Blog

Come introdurre la Grande Guerra in classe e farne capire gli effetti di lunga durata?

Un modo utile e interessante per presentare e far capire la Grande guerra è ragionare sulle sue diverse, possibili cronologie e geografie, che aiutano a vedere e spiegare i suoi diversi significati.

Naturalmente, c’è prima di tutto il “15-18” italiano, la nostra grande guerra contro l’Austria-Ungheria, che comincia con agitazioni che forzano la mano di un Parlamento, e di un paese, a maggioranza neutralista e anticipano le lacerazioni di un paese vittorioso ma deluso. La miracolosa ripresa dopo Caporetto e lo sforzo straordinario che portano l’Italia alla vittoria, e quindi a sedere tra i quattro grandi alla fine del conflitto, non cancellano infatti l’incapacità di una pur competente classe dirigente liberale di reggere alle tensioni causate dalla guerra e dalle illusioni generate dalla vittoria. E mettono in luce l’incapacità, determinante, delle forze di ispirazione cattolica e socialista, eredi a modo loro della maggioranza neutralista del 1914-1915, di immaginare un futuro per l’Italia, dialogando con le vecchie classi dirigenti. Ad affermarsi è quindi un nazionalismo vittorioso e rancoroso, che trova in un fenomeno nuovo e originale, il fascismo, un discorso in grado di parlare a gruppi sociali che prima non riusciva a raggiungere. Grazie alla sintesi di radicalismo sociale e nazionale generata dall’ex-socialista Mussolini, il fascismo consentirà allora alle classi dirigenti italiane di perseguire per altri due decenni il sogno irrealistico e pericoloso di una “grande Italia”, che porterà alla catastrofe della seconda guerra mondiale. Queste classi saranno infatti attivamente coinvolte nella formazione di un regime che appartiene al gruppo di nuovi stati emerso dalla Grande guerra, un insieme che verrà presto ribattezzato con un termine nato proprio dal dibattito italiano degli anni Venti, “totalitarismo”. E lo faranno chiudendosi progressivamente in un isolazionismo mascherato da ambizioni imperiali non sostenute dalla realtà di un paese che perde poco a poco la capacità di dialogare, anche culturalmente, con gli ex alleati della Grande guerra, attirandosi una condanna che peserà sull’Italia per decenni.


 Una cartolina del 1915 di Aurelio Bertiglia che mostra l’Italia, ancora neutrale, corteggiata dalle cinque potenze belligeranti con offerte territoriali. A sinistra l’Impero tedesco e quello austro-ungarico, a destra Regno Unito, Repubblica francese e Impero russo.

C’è poi il 1914-1918 europeo, che anche per la progressiva autoemarginazione italiana dal discorso dei vincitori, si riduce sempre più allo scontro franco-britannico-tedesco, al Niente di nuovo sul fronte occidentale e alle Tempeste d’acciaio, a Verdun e ai suoi effetti sulla Francia dei decenni successivi, fino alla disfatta del 1940, o all’umiliazione tedesca e al suo impatto sulla nascita di un revanscismo che farà da brodo di cultura al nazismo.

Da questa immagine restano fuori anche il fronte orientale e quello ottomano, la guerra di movimento sul primo, e il genocidio armeno sul secondo, e soprattutto il 1914-1917 dell’impero zarista, che culmina con le due rivoluzioni ed è chiuso dai Trattati di Brest-Litosvk e da una vittoria degli imperi centrali che anticipa di pochi mesi la loro catastrofica sconfitta a ovest. Nascono già allora, dall’Ucraina alla Georgia, i primi stati “successori”, che annunciano quelli più numerosi e fondamentali alla comprensione della storia europea tra le due guerre (Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Austria, Ungheria e grande Romania), nati dai Trattati di pace del 1919. Soprattutto, dalla cronologa “classica” della Grande guerra e delle sue conseguenze resta fuori l’Unione sovietica, nata nel 1922 e che di quelle guerra è il prodotto diretto più importante per la storia del XX secolo.

