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Topi, testimoni, memoria e shoah

Argomenti: luci

di Beniamino Sidoti

Al cuore della letteratura ci sono anche questioni che costringono ad ampliare lo sguardo: ad andare oltre la letteratura scritta, a considerare gli intrecci con la storia, a valutare la realtà. 

A volte capita anche che la letteratura ci permetta di capire cose che altrimenti risultano incomprensibili e dolorosamente assurde: è questo il caso della Shoah.

La scheda di attività di oggi parte da un importante romanzo sulla Shoah, e lo prende come occasione per parlare di testimonianza, memoria e punto di vista: il tema è adatto a essere inserito in percorsi sul Giorno della memoria, ma l’attività si presta a inserirsi in molti punti del programma scolastico.

Il romanzo da cui partiamo è Maus, una graphic novel del fumettista statunitense Art Spiegelman (nato a Stoccolma nel 1948) apparsa per la prima volta in lingua inglese nel 1986, quindi tradotta in moltissime lingue (in italiano nel 1989 – attualmente è nel catalogo Einaudi). Maus è un capolavoro assoluto che ha rivoluzionato il modo di sentire e pensare il fumetto: racconta in maniera sentita e coerente l’Olocausto attraverso alcune scelte grafiche suggestive ed evocative. 

La metafora: topi e gatti

Immediatamente evidente in Maus è la metafora scelta dall’autore, e che dà titolo al libro: gli ebrei perseguitati sono rappresentati come topi (Maus, in tedesco), mentre i nazisti prendono le vesti dei gatti (nella copertina, qui riprodotta in una recente edizione italiana, un volto felino di Hitler si sovrappone alla svastica nazista).

Spiegelman riprende una convenzione classica del fumetto, quella dell’uso di animali antropomorfi, per raccontare la più grande tragedia dell’umanità, in tavole autobiografiche, alternando due narratori: lo stesso Art e il padre Vladek, sopravvissuto ai campi di sterminio.

In un suo autoritratto, Spiegelman si presenta chino sul tavolo da disegno, mentre fuma e si ritrae, evitando di essere risucchiato nel vuoto rappresentato alla sua sinistra. Dai suoi pantaloni sbuca una lunga coda, unico tratto topesco del disegno. 

L'autoritratto

Nelle arti visive il genere dell’autoritratto tematizza alcune domande comuni anche alle arti della parola: chi sono io? Chi sta parlando? Cosa significa guardare? Cosa sto guardando? Chi sta guardando me che disegno?


Queste domande possono essere esplicitate in classe commentando questo autoritratto, confrontandolo con la copertina del libro.

 

Un autoritratto mette al centro un’azione molto importante quando parliamo di ricordo: dà atto della testimonianza, della scelta di raccontare. E racconta il modo in cui raccontiamo.

Questo è un buon punto di partenza (e di arrivo, come vedremo); la tavola non a caso si trova in fondo al volume di Maus: torniamo idealmente indietro e apriamo il libro, cercando di capire chi racconta questa storia. Le prime due tavole aprono la graphic novel con una sorta di prologo che è una sequenza autonoma rispetto alla grande storia che si aprirà nelle pagine seguenti.

Il prologo

Un prologo fa quello che deve fare il prologo: presenta i personaggi e presenta un patto narrativo, cioè suggerisce una modalità di lettura di quello specifico testo.
In questo caso, il testo è particolarmente difficile da classificare: facciamolo con un aneddoto, raccontato dallo stesso Spiegelman. Quando il "New York Times" inserisce il suo lavoro nella classifica dei bestseller di fiction, l’autore scrive al giornale così: "So che disegnando gente con teste di animali vi ho sollevato dei problemi tassonomici [...] Potreste prendere in considerazione una speciale categoria nonfiction/topi?"
Il lettore non ha bisogno di una tassonomia intesa come principio di classificazione, ma di spie testuali che suggeriscano modi di leggere quello specifico testo 


Analizziamo questo prologo: come possiamo descriverlo?

 

Il prologo a Maus è costituito da due tavole, per un totale di 10 vignette dentro la cornice bianca della pagina. A parte la vignetta iniziale e quella finale, a larghezza di pagina, tutti i disegni sono inquadrati in cornici di dimensioni identiche, quadrate.
La storia è raccontata in prima persona: “Era d'estate. Ricordo che avevo 10 o 11 anni...”
I personaggi sono rappresentati in forma di topi antropomorfizzati ma nello sfondo della prima vignetta compare anche un cane antropomorfo (un americano, scopriremo più tardi nel gioco di metafore di Maus), a sottolineare che nella storia non appariranno solo topi.

Il lettore è abituato a vedere dei topi che si comportano come uomini (come Mickey Mouse, il nostro Topolino). Non è però abituato a una categoria come, riprendendo le parole di Spiegelman, “nonfiction/topi”, cioè una autobiografia a fumetti in forma animale.
 

Le spie testuali


Dopo aver compiuto una prima analisi, proviamo ad affinare le nostre domande.
Da cosa capiamo che questa è un’autobiografia? Quali sono le spie testuali che ci rivelano il punto di vista?

 

L’autore, in un testo di questo tipo, può rappresentarsi su tre livelli:

  1. come protagonista inscritto nella vicenda, l’Art disegnato
  2. come l'autore reperibile attraverso la scelta del tratto, del segno e del lettering
  3. come complice del lettore implicito nelle scelte prospettiche e nel montaggio delle scene, portatore di uno sguardo e un tempo di lettura.

Ecco altre domande più specifiche, utili per l’analisi in classe:
Che persona viene usata? La prima persona? La terza persona?
Che tipo di segno viene usato? È semplice o complesso?
Che tipo di inquadratura viene proposta? È “oggettiva” o “soggettiva”?
Che punto di vista viene proposto? È vicino o lontano? Da che altezza sta guardando?

