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Semplicemente groove

Oggi uno dei nostri giovanissimi blogger, Mattia Brienza, ci accompagna alla scoperta del Groove, a partire da Dante Alighieri.

Esistono canzoni fatte apposta per ballare. “Per muovere il piedino”, come direbbe Lester Bangs. Sto parlando di canzoni dei generi più disparati: pezzi funky, reggae, jazz, blues, ma anche, andando più sul “bianco”, stoner, psichedelia, punk. Le modalità del ballo certo cambiano da canzone a canzone così come da genere a genere, eppure sempre rimane invariato lo stimolo, il thrill, per usare un termine caro al blues, che innesca il ballo. E proprio di questo stimolo, che gli inglesi definiscono con la parola, a mio parere splendida, di Groove, io vorrei parlare in questo approfondimento.
Metto le mani avanti: sul Groove non c'è quasi nulla di scritto. Ho trovato pochissimo in internet, niente nelle grammatiche musicali. Per questo devo tentare di spiegarlo, di ricostruirlo con i miei modesti mezzi di studente e musicista amatoriale.

Il Groove come unità ed incastro di più parti
Comincerei allora da una suggestione dantesca. Nel Paradiso, ottavo canto, Dante ascende al terzo cielo, il cielo di Venere, dove risiedono gli spiriti amanti. Il poeta li vede in cerchio, nell'aspetto di luci sfolgoranti e, di quando in quando, da questa massa abbagliante riesce a distinguere alcune immagini salvo poi perderle nuovamente tra le altre. Per descrivere lo sparire e riapparire continuo degli spiriti Dante ricorre a due bellissime metafore:

E come fiamma in favilla si vede
  e come voce in voce si discerne
  quand'una è ferma e l'altra va e riede,

vid'io in essa luce altre lucerne [...]

Delle due, quella che mi interessa prendere in considerazione è ovviamente la seconda: Dante sta descrivendo un modello molto semplice di canto polifonico, in cui una voce "è ferma", ovvero tiene sempre la stessa nota (si tratta del cosiddetto "bordone"), e l'altra "va e riede", svolgendo la melodia. Citando questo passo del Paradiso, non voglio certo dimostrare che c'è del Groove nella Divina Commedia. Tuttavia mi sembra che i versi citati poco sopra raccontino con una grazia e una poesia davvero suggestive il rapporto che sussiste tra due parti, due strumenti, in un componimento musicale. Sono entrambe le voci, innestandosi perfettamente l'una sull'altra, a creare il canto, proprio come le luci degli spiriti unendosi creano il fulgore che lascia Dante abbagliato.
Ora, il Groove vive proprio del e nel rapporto tra le parti di un componimento musicale. Per questa ragione, e qui parlo per esperienza personale, è una delle alchimie più difficili da creare quando si scrive e soprattutto quando si arrangia un brano. Non si tratta, infatti, di una semplice armonia tra gli strumenti, che si può ottenere anche solo suonando nella giusta tonalità, ma di un vero e proprio incastro tra più pezzi. Per spiegarmi meglio, riprendo un’immagine utilizzata da Paul Cézanne: quando gli chiedevano di descrivere ciò che rappresentava nei suoi dipinti, era solito unire le mani intrecciando le dita in una stretta solidissima.
Ecco, il Groove è esattamente questo. La solidità dei vari cubi, coni e cilindri di Cezanne che si incastrano insieme, si annulla però in musica in una fluidità, in un movimento che sono proprio il thrill, lo stimolo al ballo di cui ho parlato all'inizio. Un esempio che calza assolutamente a pennello su questo nostro Groove è Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers, un pezzo a mio modo di vedere assolutamente perfetto. La batteria e la chitarra sono una roccia, inamovibili, come il monte Saint-Victoire di Cézanne, mentre tutti gli altri strumenti dinamizzano il pezzo, incastonandosi perfettamente su un ritmo totale e martellante.

 

Il significato di Groove
Abbiamo dunque fin qui analizzato un primo aspetto del Groove, visto come momento di coesione e incastro tra le varie componenti di una canzone. È bene adesso fare un piccolo passo indietro e concentrarsi sull’origine vera e propria della parola. In effetti Groove è all'inizio semplicemente un pattern, eseguito da uno strumento a percussione e suonato a ripetizione. Da qui, poi, il significato, come accade a molte parole della musica (una per tutte: Rock'n'Roll) si è allargato. Vediamo come.
Il titolo di una famosissima dei Funkadelic, per esempio, è One Nation Under a Groove del 1978. Che cos'è qui il Groove? Certo è un ritmo, un pattern ripetuto all'infinito per tutta la canzone (il pezzo dura sette minuti e ventiquattro secondi), ma è anche qualcosa di più: uno stile di vita, una mentalità, quella di tutta una “nazione” di persone che “si piega solo davanti al funk”. I segnali lanciati al proposito nel brano sono moltissimi: i costanti appelli a un “noi” imprecisato, il popolo degli ascoltatori; la forza degli arrangiamenti; l’unione degli strumenti, suonati apposta perché si possa ballare out of our costrinctions. Dalla mia descrizione emerge l’amore che porto a questa canzone. E tuttavia, qualsiasi cosa se ne possa pensare, il brano (musica e testo) mi sembra prezioso per comprendere che il Groove, a quest’altezza cronologica, è già parola che definisce un sostrato culturale profondo e ampio nel quale sono in molti a riconoscersi, soprattutto se si considera che è un'intera nazione quella a cui la canzone vuol parlare.

