, d’essere io che fossi io, e per lei che fosse lei, e l’amore per me stesso che mettevo nell’amore per lei, tutte cose che potevano essere dette soltanto in quel guscio di conchiglia avvitato a spirale. [...] Questa conchiglia era una cosa diversa da me ma era anche la parte più vera di me, la spiegazione di chi ero io, il mio ritratto tradotto in un sistema ritmico di volumi e strisce e colori e roba dura, ed era anche il ritratto di lei tradotto in quel sistema lì, ma anche il vero identico ritratto di lei così com’era...».

Montale, nella postfazione alle Cosmicomiche già citata, ha definito La spirale «il più bello dei dodici racconti, quello in cui il gioco intellettuale si avvicina di più alle illuminazioni della poesia». È indubbiamente il momento più alto e consapevole del rapporto di Calvino con il mondo scientifico: la letteratura e la scienza danzano e si scambiano i passi, l’una diviene l’altra e viceversa. Insieme creano un mondo nuovo, un Universo scritto con le lettere della precisione, dello sguardo positivo sul cambiamento, sull’amore come dono leggero e rispettoso di sé all’altro.