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La tecnologia è figlia nostra

Fake news, analfabetismo funzionale, utilizzi propri ed impropri della tecnologia: la parola a Massimo Mantellini, uno dei primi e più noti autori di blog in Italia (http://www.mantellini.it). L’intervista di Andrea Angeletti

Chi è Massimo Mantellini?
Fondamentalmente sono un cittadino che molto presto, più o meno vent’anni fa, ha cominciato a pensare che la rete potesse essere un ambiente proficuo e che gli ambienti digitali sarebbero diventati importanti per i suoi figli, un domani, perché erano il centro delle cose che cambiavano e che sarebbero potute cambiare in meglio. L’inizio di questa riflessione è avvenuto casualmente, su una lista di discussioni che si chiamava LISA (Lista Italiana Sull’Accesso). Qui i temi che adesso si direbbero “della cittadinanza digitale” erano discussi da un numero ristrettissimo di persone molto interessate. C’erano figure che hanno cambiato la visione del digitale in Italia: Franco Carlini, per esempio, il primo giornalista digitale italiano, purtroppo morto giovane qualche anno fa. Oggi è evidente che i temi principali della nostra vita, le relazioni, l’informazione, la cultura, passano attraverso linee digitali; l’unica cosa che abbiamo fatto noi è stato capire questo movimento un po’ prima e quindi cominciare ad occuparci sin da subito di temi che ora sono per così dire generali.

E allora cominciamo a parlare di qualcosa che forse sta accadendo oggi ma è cominciato diverso tempo fa. Periodicamente si riflette sui cambiamenti della lingua italiana a contatto con l’universo del web. Quali cambiamenti ci sono stati, se ci sono stati? 
Credo che le reti abbiano influito moltissimo, innanzitutto per una questione molto banale: nel giro di un decennio moltissime persone hanno ricominciato a scrivere. Prima c’è stato il periodo del predominio televisivo e radiofonico: le cartoline, le lettere e, in generale, la comunicazione scritta sono state messe in un angolo. Improvvisamente, con le reti, scrivere è ritornato importante. La lingua è cambiata moltissimo, perché nuove generazioni hanno cominciato a usare uno strumento che prima non utilizzavano. Che lo facciano scrivendo su un blog o lasciando un commento o semplicemente parlando con qualcuno in una chat di gruppo, comunque fanno una cosa che ha un peso enorme: poiché scrivere ha un grande valore; perché scrivere è una grande responsabilità. 

Durante il mio corso di Storia Contemporanea, ho avuto modo di studiare l’impatto delle nuove tecnologie sulla divulgazione e l’avanzamento culturale. Penso per esempio al tentativo di contrastare l’analfabetismo del programma televisivo del Maestro Manzi in Italia. Il web ha ampliato l’orizzonte culturale di chi ci naviga e scrive dentro o lo ha limitato?
In queste settimane esce un mio libro, Bassa risoluzione, che, incidentalmente, tratta proprio di queste tematiche. La questione dal mio punto di vista è la seguente: io sono sicuro che Internet sia una grande opportunità. Certamente, però, per il Web vale lo stesso concetto che valeva per il Maestro Manzi nel periodo dell’alfabetizzazione televisiva: è necessario che la grammatica digitale sia frequentata e utilizzata a livello didattico. Tutto il discorso sulle fake news o sugli odiatori online, o ancora sulle bufale, cade immediatamente nel momento in cui le persone hanno gli strumenti per scegliere da soli.

Riprendo un tuo post del 24 dicembre intitolato I giornali sono conversazioni? Tra le altre cose, commenti i dati sulla percentuale di individui sotto i 25 anni che leggono giornali cartacei. Sempre nello stesso articolo, definisci i giornali di carta “uno degli ultimi presidi della democrazia. Sebbene di modesta qualità, sebbene non li legga quasi più nessuno”. Vorrei capire meglio: in che modo il giornale cartaceo può essere “presidio di democrazia”? E in che cosa differisce, in questo, dal mondo della rete? 
Il problema è che le maggiori testate italiane hanno una versione cartacea completamente diversa da quella online: la prima grazie ai fondi della pubblicità riesce ancora a mantenere un livello di decenza (reale o percepita) nell’informazione, la seconda cede al ricatto del cosiddetto clickbaiting. Se apriamo il sito del “Guardian” o “El Pais” o “Le Monde”, non troviamo le scelte informative che invece si trovano sui siti delle principali testate giornalistiche online italiane. Per questo sostengo che oggi, in Italia, gli strumenti cartacei sono quelli che hanno mantenuto una decenza minima. Non sono gli unici, mi viene in mente il Post, un giornale interamente online e che soprattutto non accetta il clickbaiting. Il problema è l’ordine di grandezza. Il Post ha un decimo dei lettori delle testate online dei tradizionalmente più letti quotidiani nazionali cartacei… 

