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Pasolini, un anniversario per rileggerlo
A quarant'anni dalla morte di Pasolini, rimangono molte domande senza risposta. Come rendere giustizia alla sua memoria? Forse semplicemente restituendogli la voce, spostando cioè l'attenzione dalla vicenda biografica alla sua opera stimolante e multiforme, rileggendola e facendola scoprire ai più giovani.
Roberto Carnero, curatore insieme a Giuseppe Iannaccone del convegno "Sguardi al Cuore della Letteratura", riflette criticamente con noi su questa figura controversa.

 

Una vicenda con molte ombre

 
A quarant'anni esatti dalla morte di Pier Paolo Pasolini, avvenuta all'Idroscalo di Ostia nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, rimangono ancora molte ombre a proposito di quel barbaro omicidio, ma una cosa appare ormai chiara: l'unico condannato per la vicenda, l'allora diciassettenne Pino Pelosi, non era solo sulla scena del crimine, anzi forse non fu neppure lui il vero assassino.
 
Nei giorni immediatamente successivi alla morte dello scrittore, Oriana Fallaci realizzò per le pagine del settimanale "L'Europeo" un articolato reportage che per la prima volta mise in dubbio la versione ufficiale dell'omicidio, ipotizzando che Pelosi si fosse auto-accusato per coprire i veri responsabili.
 
Oriana conosceva da anni Pier Paolo, i due si frequentavano in un rapporto non facile, fatto di stima reciproca ma anche di momenti di insofferenza altrettanto reciproca. Quando però Pasolini viene ritrovato cadavere, la Fallaci decide di indagare e comprende da subito che la lettura dell'omicidio come un sordido fatto di sangue maturato nell'ambiente della prostituzione omosessuale non è credibile.
 
La giornalista toscana evidenzia subito diverse incongruenze: non le sembra credibile che Pasolini, il quale aveva sì più di cinquant'anni, ma era fisicamente ben messo, atletico, sportivo, sia stato fisicamente prevaricato da quel ragazzino mingherlino e di bassa statura, tanto da essere soprannominato "Pino la rana". Anche i legni marci repertati sul posto appaiono sostanzialmente incompatibili con le gravi lesioni riscontrate sul corpo del poeta. La giornalista afferma di avere individuato un testimone (del quale proteggerà l'anonimato fino alla morte) che le ha raccontato una scena del crimine in cui erano presenti altri due soggetti oltre a Pelosi, il quale era servito solo da esca per condurre Pasolini in quel luogo isolato.
 
Che ci sia stata una vera e propria «macchinazione» per oscurare la realtà è la ferma opinione di David Grieco, che non a caso ha dato proprio questo titolo sia a un libro (pubblicato da Rizzoli) sia a un film. E se la pellicola ricostruisce la spaventosa rete di complicità che si cela dietro al delitto, nel libro Grieco, che è stato per molti anni cronista del quotidiano "l'Unità", presenta le prove, le testimonianze e i documenti del caso giudiziario, evidenziando come Pasolini sia stato ucciso due volte:
 
  • dando in pasto alla pubblica opinione la tesi secondo cui lo scrittore era stato ammazzato per legittima difesa da un povero ragazzo di borgata che aveva tentato di violentare, se ne calpestava per sempre la memoria,
  • facendo di lui un losco figuro, un'immagine molto lontana dalla realtà della sua vita e del suo carattere per come ce l'hanno testimoniata tutti coloro che lo hanno conosciuto e frequentato.
 
A partire da altri "ragazzi di borgata" come i fratelli Sergio e Franco Citti e Ninetto Davoli, la sua vera "famiglia", amici nella vita e presenze insostituibili nel lavoro di cineasta. Il delitto di Pasolini - questa la tesi di Grieco - è stato di matrice politica, ma le indagini, anche quando si è cercato di andare oltre Pelosi, si sono concentrate soltanto sulla ricerca degli esecutori materiali.
 