Allargare lo sguardo ai trattati del 1919 permette di vedere di più e meglio: il ruolo di questi trattati in Europa prima di tutto, con l’umiliazione e la disgregazione degli imperi centrali, l’appena ricordato emergere degli stati successori, che sconvolsero equilibri e colpirono interessi inclusi quelli dell’Italia come grande potenza nei Balcani, il conflitto polacco-ucraino del 1918-1919 e l’isolamento della Russia socialista, ma anche l’impatto della prima guerra mondiale sul colonialismo e l’imperialismo europei. In questa prospettiva la pur ipocrita e macchinosa costruzione di “Mandati” per definizione temporanei, con cui le potenze imperiali europee cercarono di preservare il loro dominio, sanciva in realtà il tracollo intellettuale dei discorsi con cui quel dominio era stato giustificato. Il tracollo della retorica coloniale è quindi anche l’implicito presagio di una sconfitta in cui le centinaia di migliaia di soldati “coloniali” chiamati a combattere la guerra europea avrebbero giocato un ruolo importante. Ed è significativo, alla luce di quanto detto sulla sua autoemarginazione, che l’Italia – che pure contribuì alla costruzione del discorso sui mandati 
– continuasse invece allora a perseguire un sogno imperiale già senza futuro.

Ma è soprattutto il 1912-1923 europeo a offrirci uno sguardo più ricco e completo, dalle guerre balcaniche, che aprono il conflitto e continueranno a scandire il nostro Novecento fino alla dissoluzione della Jugoslavia negli anni Novanta, alla guerra civile “russa” (le virgolette sono indispensabili perché dentro di essa vi sono, oltre alla guerra civile russa vera e propria, i conflitti russo-ucraini, le guerre nel Baltico, in Finlandia e nel Caucaso, quella con la Polonia, i conflitti semicoloniali dell’Asia ecc.) e alla grande carestia che la concluse. Ma emerge così anche la guerra tra il separatismo irlandese e il governo britannico del 1919-1921, e soprattutto quella greco-turca del 1919-1922, che pone fine, con lo scambio di popolazioni successivo alla sconfitta greca, ad una presenza cristiana nella penisola anatolica già crudelmente colpita dal genocidio armeno. Ed emerge la scelta isolazionista statunitense, dopo il grande contributo alla vittoria alleata, ma risalta anche il primo contributo americano alla ricostruzione europea, un contributo che parte dai decisivi aiuti alimentari e arriva al regolamento della questione delle riparazioni e dei debiti di guerra, che senza il sostegno di Washington l’Europa sarebbe stata incapace di regolare, a conferma del declino causato dalla Grande guerra.


L'Europa nel 1922

In questa prospettiva la Grande guerra ci appare quindi come un intrico di conflitti, strettamente intrecciati tra loro, e lo sguardo si potrebbe allargare a comprendere l’ondata rivoluzionaria innescata dalla sconfitta dell’Impero russo nello scontro del 1904-1905 col Giappone (Impero Russo 1905, Persia 1906, Giovani Turchi 1908, Portogallo 1910 e Cina 1911), che in virtù dei legami tra rivoluzione nell’impero ottomano e guerra turco-italiana del 1911 porta alle guerre balcaniche, favorite dalla sconfitta ottomana, e a loro volta retroterra immediato dell’attentato di Sarajevo. E ci potremmo spingere in avanti fino alla crisi del 1929 e alle sue ripercussioni in Europa, pesanti soprattutto perché colpiscono paesi resi fragili da riparazioni, debiti e presenza di rivendicazioni, angosce, risentimenti, milizie paramilitari ecc. che della Grande guerra erano un lascito diretto.

Si apre così una finestra diretta sull’avvento del nazismo in Germania, che indica come sia possibile e fruttuosa una cronologia ancora più larga, che abbracci tutta la grande scossa della storia europea – e quindi mondiale dato il ruolo dell’Europa nel mondo di allora – nella prima metà del Novecento, dal 1905 alla morte di Stalin nel 1953.

Questa scossa ha avuto nel 1914-1918 (e quindi nella Grande guerra) e nel 1939-1945 i suoi epicentri maggiori, tuttavia immediatamente preceduti e seguiti da scosse minori, ancorché molto intense. Essa è a sua volta carica di significati e conseguenze che è importante discutere con lo studente per la loro importanza nel determinare le genesi del mondo in cui viviamo.

