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Letture in classe – Elsa Morante, l’amuleto della poesia

Elsa Morante ha scritto alcuni dei più importanti e noti romanzi del Novecento, per esempio Menzogna e sortilegio e La Storia. Meno nota è la sua poesia: un canto stregato e stregante che sfida l’orrore della realtà, per ritrovarne l'incanto. Notizie e spunti per l’attività in classe sulla raccolta Alibi.

L’arte è il contrario della disintegrazione […] la sua funzione è, appunto, questa: di impedire la disgregazione della coscienza umana, nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo”: sono parole di Elsa Morante, tratte da un suo testo della maturità oggi raccolto nel postumo Pro e contro la bomba atomica e altri scritti (1987). Per molti versi, si tratta del suo manifesto di poetica. Abilissima creatrice di romanzi e racconti in cui convivono denuncia sociale e deluse passioni, palpabili fantasmi e orfanezze, orrori della storia e piccole storie di tragica salvezza, adulti d’incredibile capriccio e bambini che passano sul mondo come angeli dagli occhi troppo profondi, Morante ha fermamente creduto nella bellezza del reale e nella liberazione della fantasia garantita dall’arte contro gli appiattimenti nel quotidiano di consumo. E lo ha fatto anche nei suoi poco noti libri di poesia.

Il primo, Alibi, è una raccolta che gioca col tema del doppio, della memoria, degli sperdimenti di ragioni e coscienza: rivitalizza parole e spettri della tradizione per riconsegnare alla realtà (anche a quella del sogno, del ricordo, dell’assenza) la sua volatile e umanissima, per questo magica, poesia. Il secondo è Il mondo salvato dai ragazzini, poemetto o meglio incastro di brevi o smisurati poemetti dove secondo un’idea alta del fare versi (in dialogo contemporaneamente con la musica, il segno grafico, il ragionamento serrato, l’imprevisto insorgere di sensi ulteriori) passa in rassegna le brutture dell’irrealtà per ribadire la realtà di una possibile rivolta: quella dei “felici pochi”, che non vengono a patti con la violenza. Bastino per quest’ultimo testo, e come suggerimento di lettura, le parole al proposito di Pier Paolo Pasolini, che lo definì: “un manifesto politico scritto con la grazia della favola, con umorismo, con gioia”. Per quanto riguarda il primo libro di poesia, la relativa facilità della lettera, l’universalità dei contenuti, il sapiente dialogo con la migliore tradizione letteraria italiana (e non solo) lo rendono una lettura preziosa da proporre in classe. Per conoscere un aspetto poco noto dell’attività di Elsa Morante e per apprezzarne insieme l’altera modernità e lo stregante fascino antico.

Il libro

Nella seconda metà degli anni Cinquanta, Nico Naldini, il cugino di Pier Paolo Pasolini, vara una nuova collana di poesia per l’editore Longanesi. Chiede testi a quattro poeti: Sandro Penna, lo stesso Pasolini, Giorgio Caproni e Elsa Morante. La collana, progettata per continuare, si arresta ai primi tre titoli: L’Usignolo della Chiesa cattolica di Pier Paolo Pasolini, Croce e delizia di Sandro Penna e Alibi di Elsa Morante, che esce nel 1958, ben accolto da alcuni recensori d’eccezione (Ginzburg, Caproni) ma sostanzialmente trascurato dal largo pubblico e anche da molti addetti ai lavori. Torneranno ad occuparsi del testo Giorgio Agamben (“uno dei grandi libri della poesia italiana del Novecento") e sopratutto il critico Cesare Garboli, che ne curerà un’edizione ampliata con appunti e versi inediti, uscita postuma nel 2012. Nella sua prima edizione, Alibi è un libro che raccoglie perlopiù versi già diluiti da Elsa Morante nei suoi romanzi (Menzogna e sortilegio, L’isola di Arturo): 16 liriche a cui però l’autrice cambia titolo (per sottolinearne non tanto la derivazione quanto il tema: Dedica diventa L’isola di Arturo, per esempio) e che sono piccoli messaggi oracolari popolati di colori, ombre, pietre preziose, stoffe. Lontana anni luce dalle contemporanee sperimentazioni della neovanguardia, Morante dissemina i suoi testi di echi letterari tolti dalle origini della letteratura italiana (la Commedia, il Cantico delle creature), da Tasso, da Leopardi. L’io che esce dalle sue poesie è doppio, riflesso, imprevedibile ma presente, leggero e forte a un tempo. Della stessa qualità sono gli oggetti che tocca (amuleti, pietre preziose, piccoli oggetti domestici o naturali) e i personaggi che incontra, uomini e animali. Qui di seguito, due testi, dedicati a una ragazza siciliana (il testo nella sua prima stesura era dedicato a un ragazzo) e a un gatto amatissimo, messaggero dei divini saperi e delle divine indifferenze del mondo animale.

L’assaggio

Poesia per Saruzza

Nove anni da che t’ho salutata
o mia dimenticata, giovane siciliana.

Fra noi due si distese
un’impervia rovina
di lontananza e tempo,
e il trombettiere delle morti
sui valichi suona il silenzio.

Ma l’eco d’una tua risata,
ultimo celeste addio
per nove anni si aggirò
su quel desolato paese
rimbalzando in corsa, l’effimera
fanciulletta. E l’approdo
quale fu? Sola
nella mia stanza ero
oggi, e stupore mi morse.
L’eco d’un tratto udii
della tua risata.
Ti riconobbi, e il piacere
d’un batticuore mi corse.

A te grazie, fragile eco!
Canaria bella volavi
a questo nido.
Dolce marina frugavi
fra queste foglie.
Gemma arancione t’accendevi
sul calcinato muro.

Poi, fu di nuovo il silenzio
nella memoria,
e io della stanza vuota
signora.

