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Memoria del futuro. La lezione di Franco Fortini

100 anni ci separano dalla nascita di Franco Fortini. Poeta, traduttore, saggista, Fortini lascia ai giovani in formazione una serie di splendidi testi e un'idea rivoluzionaria di cultura, nemica di vuoti protagonismi e frutto di un lavoro di ricerca tra persone di età e di formazione differente. Ecco un'intervista a Luca Lenzini, studioso di Fortini, direttore della Biblioteca Umanistica dell’Università di Siena e membro del Centro studi Franco Fortini.

In occasione dei 100 anni dalla nascita di Franco Fortini, il centro studi a lui dedicato ha proposto una serie di letture commentate dei suoi testi in alcune biblioteche di Firenze: perché questa scelta?

L’iniziativa è nata nell’ambito della collaborazione con “Perché poeti in tempo di povertà”, iniziativa curata da Vittorio Biagini che da tempo promuove progetti analoghi a Firenze. In questo caso ci è sembrato particolarmente importante che la conoscenza dell’opera di Fortini fosse promossa nella sua città natale, ed in chiave di diffusione nei luoghi frequentati da lettori comuni, più che in ambito universitario o comunque più “formale”. Bisogna anche tener conto che, per vari motivi, Firenze non ha mai dedicato troppa attenzione a questo autore, mentre nell’opera fortiniana Firenze è ben presente.

Le chiediamo una battuta sul titolo del ciclo di letture: "Memoria del futuro".

Viviamo in un periodo che sembra privilegiare il “consumo” e la dimensione del presente: tutto è consumato e dunque dimenticato, senza una prospettiva che fondi l'agire e il pensare. Tutta l'opera fortiniana è rivolta al futuro, invece, e vive nella speranza di un futuro diverso (senza garanzie né facili illusioni). Il titolo vorrebbe alludere al recupero di tale prospettiva o dimensione.

Quali sono i messaggi e i saperi più importanti che, secondo lei, Fortini può donare a giovani in formazione?

Importante è che i giovani si avvicinino all'opera di Fortini senza schemi precostituiti, che aprano un dialogo con lui: saranno poi i suoi versi, i suoi saggi ad agire sulla coscienza individuale e a far loro capire che esistono modi diversi di vivere il presente da quello che viene imposto dai media e dai tanti apprendisti stregoni dell'industria del consumo e del consenso.

A proposito, lei ha analizzato i testi del Fortini saggista, mettendo in evidenza come da questi scritti emerga un'idea rivoluzionaria di “cultura”. Che cos’è dunque la cultura per Fortini? E in che modo questo concetto può esser condiviso con i ragazzi, a scuola?

Il tema mi sembra interessante a partire da un dato biografico. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta (lo si vede bene nel suo epistolario), Fortini ha fatto parte di gruppi di ricerca e ha intessuto dialoghi non solo in ambito nazionale, ma anche internazionale (elemento quest’ultimo che mi sembra oggi sempre più necessario), con persone che lavoravano a scuola, nell’editoria, nell’università. La cultura per Fortini dunque è innanzitutto ricerca in comune, non speculazione o viaggio da condurre in solitaria. In questa prassi volta al cambiamento c’è un messaggio importante, anche a livello di metodo. Oggi infatti si tende a prestare attenzione a chi (ogni sera ce ne è uno diverso) via via viene alla ribalta, col suo quarto d’ora di celebrità. Ma queste fugaci apparizioni e in genere i cosiddetti "opinionisti" non fanno la differenza, non mettono in magazzino qualcosa per una cultura di domani, diversa da quella del consumo. Fortini sceglie un'altra strada: la ricerca in comune, che può durare anche molto tempo, i cui risultati possono a lungo rimanere invisibili. In questo si differenzia, per esempio, da Pasolini. Perché sebbene alcuni ideali fossero condivisi, ad un certo punto Pasolini sceglie di parlare attraverso i media di massa, si fa “battitore libero”, inizia a ragionare da solo e la sua poliedricità gli consente di arrivare a un pubblico più ampio. Fortini, al contrario, proprio nella metà degli anni Sessanta elabora un pensiero critico particolarmente efficace in quanto frutto di un lavoro di scavo, lungo e meticoloso, con altri: giovani, soprattutto. Una scelta di campo.

Celeberrima la frase d’inizio di Attraverso Pasolini, il libro in cui Fortini ragiona sui suoi rapporti con Pasolini: “aveva torto e non avevo ragione”. Potrebbe essere un punto di partenza per presentare insieme i due autori in classe?

Senz’altro la lettura di alcuni passi di Attraverso Pasolini sarebbe preziosa per comprendere la posizione di Fortini. Perché per Fortini, come si legge nel testo, questo “attraversare Pasolini” significa anche mettersi “di traverso”, fare ostacolo. E fare ostacolo significa far pensare, proporre una battuta d’arresto per meditare meglio, considerando un punto di vista escluso o rimosso. Tra l’altro, presentare questo rapporto può consentire un approfondimento su un altro “volto” di Fortini, vale a dire – lo ha notato anche Giovanni Raboni –, il suo essere stato interlocutore di quasi tutti i protagonisti del Novecento. Oltre a Pasolini potrei citare Montale, Sereni, Giudici. Quel che vale per Pasolini vale anche per gli altri: la diversità di Fortini ha a che fare soprattutto col suo “richiamo etico”, il suo fare riferimento a una tradizione e a una serie di letture che emergono distintamente nelle sue pagine giovanili: la Bibbia, i Salmi, il pensiero di Michelstaedter, Karl Barth, di Kierkegaard. Insomma tutta una “tradizione etica” sotterranea e non ben acclimatata in Italia (né all’epoca di Fortini, né oggi, direi).