Non c'è dubbio che Pasolini fosse un autore scomodo per la cultura e per la politica del tempo. In uno dei suoi più celebri interventi, pubblicato sul "Corriere della Sera" il 14 novembre 1974 e poi ripreso negli Scritti Corsari con il titolo "Il romanzo delle stragi", emerge tutto il coraggio di una denuncia aperta e diretta delle responsabilità politiche negli attentati terroristici che in quegli anni insanguinavano il Paese. Lo scrittore affermava di conoscere i nomi dei mandanti dei vari tentati golpe e delle bombe fatte esplodere a partire dal 1969 (l'anno della strage di piazza Fontana a Milano). Conosceva i nomi, ma non aveva le prove...
 
A qualcuno faceva comodo la morte di Pasolini? E se era così, a chi? Magari a chi temeva che in un futuro articolo sul "Corriere della Sera" o tra le pagine del romanzo che stava scrivendo, l'incompiuto Petrolio, lo scrittore avrebbe fatto quei nomi che aveva già detto di sapere? Sono, queste, domande destinate probabilmente a rimanere senza risposta, ma una certezza ora l'abbiamo: che ci troviamo di fronte a uno dei tanti grandi "segreti italiani" che a qualcuno (o a più di qualcuno) per molto tempo ha fatto comodo che rimanesse tale.
 

Luce sull'autore

 
Una cosa però possiamo farla per rendergli giustizia: restituirgli la voce. Sarebbe bello cioè, in occasione di questo anniversario pasoliniano, riuscire a evitare un rischio, vale a dire che l’attenzione mediatica tutta spostata sulla vicenda della morte dello scrittore possa finire con il depotenziare la carica conoscitiva, di indagine e di provocazione della sua opera.
 
In altre parole, bisogna far sì che l’uomo Pasolini non faccia ombra al Pasolini autore, che la questione biografica, per quanto drammatica e alla fine tragica, oscuri la portata dell’opera. Anche perché, se si assume la prospettiva corretta, si capisce quanto i due aspetti, vita e arte, siano in Pasolini strettamente legati tra loro. È dunque importante cogliere l'opportunità di rileggere o di leggere per la prima volta (soprattutto da parte dei lettori più giovani) i libri di Pasolini.
 
Vale la pena farlo almeno per due ragioni.
 
  • La prima è la sua unicità di artista, data dalla straordinaria capacità di cimentarsi su più fronti e in più generi: dalla poesia alla narrativa, dal teatro al cinema, dal giornalismo alla critica letteraria, con la tendenza a rinnovarsi continuamente, all’interno di un discorso creativo aperto e mobile.
  • La seconda ragione, invece, ha a che fare con il suo ruolo di intellettuale, quello di cui oggi sentiamo la mancanza. Seppure non senza alcune ambiguità e personali idiosincrasie, Pasolini è stato capace di interrogarsi sul presente, di leggere la contemporaneità in relazione al passato e alla Storia, di condurre analisi lucide e impietose sul nostro Paese.
 
E oggi, a quarant'anni dalla sua scomparsa, alcune sue intuizioni sui lati più oscuri e problematici della nostra società ci appaiono, purtroppo, davvero profetiche.
 
 

L'autore

 
Roberto Carnero insegna Lingua e letteratura italiana nella Scuola Secondaria di II grado e Didattica della letteratura italiana presso l'Università degli Studi di Milano. Critico letterario per diverse testate, ha pubblicato vari studi su autori e tendenze della letteratura italiana dell'Otto e Novecento, tra cui Morire per le idee. Vita letteraria di Pier Paolo Pasolini (Bompiani 2010) e Under 40. I giovani nella nuova narrativa italiana (Bruno Mondadori 2010).
Per Giunti TVP - Treccani è autore, con Giuseppe Iannaccone, di un corso in sei volumi di letteratura italiana per l'ultimo triennio della scuola secondaria di secondo grado dal titolo "Al cuore della letteratura".
Roberto Carnero è curatore, con Giuseppe Iannaccone, del convegno "Sguardi al Cuore della Letteratura", sui rapporti tra letteratura e insegnamento, che si terrà a Firenze il 20 Novembre.