Verrebbe da dire: pochi ma buoni. Perché il lettore medio italiano sceglie canali di informazione a suo modo di vedere non ottimali?
Credo che ci siano soprattutto due fattori da tener presenti. Da una parte c’è quello che Tullio de Mauro chiamava “analfabetismo funzionale”: molte persone, pur sapendo leggere e scrivere, non riescono a comprendere un testo complesso (i dati ci mostrano un’Italia indietro su questo punto rispetto alla maggioranza dei Paesi europei). L’altro aspetto da considerare è che questo Paese ha un’allergia atavica per l’innovazione. Infatti ogni volta che qualcosa cambia, specie in ambito tecnologico, in molti Paesi scatta immediatamente la curiosità, la sperimentazione; in Italia succede il contrario: prevale il racconto pessimistico sui rischi. 

Puoi dirmi qualcosa di più di questa allergia atavica degli italiani per le innovazioni?
Dalla Legge di Moore in poi sappiamo che all’aumentare della capacità di calcolo o delle possibilità che la tecnologia ci offre, aumenta anche la nostra potenza, la nostra capacità di fare cose. In Italia e non solo, negli ultimi tempi questo ipotetico rapporto lineare si è interrotto. Abbiamo continuato ad avere strumenti sempre più potenti, ma abbiamo scelto di utilizzarli sempre meno. Allora, da un lato possiamo senz’altro raccontare una storia positiva: la tecnologia è figlia nostra. Occorre però raccontare anche un’altra storia, che è una storia che smaschera la nostra superficialità: quando hai una versione di Word che ti permette di utilizzare cinquemila funzioni e tu scegli di usarne solo tredici che cosa stai facendo? Stai selezionando ciò che per te è importante ma, insieme, decidi di non imparare certe cose, di farne a meno, di fare come se l’innovazione non ci sia stata.

Scegliere di non imparare qualcosa è sempre negativo?
Anche nei fenomeni di riduzione, spesso, avvengono fenomeni interessanti, di cambiamento o di crescita culturale. Prendiamo le fotografie, per esempio. Abbiamo smesso di utilizzare le pellicole che ci permettevano di stampare ed appenderci la nostra foto meravigliosa nella stanza, optando per foto a minor risoluzione, usando i cellulari. La nostra attuale idea di ritratto, ora, non è tanto la singola foto, ma la somma di tutte le foto fatte in un determinato arco di tempo. Questo per dire che nell’era della “bassa risoluzione” non ci sono mai fenomeni univoci: si può essere disfattisti o accettare il fatto che il mondo è semplicemente cambiato e cambia attraverso questi piccoli aspetti. Quello che hai perso da una parte, molto spesso lo recuperi da un’altra.

Ultima domanda a bruciapelo. Qual è la tua posizione sulle fake news?
Una famosa frase di Mark Twain che va sempre citata quando si parla di fake news riguarda il fatto che le bugie vanno molto velocemente mentre le notizie vere fanno fatica ad emergere: “quando la verità si sta allacciando le scarpe, la bugia ha già fatto due volte il giro del mondo”. Per questo credo che il problema sia posto oggi in maniera sbagliata: non si tratta di distinguere preliminarmente tra notizie vere e notizie false, ma semplicemente dall’occuparsi della formazione intellettuale delle persone che leggono i giornali. Vorrei aggiungere che il tema delle fake news è molto di moda in Italia ma è basato spesso sul niente: anche il discorso sulle fake news è spesso una fake news. Volendo essere malevoli, si potrebbe dire che l’informazione, specialmente in Italia, ha spesso la fissa del “bollino”, ovvero si vuole dare modo al lettore di capire grossolanamente, grazie ad un’etichetta, chi è abilitato a scrivere la verità e chi invece non lo è. I giornalisti e i politici, per motivi facilmente intuibili, oggi sono molto interessati a questo tema. I primi cercano di tutelare giustamente il proprio giardino di autorevolezza, mentre i secondi vogliono poter controllare l’informazione. Subito dopo l’elezione di Donald Trump, su “Wired” è uscito un pezzo istruttivo: un inviato è andato in questo paesino in Moldavia, dove erano misteriosamente localizzati decine di siti pro-Trump. Come mai? Perché? I ragazzini di quel paesino avevano capito che, creando contenuti contro la Clinton, ricevevano visibilità e soldi molto facilmente. Tutto il resto del discorso, francamente, è un po’ barbosetto.