 

 

Il Groove come ripetizione e i suoi legami con la percussione
Ora, tornando per un attimo alla definizione di Groove che ho dato poche righe sopra, mi sembra opportuno riprendere un concetto fondamentale che ho fino a ora volutamente tralasciato: la ripetitività. Sì, perchè il Groove è in effetti assolutamente ripetitivo, quasi ossessivo, pur nelle sue varie declinazioni. Proprio riguardo a questo aspetto ha speso spesso parole, a mio parere molto interessanti, John Densmore, ex-batterista dei The Doors, oggi apprezzato poeta e ballerino classico soprattutto in America.
Pochi sanno che in tempi recenti Densmore si è dedicato ad alcune esibizioni musicali in accompagnamento a mostre e cortometraggi di e su Alberto Burri. In effetti i The Doors e l'arte di Burri hanno, a ben guardare, più punti in comune di quel che si potrebbe credere. Sia la band che l'artista per esempio furono profondamente affascinati dal deserto e condivisero l'amore per i paesaggi californiani e del grande ovest americano. Jim Morrison era solito compiere lunghi viaggi nel deserto della Death Valley, durante uno dei quali, raccontava, lo spirito di un antico indiano aveva per sempre preso possesso di lui; Burri al contempo cominciò a dipingere quando fu fatto prigioniero a Hereford, in Texas, per innamorarsi anni dopo proprio di quella stessa Death Valley nominata poco fa e comprare casa sulle Hollywood Hills di Los Angeles. Nel 1977 donò all'UCLA, l'università della città una sua opera, Grande Cretto Nero, e proprio descrivendo questo lavoro John Densmore ha recentemente commentato: "Nei Cretti di Burri si vede la terra del deserto nel suo screpolarsi sotto l'azione del sole"; e ancora "Le crepe dei Cretti sono ritmiche, l'equivalente delle percussioni in musica". Un paragone a mio parere bellissimo, in grado di restituire con precisa efficacia la forza ciclica del Groove, solida, come i Cretti, e in qualche modo profondamente terrena, perché proprio come la terra basata su un andare e venire costante. Questa ripetizione in apparenza infinita, quasi ipnotica, che spinge al ballo e al movimento con una potenza mistica – come mistico è il paesaggio del deserto di cui si è spesso parlato – è perfettamente resa in un grandissimo pezzo dei Doors, Riders on the Storm, la canzone che, per la sua atmosfera arida e rarefatta e l'impiego di molti elementi naturali, Densmore dice di sentire come la più affine allo spirito dell'arte di Burri.

 

Tu hai “un che”…
Siamo alla conclusione del viaggio e la domanda torna: che cos'è, insomma, dopo tutto questo mio parlare, il Groove? Chiedo soccorso al Jack Black di School of Rock: “Tu hai un che: mai saputo cosa voglia dire, ma hai un che”. Ecco il Groove è quel che, quel che che fa muovere, che fa scattare qualcosa. È un momento in cui ciascuna voce e ciascuno strumento si incastonano alla perfezione l’una nell’altro, l’una con l’altro e tutti con tutti e in tutti. È una parola che indica gioia e comunità in nome della musica. È infine un ciclo, una ripetizione, il limite, insieme finito e infinito per l’occhio umano di un deserto.
A questo punto sento di dovere delle scuse a chi legge. In realtà forse la mia non è una spiegazione musicalmente concreta e valida di cosa sia il Groove. Piuttosto ho provato a cercarne le tracce in quel che ho letto e ascoltato a scuola e fuori dalla scuola. Ho una parziale scusante: per chi come me ama la musica e ama farla insieme agli altri, il Groove è un concetto filosofico, una domanda sempre aperta e senza risposta: qualcosa che si muova, che cambi, che cammini (facendo muovere, cambiare e camminare la gente) con la grazia e la sensualità di un’ultima canzone che mi permetto di consigliare a tutti per il suo Groove incredibile: Dimples di John Lee Hooker.