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Pasolini corsaro controcorrente. Intervista a Roberto Carnero

Sono stati a scuola, ne sono usciti, hanno ascoltato lezioni, letto libri e manuali, subito interrogazioni e svolto compiti. I nostri nuovi blogger hanno tra i 18 e i 20 anni, e una gran voglia di condividere con i lettori i loro sguardi "al cuore della letteratura".

Oggi Mattia Brienza intervista per noi Roberto Carnero su un intellettuale corsaro e controcorrente, un poeta, narratore e regista di raffinatissima visione che non smette di far discutere: Pier Paolo Pasolini.

Vorrei partire dalle due ragioni che lei dà, nell’introduzione al suo volume Morire per le idee. Vita letteraria di Pier Paolo Pasolini, della "unicità" di Pasolini. La prima ragione, lei dice, sta nella qualità del percorso creativo di Pasolini, che definisce “aperto” e “mobile”: che cosa intende esattamente con questi termini?

Pasolini si è cimentato su più fronti e in più generi: dalla poesia alla narrativa, dal teatro al cinema, dal giornalismo alla critica di tipo più filologico. Con la tendenza a rinnovarsi continuamente, ma con temi che tornano e vengono sviluppati e approfonditi attraverso il tempo con l'uso di diversi linguaggi. L’opera pasoliniana va letta dunque come un tutt’uno, in cui le diverse fasi di un lavoro artistico complesso e articolato si intersecano e si contaminano a vicenda. Una grande opera "totale", quella di Pasolini, all’interno della quale è difficile scindere i diversi generi. Pena il rischio di proporre improbabili classifiche settoriali, come fanno periodicamente quei critici che rilanciano, poniamo, il Pasolini poeta per negare valore al narratore o viceversa.

Il secondo motivo dell’unicità di Pasolini, lei scrive, è che di intellettuali come lui "sentiamo la mancanza". Davvero non vede nel mondo di oggi figure paragonabili a quella di Pasolini per statura e rilevanza culturali e civili? Quale è, a suo parere, la causa di questa assenza di "eredi"?

Seppure non senza alcune ambiguità e personali idiosincrasie, Pasolini è stato capace di interrogarsi sul presente, di leggere la contemporaneità in relazione al passato e alla storia, di condurre analisi lucide e impietose sul nostro Paese. E oggi, a più di quarant’anni dalla sua scomparsa, alcune sue intuizioni sui lati più oscuri e problematici della nostra società ci appaiono, purtroppo, davvero profetiche. Non mi sembra di intravvedere, oggi, personalità intellettuali della sua statura. Pasolini era un poeta, del resto. E lo disse Moravia ai suoi funerali: di poeti ne nascono pochissimi ogni secolo. Prendiamo la raccolta di articoli Scritti corsari: Pasolini, come un "corsaro", solitario e controcorrente, critica la vita e la cultura nazionale, scagliandosi contro tutto ciò che sente inautentico: il mondo borghese, il capitalismo e il neocapitalismo, la società di massa e il consumismo, l’omologazione, la televisione. Lo fa con toni accesi e vibranti, ergendosi in tutta la sua statura di intellettuale militante che non teme di sporcarsi le mani con gli aspetti che interessano più da vicino la vita civile e, prima ancora, morale degli italiani. Si può essere più o meno d'accordo con le sue analisi, con le sue idee e con i suoi punti di vista, ma non si può misconoscere la capacità che essi hanno sempre di inquadrare le questioni e di suscitare pensiero e dibattito: che è il compito, appunto, degli intellettuali, quelli di cui oggi sentiamo la mancanza.

Vorrei ora fare riferimento al notissimo articolo Il romanzo delle stragi. In un passaggio Pasolini scrive «Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico [...], compromettendomi con esso [...]. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi». Non crede che Pasolini, scrivendo queste parole, stia mettendo un freno non solo al proprio impegno politico, che non può più essere davvero concreto, ma in generale a quello di un qualunque intellettuale che voglia continuare a dirsi tale? Se sì, quali possono essere state, a suo parere, le conseguenze di una simile affermazione sul peso politico, oggi, degli intellettuali?

Pasolini dice qui che il suo ruolo di intellettuale può essere inteso come coscienza critica in quanto “altro” dal potere che guarda e che, appunto, critica. Se lui fosse “compromesso” con il potere, come tanti pseudointellettuali prezzolati, una critica autentica da parte sua al potere stesso diventerebbe impossibile. Ma se negli anni Sessanta e Settanta Pasolini poteva "dare fastidio" al potere (l'economia ma anche la politica), oggi il potere sembra sostanzialmente indifferente alla cultura, e dunque agli intellettuali, ammesso che ci siano...

Si può dire che Pasolini abbia sempre dimostrato una grande attitudine all'insegnamento e un forte interesse verso i giovani: in che modo lei pensa che questi due fattori abbiano influenzato la sua opera e il suo impegno intellettuale?

Pasolini visse sempre una forte vocazione pedagogica, sin dagli anni di Casarsa dove, insieme con la madre, aveva attivato, durante i mesi della Resistenza, una scuola popolare per i figli dei contadini impediti negli studi regolari dagli eventi bellici. Poi negli anni tra il ’47 e il ’49 insegna alla scuola media di Valvasone, vicino a Pordenone. E, una volta giunto a Roma nel 1950, troverà lavoro presso una scuola privata di Ciampino, dove avrà, tra i suoi allievi, il futuro scrittore Vincenzo Cerami. Ai suoi alunni trasmetteva il gusto per la poesia, quella "classica" della tradizione italiana (da Dante a Leopardi), ma anche quella moderna e contemporanea (Pascoli, Ungaretti, Saba ecc.). Il suo metodo era quello di un insegnamento creativo, attento all’ascolto degli alunni, più che volto alla fredda trasmissione di contenuti. Se lasciamo il Pasolini insegnante e consideriamo il Pasolini artista, due saranno gli interlocutori principali di questa sua rinnovata paideia: il popolo, oggetto d’amore ma sempre a rischio di perdere la propria identità sulla spinta dell’avanzamento della società dei consumi, e la borghesia, oggetto di odio, ma forse, almeno in parte, ancora passibile di una "rieducazione". Ciò sarà vero sino alla sua ultima produzione, quella, ad esempio, degli Scritti corsari, quando Pasolini si ergerà a "pedagogo di massa".

Quale film o libro di Pasolini consiglierebbe agli insegnanti per introdurne la figura in classe o a giovani che volessero iniziare a conoscerlo?

Suggerirei la lettura del romanzo Ragazzi di vita e della raccolta di articoli Scritti corsari, ma anche la visione di film come Accattone e Decameron: sono tra le cose più belle che Pasolini ha fatto, e anche tra le più suggestive.

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