Prima ha fatto cenno a Michelstaedter, un altro autore che alle volte, nella prassi scolastica, si tende a marginalizzare…

Sì, di Michelstaedter credo sarebbe importantissimo conoscere non solo la riflessione diffusa nella Persuasione e la rettorica, ma anche la poesia. Fa parte di una tradizione carsica che si sottrae agli schemi, alle categorie preconfezionate a colpi di “ismi” con cui di solito si classificano i momenti della nostra letteratura. E forse sarebbe giusto che questa tradizione carsica, questo Novecento così ricco e vitale ma nascosto perché in qualche modo non classificabile, venisse riscoperto proprio a partire dalle aule di scuola. Per fare un altro esempio: la Firenze in cui è vissuto Fortini negli anni Trenta fino agli anni Quaranta non è solo quella dell’ermetismo. In quella Firenze c’erano ancora le tracce dei vociani, fondamentali per Fortini. E poi c’erano anche Giacomo Noventa, che era il suo punto di riferimento, e Giorgio Spini, sotto il cui influsso si converte al protestantesimo…

Torniamo a Fortini: quali suoi testi poetici gli insegnanti potrebbero leggere e commentare in classe con gli alunni?

Penso anzitutto a La gronda (nell'Oscar Mondadori di Tutte le poesie, Milano), con l’attesa di una catastrofe che è anche una liberazione, un ricominciamento attraverso un minimo gesto, e dunque si apparenta a tutta la tradizione di pensiero che punta sulle discontinuità temporali invece che sulla continuità. Il testo è insieme molto sintomatico e molto conciso, quindi assai gestibile, credo, in classe. Di Stanotte… ricordo un bel commento per gli studenti nelle "Letture esemplari" di Ceserani e De Federicis. In Traducendo Brecht, per finire, c’è un messaggio diretto, molto attuale, che potrebbe essere consegnato ai giovani. Tra l’altro, questo testo – che in un certo senso ha bisogno di pochi commenti, esplicito com’è nelle premesse e nell’invito finale – può essere una chiave per riconoscere l’altissimo ruolo culturale svolto da Fortini: non ha solo “tradotto” Brecht in italiano, ha “introdotto” Brecht nella cultura italiana, modificandola, aprendola a nuove strade. Leggere questa poesia, dunque, potrebbe essere una doppia buona occasione: per conoscere meglio Fortini e per non smettere di leggere Brecht, a scuola e altrove.

Traducendo Brecht

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola di un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Oggi si fa un gran parlare di nuove tecnologie, del loro impatto sulla scrittura e sull'apprendimento. Fortini scriveva al computer? Che rapporto ha avuto con questo strumento?

Sì, Fortini scriveva al computer. Quando vinse il Montale-Guggenheim con Paesaggio con serpente, nel 1985, utilizzò il premio per acquistare un Mac. Ne ho parlato in un articolo dal titolo Il Mac di Fortini che si trova anche in rete. Per il resto, Fortini aveva allacciato un rapporto di odio-amore con questo nuovo strumento. Ci sono anche poesie che ne parlano. Lo sfruttava a modo suo (e tormentava l’amico Maurizio Maggiani a Bocca di Magra quando aveva dei problemi: c’è un sonetto satirico sull'argomento). Certamente lo affascinava la possibilità di introdurre assai velocemente delle varianti nella scrittura, di modificare i palinsesti ritornando sui testi (aggiungendo e, soprattutto, tagliando). Nello stesso tempo questa facilità un po' lo turbava, forse: se il computer dà la possibilità, in qualche modo, di "cancellare il passato" di una scrittura in un attimo, che cosa ne sarà della memoria, della possibilità di ripensarla e discuterla? A tal proposito ricordo un libro che è uscito postumo e incompiuto, Un giorno o l'altro (Quodlibet,  2006), interamente scritto (o meglio riscritto) al computer: un progetto al quale Fortini ha cominciato a lavorare a fine anni Settanta-inizio anni Ottanta e che doveva essere una specie di "collage annotato" e di biografia intellettuale. Fortini riproduceva i propri pezzi scritti negli anni e li commentava a posteriori, usando la videoscrittura.

Nel libro Un giorno o l’altro c’è anche una lettera mai spedita a Pavese…

Sì, perché quando Fortini andò a spedirla le poste erano chiuse e il giorno dopo Pavese era già morto suicida. Tra l’altro recenti indagini nell’archivio Einaudi hanno dimostrato che proprio Pavese ebbe un ruolo decisivo nella pubblicazione dell’unico romanzo di Fortini, Giovanni e le mani. Una prosa importantissima e un po' trascurata. Anche questa, forse, da riproporre nelle aule e da discutere, interpretare in dialogo con gli studenti.  

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