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Ombre d'inchiostro. Le case degli scrittori

Nel Giovane Holden, il protagonista a un certo punto dice che lo fanno impazzire «i libri che quando hai finito di leggerli e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse il tuo migliore amico, per telefonargli ogni volta che ti va». 

Succede anche quando l’autore disgraziatamente non può rispondere all’apparecchio, in quanto defunto. Perché non fargli visita lo stesso? Solo in Europa saranno almeno un migliaio le case dove abitarono scrittori celebri aperte al pubblico. Non è un fenomeno nuovo. La dimora di Shakespeare a Stratford-upon-Avon, quella di Petrarca ad Arquà, o quella di Goethe a Francoforte accolgono i turisti da secoli. Certe zone – come la Scozia, il New England, o San Pietroburgo – si presentano particolarmente propizie, ma c’è anche chi si spinge fino a Samoa, per vedere con i propri occhi il letto dove dormì Stevenson.

Le case possiedono un’ineguagliabile capacità narrativa. Non occorre neppure varcarne la soglia. A tutti è capitato, passeggiando di sera per strada, di alzare gli occhi a una finestra illuminata, immaginandosi a partire da una voce o da un rumore le vite degli altri. Ma che cosa cerchiamo, che cosa troviamo nelle case degli scrittori? È solo questione di voyeurismo? Non credo. Certo, gettare uno sguardo sulla vita privata di personaggi celebri può intrigare. Quant’era alto Verga? D’Annunzio fumava? Davvero Alfieri era rosso di capelli? Che copriletto orrendo aveva Moravia! Ma le case custodiscono memoria di ben altro: il concentrato silenzio delle loro quiete stanze è interrotto da echi di spari, rantoli, vagiti, litigi, grida d’amore, sospiri d’infelicità, turaccioli che saltano, rosari recitati sottovoce. Storie che coinvolgerebbero anche se i protagonisti non avessero scritto una riga, come sa chiunque si sia affacciato alle finestre di Anna Frank, Emily Dickinson oppure – per restare alle donne recluse – Isabella di Morra.

Qui scatta un’altra potente molla. Nelle case degli scrittori che conosciamo, infatti, siamo già stati anche senza averci mai messo piede. Se ne abbiamo letto i libri, o quantomeno li abbiamo studiati a scuola, sappiamo come la pensavano e ci siamo fatti un’idea del mondo in cui sono vissuti. Ora si tratta di trovare nella realtà le impronte della fantasia, dopo aver cercato nella fantasia le impronte della realtà. Inseguendo l’ombra degli scrittori, incontriamo la nostra. Perché nelle loro stanze, sulle loro pagine, grazie alle emozioni e alle riflessioni che hanno saputo suscitare, è maturata una parte di noi.

Casa Manzoni a Milano

Ville eleganti, palazzi nobiliari, appartamenti dignitosi, umili case contadine, castelli arroccati su una rupe, celle di prigione e persino vagoni ferroviari. Chissà come apparirebbero queste loro case agli scrittori, se potessero tornarvi insieme a noi. Si aggirerebbero spauriti, compiaciuti, sorpresi in stanze a volte irriconoscibili, a volte pressoché identiche a quelle conosciute. Uomini come Hugo, Walter Scott, Gabriele d’Annunzio, Pablo Neruda o Curzio Malaparte hanno fatto dei muri in cui abitarono un autentico testamento di pietra, rispettato dopo la morte sin nei dettagli. Altri invece, come Pirandello, vissero in cento posti quasi con noncuranza, o ci capitarono per combinazione, come Carlo Levi al confino e Giacomo Casanova nel carcere dei Piombi. Qualcuno, come Pascoli, amò alla follia le stanze ereditate dai genitori; altri, come Gadda, le odiarono con tutto il cuore. Di alcuni, come Manzoni, visitiamo case in cui camparono decenni; di altri, come Quasimodo, case di cui non potevano neppure ricordarsi, perché abitate nella tenera infanzia, o “inventate” dalla venerazione dei posteri, come accade in Toscana per la triade Dante Petrarca Boccaccio.

Per lunghi secoli, quando l’Unità politica non era che un sogno confuso, la letteratura in italiano (cioè in toscano) agì da formidabile collante fra culture molto diverse. Con un guizzo dei suoi, parlando ad Arquà nella ricorrenza dei cinquecento anni dalla morte di Petrarca, Carducci ribatté alla famosa frecciata del principe di Metternich, sostenendo che l’Italia, più che un’espressione geografica, era stata «una tradizione poetica». Come dubitarne? Nei secoli bui delle dominazioni straniere, a tenere viva la fiammella dell’identità nazionale avevano provveduto i capolavori dei nostri scrittori.
Mauro Novelli

(versione rivista e scorciata della prefazione a La finestra di Leopardi. Viaggio nelle case dei grandi scrittori italiani, Feltrinelli 2018)