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Storie di musica. Intervista a Riccardo Bertoncelli

Riccardo Bertoncelli ha scritto nel 1973 la prima storia del rock edita in Italia e dal 1995 cura per Giunti l’area musicale “Bizarre”. Lo intervista per noi Mattia Brienza

Milano è al nord. Notoriamente al nord. Ci sono le Alpi lì vicino, la nebbia: dovrebbe fare freddo. Invece no. Saranno le polveri sottili, l’inquinamento, il surriscaldamento globale. Fatto sta che se a Prato si congela, a Milano si cuoce. Io e il mio fido amico G., montanaro del Mugello che mi accompagna felicemente ignaro di cosa dobbiamo fare e dei folli prezzi dei treni, siamo partiti coperti da almeno tre strati di maglioni (un po’ come Totò, ci fanno notare) e prima dell’intervista, girando tra Intercity e metro, facciamo in tempo a diventare schifosamente sudati. Non aiuta la nostra rispettabilità il fatto che il mio caro amico G. abbia lo zaino con la cerniera rotta e utilizzi uno strano congegno di cordame e matite per tenerlo chiuso. Per fortuna si è aggiunto a noi Filippo, altro amico che studia e vive qui ed è un po’ più ferrato sul clima: la sua aria per bene, fresca naturalissima e riposata, ci salva un po’ dal sembrare tipi pericolosi.
In queste condizioni ci presentiamo all’appuntamento atteso e fissato: sede Giunti, poco lontano dalla stazione. Tra strati di maglioni, giubbotti e zaini ci sediamo ad aspettare Riccardo Bertoncelli, che non si fa attendere. Alto e grosso, con una rada barba sul viso, cerca un ufficio libero e ci fa accomodare.

M: Cominciamo parlando di critica…
B: Critica è una brutta parola. Io preferisco parlare di storia: io stesso mi definisco uno storico, non mi piace neppure la parola giornalista. Critica mi sembra un termine inventato per gli sfottò; è una parola da un lato altisonante, dall’altro facile al dileggio.

M: Quindi quando si va a scrivere un testo storico di musica, se bisogna definirsi storici, qual è l’approccio che bisogna utilizzare? Perché è storia e non è critica?
B: In realtà non mi sono mai posto il problema di cosa sia la critica musicale e non: ho sempre cercato, da ragazzo, di raccontare, ingenuamente, le mie passioni, quello che poteva essere interessante e che poteva esser buono anche per altri; poi, da grande, ho cercato di approfondire la ricerca delle cose che mi piacevano e di contestualizzarle, ossia cercare di capire perché accadevano, a chi erano rivolte, in una maniera - mi sembra - sempre meno faziosa, mentre al contrario da ragazzo volevo tirare quanti più possibile dalla mia parte. Col tempo diciamo che sono diventato fotografo: questo è quello che accade, questo è ciò che io vedo accadere, questa è la mia interpretazione dei fatti; ogni tanto aggiungendo elementi di faziosità voluta, ma quasi come scherzo, come gioco. Non ho mai voluto fare critica accademica, innanzitutto per carattere, perché mi scappano le parole, mi scappa un modo di scrivere più personale. Ho sempre cercato di fare seria divulgazione musicale personale: per questo la parola critica non mi piace troppo.

M: Capisco, quindi quando si parla di giudicare un qualcosa, esistono dei criteri oggettivi?
B: Criteri oggettivi, io, assolutamente non li ho. Poi magari qualcuno può raccontarti meglio di me che invece esistono. Io, semplicemente, non li ho mai utilizzati. L’ho fatto ingenuamente agli inizi. Quando ho scritto il mio primo libro, avevo vent’anni e mi sembrava che la radice musicale più interessante per i giovani fosse il blues, quindi più la musica di cui scrivevo si avvicinava a quella nera, più mi sembrava vera musica: si trattava di un’ingenuità, una presa di posizione troppo apodittica; ricordo infatti di aver preso a schiaffoni i Beatles, perché erano troppo pop. Era un modo di procedere che non teneva conto della complessità dei fenomeni.

M: Quindi di cosa bisogna tenere conto?
B: Bisogna tenere conto dell’originalità, di quello che un artista ha da esprimere, di come lo esprime, del contesto, cioè di quello che prende dal mondo intorno e della maniera in cui lo prende. Per esempio una cosa che da ragazzo mi interessava poco e che poi mi ha interessato sempre di più è quello che l’artista vuole fare e ha da raccontarti e soprattutto come te lo racconta, a cominciare dalla sincerità delle parole. Perché molto spesso si leggono dei comunicati stampa meravigliosi nelle intenzioni, che poi all’atto pratico sfarinano, non si risolvono in niente.