(Già s’incrinava, nel punto
che l’orecchio mi sfiora.)

Minna la siamese

Ho una bestiola, una gatta: il suo nome è Minna.
Ciò ch’io le metto nel piatto, essa mangia,
e ciò che le metto nella scodella, beve.
Sulle ginocchia mi viene, mi guarda, e poi dorme,
tale che mi dimentico d’averla. Ma se poi,
memore, a nome la chiamo, nel sonno un orecchio
le trema: ombrato dal suo nome è il suo sonno.
Se penso a quanto di secoli e cose noi due livide,
spaùro. Per me spaùro: ch’essa di ciò nulla sa.
Ma se la vedo con un filo scherzare, se miro
l’iridi sue celesti, l’allegria mi riprende.
I giorni di festa, che gli uomini tutti fan festa,
di lei pietà mi viene, che non distingue i giorni.
Perché celebri anch’essa, a pranzo le do un pesciolino;
né la causa essa intende: pur beata lo mangia.
Il cielo, per armarla, unghie le ha dato, e denti:
ma lei, tanto è gentile, sol per gioco li adopra.
Pietà mi viene al pensiero che, se pur la uccidessi,
processo io non ne avrei, né inferno, né prigione.
Tanto mi bacia, a volte, che d’esserle cara io m’illudo,
ma so che un’altra padrona, o me, per lei fa uguale.
Mi segue, sì da illudermi che tutto io sia per lei,
ma so che la mia morte non potrebbe sfiorarla…

L'attività

Avviamo una discussione guidata sui due testi

  1. Alibi è considerata una raccolta di poesie d’amore: non solo e non tanto verso un essere umano amato, ma verso il proprio io che si riflette in uno specchio, una pietra di colore vivace, oggetti, animali, sensazioni, fantasticherie tra le più varie e imprevedute. Chiediamo in che senso le due poesie proposte possono essere definite d’amore.
  2. Tra le caratteristiche stilistiche riconosciute della poesia di Elsa Morante, c’è il sapiente utilizzo di salti linguistici: dal registro alto a quello più umile, sia per quanto riguarda il lessico, sia per quanto riguarda la costruzione della frase. Cerchiamo esempi nei due testi proposti.
  3. Uno dei temi rilevanti di Poesia per Saruzza è la memoria. Proviamo a costruire un breve percorso sui passaggi fondamentali descritti nel testo, facendo attenzione al meccanismo della eco che giunge improvvisa e “in ritardo” di anni. Confrontiamo il testo con altri dedicati all’argomento (La casa dei doganieri di Montale per esempio, o anche il famoso passo della madeleine della Recherche di Proust). Concludiamo con un confronto suggerito dalla critica: A Silvia di Leopardi. Proseguiamo nella lettura dell’altra poesia cercando echi leopardiani (per esempio spaùro).
  4. I gatti sono una delle grandi passioni e dei personaggi assai frequenti nei racconti di Elsa Morante. Che tipo di rapporto viene raccontato nella poesia? Quali i sentimenti umani? Quali quelli supposti nella bestia? Se ne abbiamo tempo, proviamo a creare un confronto con Anna Maria Ortese, un suo testo tratto dalla recente raccolta di saggi postuma Le piccole persone:

Un giorno, in un racconto di Natalia Ginzburg, che usciva a puntate, e del quale non mi fu dato di vedere il seguito, trovai la parola “faccia” o “viso” applicata al musetto di un gatto. Per me fu una scoperta, e mi sembrò il “segno” di una rivoluzione che molti aspettiamo da tempo, una rivoluzione stranissima, ma l’unica veramente in grado di consentire un salto di qualità nella storia umana, di promuovere l’uomo al grado di essere superiore, che egli asserisce continuamente d’aver raggiunto. L’uomo, infatti, riconoscendo che anche gli animali hanno un faccia, ammette implicitamente che gli animali sono suoi fratelli o anche semplici “antenati”, conviventi oggi con la sua storia […]. Ritengo gli animali Piccole Persone, fratelli “diversi” dell’uomo […] che esprimono un pensiero, e una sensibilità chiusa ma dello stesso valore della sensibilità e del pensiero umano, soltanto lo esprimono al di fuori del raziocinio o ragione per cui noi andiamo noti, e ci incensiamo tra noi. Ma questo raziocinio, o ragione, poi lo applichiamo semplicemente al servizio di istinti (conservazione, fame), o di una degenerazione degli istinti: l’accumulo o lo sperpero, che le Piccole Persone non conoscono. Le Piccole Persone sono pure e buone, non sono avide. Non conoscono né l’accumulo né lo sperpero. Hanno cura dei loro piccoli […] e prestano frattanto mille servigi preziosi agli uomini. In altri tempi lo hanno nutrito, allevato, coperto, proprio come madri. Gli hanno fatto compagnia (sulla Terra non c’era nessuno che lo consolasse). Una famiglia particolare, il Cane, ha preso a proteggerlo, e milioni di volte è morto per lui. Gli Uccelli – altra famiglia di origine angelica – nel fitto delle foreste hanno cantato per lui, ricordandogli che il cielo non lo aveva dimenticato.

  • Se vogliamo approfondire il discorso su uomini e bestie nella letteratura, proponiamo la stesura (durante un’esercitazione o come compito domestico) di un saggio breve o articolo di giornale a partire da testi di Leopardi, Tozzi, Morante, Ortese e da una canzone di Franco Battiato (una proposta di traccia si può scaricare qui).

  • Chiediamo per concludere di commentare questa affermazione di Cesare Garboli: “Elsa era tutta nell’immaginario. La sua grande passione per la realtà si spiega anche con l’impossibilità, in lei, di trovare una resistenza, un limite alla finzione”.

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