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Racconti di Marcel Proust

Da poco uscita una raccolta di racconti di Marcel Proust, autore noto in particolare per la Recherche. Ne parliamo con i curatori Ezio Sinigaglia e Giuseppe Girimonti Greco.
L’intervista è di Asia Gennari e Davide Rubino.

Quali sono i temi dei racconti di Proust?

Giuseppe Girimonti Greco: Lo dice benissimo André Gide in un articolo del 1923 dedicato ai Piaceri e i giorni, la raccolta giovanile di nouvelles, prose e testi poetici dalla quale abbiamo tratto cinque dei sei racconti che compongono questo volumetto: “Tutto ciò che ammiriamo in Swann e nei Guermantes lo troviamo già qui, in filigrana, quasi furtivamente anticipato: l’attesa infantile del bacio serale della madre; l’intermittenza del ricordo, lo stemperarsi dei rimpianti, la forza evocativa dei nomi dei luoghi, i tormenti della gelosia, la seduzione dei paesaggi…”. Probabilmente Gide esagera un po’, ma non si può dire che non colga nel segno. Questo suo giudizio viene espresso all’indomani della morte di Proust, in un Hommage à Marcel Proust che la Nrf allestisce nel 1923 (il titolo del contributo gidiano è En relisant ‘Les plaisirs et les jours’), ed è chiara da parte di Gide la volontà di far dimenticare “il più grande errore della Nrf e […] uno dei rimpianti, dei rimorsi più cocenti della sua vita”, ovvero il rifiuto di pubblicare il primo volume della Recherche, l’opera di “uno snob, di un mondano dilettante, insomma (così Gide si esprime in una celebre lettera destinata a Proust, a molti anni di distanza da quel “grande errore della Nrf”).

Ezio Sinigaglia: In realtà, ai motivi individuati da Gide potremmo aggiungere altri motivi forse anche più sistematicamente ricorrenti in questa raccolta, e temi generali che vengono declinati secondo una sensibilità che risente certamente di atmosfere decadenti, ma che, al tempo stesso, è già riconoscibilmente proustiana. Per esempio: l’amore rappresentato come inesplicabile malattia dell’animo (Malinconica villeggiatura di Madame de Breyves e L’indifferente), la gelosia e il fuoco irriducibile del suo autolesionismo creativo (La fine della gelosia), la necessità di emanciparsi dall’attrazione seducente e perversa della mondanità (Violante), l’arte – e la letteratura in particolare – come sola via per riscattare la vita dalla sua mediocrità. Perfino il motivo grazie al quale Proust è noto a tutti e, si può quasi dire, in tutto il mondo (la memoria involontaria e le “intermittenze del cuore”) ha già raggiunto un notevole grado di elaborazione, come dimostra un passo del racconto che apre la raccolta, La morte di Baldassare Silvande.

Giuseppe Girimonti Greco: È il momento in cui a Baldassare ormai morente arriva dalle finestre aperte il “suono argentino, impercettibile e profondo” delle campane “di un villaggio lontanissimo”, reso udibile nel silenzio della sera dal vento propizio. “Era una voce presente eppure molto antica: adesso Baldassare sentiva il proprio cuore battere insieme al volo armonioso delle campane, sospeso nei momenti in cui sembravano inspirare il suono per poi lasciarlo uscire a lungo, flebilmente. In ogni periodo della sua vita, allorché udiva il suono lontano delle campane, non poteva fare a meno di ricordarne la dolcezza nell’aria della sera, quando – ancora bambino – tornava al castello passando per i campi”. Era una voce presente eppure molto antica: in questo ossimoro si riconosce facilmente l’embrione delle magiche rivelazioni che costelleranno la Recherche, poiché è appunto questa presenza del ricordo e dunque del passato a distinguere la memoria di Proust da ogni altra memoria della letteratura. Sembra di assistere alla genesi di un tema che sarà centrale nell’opera maggiore, un tema talmente importante da rendere Proust riconoscibile a tutti, anche al grande pubblico.

Qual è il rapporto dei racconti con l'opera maggiore, la Recherche?

Ezio Sinigaglia: Qui sta appunto l’aspetto più interessante, per l’appassionato lettore di Proust, dei suoi racconti giovanili. Prima di tutto, come abbiamo appena visto, quasi tutti i temi che abitano l’opera maggiore sono già presenti, anche se in forma a volte embrionale, a volte meno consapevolmente ordinata, in queste nouvelles. In secondo luogo, questi racconti si rivelano, pagina dopo pagina e quasi riga dopo riga, un’affascinante palestra – per il giovane Marcel – dal punto di vista della scrittura: non solo per l’ardito distendersi di quelle immense frasi dalla sintassi complessa che tanto bene lo rappresentano, ma anche per certi geniali e folgoranti cortocircuiti ironici (“…avrebbe voluto essere la padrona di qualche animale vigoroso che si struggesse del suo stesso male”) o per le metafore e le similitudini più audaci e inattese, attinte ai più vari repertori (“…il suo pensiero era sospeso senza sforzo al momento in cui l’avrebbe rivista, come un ginnasta già tocca il trapezio ancora lontano verso il quale sta volando, o come una frase musicale pare raggiungere l’accordo che la risolverà…”) o ancora per la straordinaria inventiva onomastica (madame de Breyves, Geneviève de Buivres, la principessa d’Alériouvre). Sono tutti fili che legano queste nouvelles giovanili al grande capolavoro della maturità.