M: Per esempio?
B: Non mi viene in mente un esempio preciso ma è un andazzo che ho verificato più volte... Ho lavorato spesso con case discografiche e ho scritto molte note stampa in vita mia: è chiaro che perché risalti una patina di nobiltà, a ogni progetto assegni buoni padri, sottolinei certe nobili intenzioni. Poi però magari ti accorgi che quel prodotto non sta in piedi, che si tratta di una impalcatura tutto sommato finta. Molte volte invece l’artista ti dice dove vuole andare, lo fa con serietà e ti dà una chiave per leggere. In ogni caso che un artista si racconti o si presenti è molto importante: presto molto ascolto alle parole di un artista, a come si presenta.

M: Anche musicalmente, cioè attraverso le scelte musicali che opera.
B: Certo. È come quando parli con una persona e questa ti risponde Io ascolto di tutto: non è mai vero. Perché chi risponde ascolto tutto, in realtà non ascolta niente. Di solito, invece, un artista ti dà una pista e capisci poi se ha dei gusti volutamente à la pàge o dei gusti radicati o anche demodé, perché no. Quindi ti dico: non è l’unica chiave, io parto da come un artista si presenta e poi faccio entrare il mio giudizio, la mia esperienza.

M: Le potrei chiedere degli esempi di artisti che, secondo lei, si sono saputi presentare?
B: Ho degli artisti preferiti, uno di questi è Frank Zappa, che quando eravamo ragazzi faceva degli esempi così alti, così elevati, così diversi tra loro che noi ingenuamente pensavamo fossero un modo di dire. Ricordo che una volta lo intervistai e lui mi parlò di certi artisti di musica contemporanea molto colti: io pensai che li stesse citando perché è bello riempirsi la bocca di nomi simili, invece poi mi sono accorto che li aveva studiati, eccome, li aveva assorbiti, li aveva davvero mescolati al suo mondo. Zappa è uno che mi ha insegnato molto, anche in questa serietà nell’esprimersi e nell’essere davvero originale.

M: Un’altra domanda che volevo farle: dato che lei si definisce uno storico, quanto tempo pensa che ci voglia per inquadrare nel modo giusto un fenomeno musicale? Cioè si può fare subito, si può riuscire a capire subito un artista?
B: Io dico sempre che la storia è un elevatore. Oggi sei qui, ti ci vuole una vista da falco per capire qualcosa. Col tempo sali, vedi tutto in prospettiva: allora più passa il tempo meglio è (ride). Uno dei problemi, quando tu stai facendo la recensione di un disco che è uscito da un mese, due mesi, è che tu devi scommettere su una cosa e da giovane ci scommetti di pancia; dopo da grande impari, non necessariamente a essere circospetto con un artista, ma a prendere le misure con te stesso, a non entusiasmarti troppo. Tutto questo senza essere troppo apatico: non è facile. Posso dire che, a parte alcuni scivoloni, le cose che mi piacevano a diciotto, vent’anni mi piacciono ancora. Ho avuto delle belle intuizioni. Altre cose non le ho capite, magari non le conoscevo; ma ecco, in generale è raro che io abbia cambiato opinione.

M: E invece come si sceglie che cosa ascoltare?
B: Questo è un problema più vostro, dico di voi giovani: ai miei tempi c’era molto meno. C’erano uscite limitate, erano poche x: oggi ci sono dieci, venti, cento x. Sono saltati i filtri, tutti possono pubblicare: oggi è molto più complicato. Ai miei tempi c’era una voglia forte di assorbire quante più musiche possibile, c’era questa idea di essere onnivori che oggi diventa praticamente impossibile. Anche solo approfondire certi artisti, penso a Dylan, a Springsteen, a Bowie, diventa una professione vera e propria. E lo dice uno che è sempre stato curioso di musiche diverse, sempre interessato a essere onnivoro.

M: E di quello che viene fuori adesso, lei cosa ascolta?
B: L’attualità da qualche tempo l’ho messa in secondo piano. Prima avevo alcune rubriche di recensioni, poi hanno chiuso dei giornali e io la ritengo una benedizione. Prima la dannazione di ascoltare tutti i dischi che uscivano toccava solo a chi era del mestiere, perché il disco per averlo dovevi pagarlo, ora non più. Vedo alcuni che hanno il gusto di scaricare quanta più roba possibile e mi sembra il principio di un’ossessione (ride). Se devi ascoltare trenta quaranta dischi per cavarne uno o due buoni, non ha senso. Per cui l’attualità mi porta via poco tempo. Anche per quello che faccio, mi piace guardare indietro, fare lavori storici, non solo di rock: in questo momento per esempio sto lavorando molto sul jazz. Ogni tanto recupero qualcosa di fresco, ma sono fortunato a non dover raccontare l’attualità, che riguarderebbe anche mondi che a me interessano molto poco: l’hip hop e tutto quel mondo lo conosco poco e per mille motivi non ne sono interessato. Mi incuriosisce come eco del mondo attuale, ma se devo approfondirlo ho altro da fare.