 

Possiamo fare quest’analisi anche vignetta per vignetta. Ne risulta un gioco degli sguardi impliciti nel testo che si articola fra tre soggetti: un soggetto esterno astratto, giudicante e distante; e due soggetti interni, vicini: Art e il padre, Vladek.

A questi tre soggetti corrispondono i tre piani della storia:

  • un piano allegorico, in cui si giudica dall’esterno la storia dell'Olocausto;
  • un piano di storia personale, quella di Vladek;
  • e un piano in cui la storia di Vladek è giudicata da Art, in quanto chiama in causa anche la sua storia di figlio.

La storia parla di qualcuno, e di qualcuno in particolare, per poter parlare di tutti. Per fare questo la "camera", ovvero lo sguardo, deve cambiare di posto, e prendere tutti i punti di vista, anziché prediligerne uno. Come dice Spiegelman stesso: "Le mie storie hanno più a che fare con il presentare che con il proiettare" (in un’intervista rilasciata a Chris Goffard, in The Man Behind Maus- Art Spiegelman in his Own Words, USA 1996).

Questo tipo di analisi può essere portata avanti con maggiore o minore dettaglio, a seconda del tempo a disposizione e delle competenze dell’insegnante e della classe. Vale la pena spenderci comunque del tempo perché mette a fuoco in maniera immediata domande che riguardano più in generale tutte le narrazioni. La prima l’abbiamo già esplicitata: chi racconta questa storia? A questa domanda ne seguono altre, più indirette e centrali per il nostro rapporto con le storie, che possiamo riassumere in: perché mi sta raccontando questa storia?

 

Come tutte le domande, anche queste se ne portano dietro molte altre. Vediamo un’ultima striscia che accompagna una “intervista a fumetti” che Spiegelman ha disegnato sul suo lavoro. 

  

Da fuori l’autore è convocato da voci numerose e alte: la convenzione grafica del balloon è accompagnata da un tratto seghettato per indicare una voce alta, da un lettering con numerosi grassetti, da tre frecce per indicare che sono in tanti a parlare. Traducendo il testo, i lettori (o, più probabilmente, i critici e i professori) stanno chiedendo “Perché il fumetto? Perché i topi? Perché l’Olocausto?”.

Sono domande cui è interessante cercare insieme una risposta: alcune tracce dovrebbero già essere emerse.

Perché si racconta l'Olocausto


Visto che con le domande stiamo lavorando, possiamo mostrare anche queste: perché il fumetto? Perché i topi? Perché l’Olocausto?
Le domande precedenti possono trovare risposta su più livelli: in classe può essere però interessante chiedersi, più in generale, perché si racconta l’Olocausto.

 

Certamente, in questo caso, perché è la storia della famiglia Spiegelman, perché è una storia importante per l’autore. Ma anche perché la memoria di questo tragico evento è stata a lungo (ed è ancora) così assurda, così terribile, che supera la stessa possibilità di ricordare e capire. C’è sempre un intreccio di testimonianza e di indagine, di memoria e di comprensione; come è in Maus, la storia riguarda sempre due persone: il padre (Vladek) sopravvissuto, così come il figlio (Art) che lo interroga.

La Shoah mette in crisi la stessa possibilità di raccontare, e questo è un tema che possiamo ritrovare nel Diario di Anna Frank come in Se questo è un uomo di Primo Levi.

Chi racconta ci interroga su più livelli, sempre. E nel momento in cui ci spinge a riflettere sulla sua condizione di testimone sta prima di tutto dicendoci che sì, questo è stato.
Ma ci dice di più; come fa Primo Levi nella celebre poesia che porta lo stesso titolo del suo romanzo, ci interroga: “Considerate se questo è un uomo”. Raccontando, non riporto solo una memoria, ma faccio un’azione – dico che sono io che sto raccontando, e ricordo a chi sta leggendo che conviviamo la stessa umanità.

Ed ecco allora un’ultima domanda, più generale e la cui risposta non riguarda solo la “tecnica della narrazione”. Chi racconta questa storia? Chi è che sta raccontando questa storia?

 

Uno come me, sempre.
E che ci dice quali sono le condizioni eccezionali che hanno consentito il racconto. E ci dice, infine, come dal suo punto di vista appaia il mondo.

In classe possiamo partire dai fondamentali: racconto in prima persona e racconto in terza persona, narratore intradiegetico o extradiegetico… ma molti romanzi costruiscono intorno alla persona che racconta un percorso di scoperta e di trasformazione, mischiano voci narranti, spostano il livello di ciò che si sa e si scopre.

 

È solo considerando la voce del racconto, quindi, che possiamo scoprire (sempre tramite domande, analoghe a quelle che abbiamo compiuto sul testo visivo) elementi portanti della struttura narrativa. Chi sta raccontando? Che punto di vista sta tenendo? Segue un personaggio particolare o no? Ci presenta le vicende da vicino o da lontano? Quanto coincide ciò che sa il narratore (e quindi il lettore) con ciò che sanno i protagonisti? La voce del narratore è riconoscibile o cerca di essere neutra?

È un esercizio che si può fare con ogni testo: e che ci dice anche molto sul modo in cui ognuno di noi può leggerlo. Perché suggerisce un modo e una prospettiva, un punto di vista, per guardare alle vicende raccontate: perché, quasi sempre, oltre a raccontare qualcosa, stiamo anche suggerendo una posizione per raccontare quella cosa.
Un racconto non chiede solo di acquisire o di trasmettere un episodio, ma di provare a sentirlo, capirlo, leggerlo, nei panni di qualcun altro.
Anche quando questi sono panni da topo.