Giuseppe Girimonti Greco: C’è almeno un altro filo rosso che collega saldamente questa raccolta giovanile alla Recherche: il tema (già ossessivo) dello snobismo, che affiora soprattutto nel primo racconto (La morte di Baldassare Sylvande) e in Violante o La mondanità. Lo snobismo in Proust è un concetto complesso, ricco di implicazioni filosofiche, estetiche, oltre che più immediatamente socio-culturali (e quindi pressoché impossibile da riassumere in poche battute): nella Recherche è rappresentato come un vizio dal quale nessun personaggio è immune (tranne forse la mamma e la nonna del protagonista); è un falso idolo, un vitello d’oro che vacilla ma non viene mai veramente abbattuto: il Narratore, attraverso soluzioni narrative disparate, peripezie mondane, colpi di scena, e soprattutto scene di “esecuzione mondana” (scene che sanciscono la caduta in disgrazia di alcuni personaggi “designati”), mostra la pericolosità morale, la natura insieme tragica e comica di questo “epifenomeno”. Nella Recherche il tema sarà pervasivo, diventerà un concetto-chiave per leggere la società e l’animo umano; e la vera e propria “ricerca” che il Narratore condurrà sullo snobismo ha la stessa dignità e la stessa rilevanza narrativa di quella che si prefigge oggetti d’indagine ben più alti e nobili (l’amore, l’amicizia, gli affetti, l’arte ecc.). Nei racconti giovanili non c’è ancora questo livello di complessità, ma questo tema comincia a imporsi; e basterebbe leggere la fine della prima nouvelle per capire quanto per Proust la vita mondana, e più in generale il monde, l’alta società, i temi del prestigio e del narcisismo sociale si collochino sotto il segno della Vanitas, della caducità. In questo l’immaginario di Proust è più barocco che decadente. Czapski, un autore polacco che ci ha regalato un saggio sulla Recherche fra i più originali che siano mai stati scritti (Proust a Grjazovec: conferenze clandestine, Adelphi, 2015, a mia cura; ma già pubblicato nel 2005, dall’ancora del Mediterraneo, Napoli, nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, con il titolo La morte indifferente: Proust nel gulag), dice che il lettore, alla fine della sua esperienza di immersione nel testo proustiano, riconosce un “pascaliano sapore di cenere”; ebbene, lo stesso inconfondibile sapore di cenere lo si può riconoscere nel testo che apre la raccolta. La morte del dandy, dell’uomo di mondo, del “dilettante di sensazioni”, così diversa dalla rappresentazione idilliaca, sognante, poetica con cui Baldassare Sylvande aveva voluto trastullarsi dopo aver appreso la natura funesta della sua malattia è una bellissima allegoria: una morte nuda, leopardiana, tolstojana; ma non impoetica perché rivelatrice del Vero, e quindi in certo qual modo finanche mistica, autentica, “bella” e “santa”

 




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C’è, tra i racconti che avete selezionato, un testo che raccomandereste particolarmente agli insegnanti, per farlo leggere a scuola, o a un giovane che si accosta alla lettura di Proust per la prima volta?

Ezio Sinigaglia: Il testo più maturo, più vicino all’eccellenza, fra quelli compresi nella nostra raccolta, è a mio giudizio La fine della gelosia, ed è quindi questo il racconto che considero più adatto per un primo approccio a Proust. L’iniziale leggerezza di un amore tenero e giocoso si rovescia nel giro di pochi istanti – in seguito alle insinuazioni di un gentiluomo volgare e pettegolo – in dramma della gelosia. Di pari passo, cioè altrettanto bruscamente, la psicologia del protagonista, in apparenza perfino infantile nella sua fiduciosa linearità, si complica in modo strano e affascinante, si fa tortuosa fino alla perversione, e la sontuosa prosa ipotattica di Proust accompagna con estro mimetico questa metamorfosi. Le pagine centrali di questo racconto sono quelle in cui la scrittura proustiana sembra più vicina al grande salto della Recherche: certo manca ancora, qui, quell’inconfondibile timbro della voce del Narratore che dice je, ma l’uso della terza persona accosta i passaggi più acrobatici della Fine della gelosia ad analoghi virtuosismi stilistici di Un amore di Swann. Peraltro, la traduzione di Mariolina Bertini rende benissimo tutti i vezzi e tutti i tic che sin dalle prime righe caratterizzano il singolarissimo idioletto amoroso condiviso da Honoré e Françoise.

Giuseppe Girimonti Greco: Sono d’accordo con Sinigaglia; altri due testi a mio avviso molto indicati sono Violante o La mondanità, che presentiamo nella smagliante traduzione di Ornella Tajani: un bellissimo apologo sulla vanità delle cose del mondo, molto lineare, e dalla movenze fiabesche (da fiaba decadente, malinconica, un po’ wildiana: non dimentichiamo l’interesse di Proust per Wilde, tema poco esplorato dalla critica); La morte di Baldassare Sylvande, senz’altro, un testo che consente di mettere bene in prospettiva temi fondanti dell’immaginario fin de siècle. E La confessione di una ragazza, l’unica nouvelle della raccolta in prima persona: si tratta del testo più impegnativo della raccolta, proprio per via dell’uso della prima persona (una tecnica che Proust sperimenta per la prima volta, e che ha suggerito alla traduttrice, Federica Di Lella, delle soluzioni anche ardite, elegantemente libere, che tengono conto degli sviluppi successivi della “voce” del Proust maggiore). La critica tende a considerare La confessione un testo molto maturo, per via della scelta del punto di vista e per via dei temi che vi si trovano intrecciati: eros, colpa, vizio, madre, morte, confessione. Forse è il racconto in cui più si ritrova il Proust “morboso”, quello che trasforma il topos delle madri profanate in struttura portante di una cattedrale narrativa.