M: Come si scrive di musica? C'è una scuola? Ci sono delle regole? C'è un modo migliore di un altro?
B: Non c’è un modo. Io ho avuto la fortuna di fare una mia esperienza; credo di aver imparato a scrivere scrivendo. Quando impari a scrivere scrivendo, butti fuori tutto, però con il tempo il fiotto diminuisce, è come un liquore che viene distillato. Diventi sempre più preciso, più nitido. Io non ho regole. Oggi il lavoro di scrittore va molto di moda, nel senso che tutti si sentono scrittori perché hanno fatto un libro magari, ma il libro oggi te lo puoi anche pubblicare da solo… Vale poco. Per questo mi verrebbe voglia di farmi chiamare in un altro modo, chessò, muratore. Quando ho cominciato la parola magica era giornalista, e io feci scrivere sulla carta d’identità scrittore, proprio per marcare una differenza. E per lo stesso motivo oggi la farei cambiare; ma non devi più indicare la professione sulla carta d'identità, quindi sono a posto (ride).

M: Ecco, ma allora quando lei ha cominciato guardava ad altri che scrivevano di musica o aveva modelli di riferimento differenti?
B: Questa è una bella domanda. Direi più la seconda che la prima, perché io avevo degli amori letterari anche molto lontani. Da un lato la Beat Generation... Ginsberg, di cui mi piacevano l’epica, la parola libera; dall’altro scrittori come Tommaso Landolfi, che lavora in tutt’altra maniera, è un barocco, un dandy, una figura eccezionale.  Leggevo di sport, ho fatto anche il cronista sportivo per certi anni. Mi piaceva Gianni Brera, lo consideravo un maestro: mi ha insegnato molto a livello giornalistico, proprio a livello di scrivere, di usare un linguaggio partendo dalla strada, dal dialetto anche. Mi piacevano Lorca, Beckett, Queneau. È chiaro che prima tendi a emulare smaccatamente, poi ti accorgi che tutte le letture che fai ti entrano comunque dentro e in qualche modo ti danno nutrimento: così viene fuori il tuo linguaggio. Ti ripeto: devi avere tempo per scrivere ed essere anche indulgente con te stesso, senza incazzarti per le porcherie che fai. Io sono sempre stato “workaholic”, molto lavoratore, ho pubblicato molto perché oltretutto in quegli anni era così. Mi piaceva l’idea di far conoscere le cose che amavo, quando ho cominciato io non scriveva nessuno di rock in Italia, era una professione bizzarra: c’era invece molta fame da parte di chi leggeva. Oggi è il contrario: tutti scrivono e c’è poco interesse.

M: E chi arrivava dall’estero – parlo di scrittori di musica – era conosciuto?
B: Guarda mi fanno tutti l’esempio di Lester Bangs, che conoscerete immagino. Ecco Lester Bangs era un cugino americano che io, devo essere sincero, non leggevo. L'ho scoperto da grande. Cioè conoscevo il nome, avevo letto qualcosina, ma dopo l’ho studiato. Compravo Rolling Stone, ma per esempio la sua rubrica di recensioni non mi ha mai interessato, perché i giudizi che davano per me erano sballati. Mentre, invece, mi piacevano le interviste, mi piaceva quel modo lì di sviscerare le cose in dialogo con gli artisti. Non l’aveva mai fatto nessuno. Questo era bello per te che leggevi, per il giornalista che intervistava, ma anche per l’artista stesso, che non ne poteva più di chi non sapeva nulla della sua musica e faceva domande generiche. In quegli anni si cercavano soprattutto notizie. Io ero abbonato a Rock’n’Folk, una rivista francese di cui non si ricorda più nessuno e che fu la prima a parlare di musica tedesca e di Canterbury: dava spazio a questo rock intellettuale europeo che a me piaceva molto; parlava dei Gong, di Robert Wyatt, dei Pink Floyd in un’epoca in cui da noi non arrivavano notizie. Cercavi notizie, non stavi lì a vedere come scrivevano. In questo modo avevi il tempo di lavorare tu.

M: E per l’Italia come funzionava invece? Cioè se per sapere cosa accadeva all’estero, bisognava cercare dappertutto notizie, con la musica italiana come andava?
B: Ero abbastanza snobbone. A parte qualcuno che ho conosciuto da giovane, non ho mai cercato troppo. Mi interessavano soprattutto cose estere. Mi interessavano soprattutto cose estere. Mi dispiace per esempio avere perso occasioni con De Andrè da giovane, con Lucio Battisti - parlo soprattutto di possibili interviste. Quando ho scritto il primo libro nel ’73, la mia casa editrice Arcana mi ha detto: “Ti va se facciamo una presentazione a Roma? C’è un giovane cantautore che ti introdurrebbe…” ed era Riccardo Cocciante. Mamma mia! Non ci pensavo neanche (ride). I primi che ho conosciuto bene, a fondo, sono stati Franco Battiato e gli Area, perché bazzicavamo gli stessi ambienti, ai tempi di Gong. Ecco, loro li stimavo e li frequentavo volentieri, anche se poi non era escluso che li criticassi, anzi. Tornassi indietro, sarei più curioso e meno prevenuto. Ma sono parole, è andata benissimo com'è andata.

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