Penso per esempio all’apparente trionfo dopo la prima guerra mondiale dello stato nazione così come esso era stato immaginato dall’Ottocento europeo, un trionfo decretato dalla retorica di un Wilson che prima di recarsi a Parigi passa per Genova a deporre una corona sulla tomba di Mazzini, e dalla nascita della Società delle nazioni. Ma gli acutissimi problemi legati alla presenza delle minoranze nell’Europa centro-orientale, e ai conflitti in Irlanda e presto in Spagna o sul confine orientale italiano, del resto anticipati dalla tragedia dell’impero ottomano, cominciata col genocidio armeno, proseguita con lo scambio di popolazioni greche e turche, e che avrebbe presto coinvolto i curdi, avrebbero presto smentito quell’apparente trionfo, ricordando come la realizzazione del sogno mazziniano di omogeneità nazionale richiedesse massacri e sofferenze.

La crisi di un’Europa immaginata come insieme di stati-nazione si riflette nel secondo epicentro, quello del 1939-1945, in cui il continente è l’oggetto dello scontro di due grandi progetti neo-imperiali, che affondano le loro radici nella Grande guerra, quello nazista e quello sovietico. Dallo scontro, e dalle violenze di massa, dai genocidi – tra cui quello esemplare degli ebrei – e dalle sofferenze, superiori a quelle del 1914-1918, trarrà una delle sue fonti principali il progetto di una Comunità, e poi di un’Unione europea, reso possibile proprio dalla riflessione anche morale sulla disumanità dei progetti di supremazia nazionali o ideologici, una riflessione in cui non a caso grande peso ebbe – accanto a progetti laici come quello di Spinelli – la cultura cristiana degli Schumann, degli Adenauer e dei De Gasperi, con la sua ambizione a una fratellanza umana capace di superare i confini.

Ma penso anche all’accresciuto ruolo dello Stato nella gestione dell’economia, sia attraverso un crescente intervento diretto, che attraverso un uso della politica monetaria reso possibile dallo sganciamento della carta-moneta dall’oro. Il ruolo della prima guerra mondiale, e della economia di guerra in particolare, permette quindi di discutere le origini delle successive “politiche keynesiane” e del New Deal, ma anche dello statismo corporativo del fascismo e della “pianificazione” sovietica, che dal punto di vista economico portò alle estreme conseguenze proprio il modello dell’economia di guerra, nonché di politiche di welfare e gestione della forza lavoro certo già presenti prima del 1914 ma che la guerra amplifica e rafforza.

Arriviamo così al nocciolo di una delle questioni storiche e storiografiche più dibattute, vale a dire quella dei “totalitarismi”, come sono stati battezzati gli stati di tipo nuovo generati in Europa proprio dalla crisi innescata dalla Grande guerra. Ogni discussione delle conseguenze di quest’ultima non può infatti prescindere da una analisi del fenomeno totalitario, che passi in rassegna sia i punti di forza che i limiti di una categoria che ha a lungo giocato un ruolo politico di primo piano, per esempio ma non solo nelle battaglie culturali della guerra fredda.

Su un piano ancora più generale e di lungo periodo, la Grande guerra può essere vista e discussa anche come la prima, decisiva tappa del suicidio dell’Europa come centro di un potere mondiale durato circa quattro secoli. La già ricordata, fortissima scossa – anche ideologica – agli imperi coloniali, testimoniata dal discorso sui mandati, ma anche dalle agitazioni nell’India di Gandhi, o dal successo della retorica antimperialista di Lenin – incarnatasi già negli anni Venti in una Lega anti-imperialista alle cui attività partecipavano i giovani Sukarno, Nehru e Ho Chi Minh – sarebbe poi culminata nella velocissima decolonizzazione del secondo dopoguerra, promossa dalle nuove Nazioni unite.

La Grande guerra ci appare così, piuttosto che come l’inizio di un secolo breve, come il tornante decisivo di un’epoca aperta dalle grandi rivoluzioni di fine Settecento e chiusa alla fine del Novecento dal compimento della decolonizzazione e dal fallimento del progetto di modernità socialista, nonché dal declino di un continente – quello europeo – capace di farsi per alcuni secoli centro del mondo.
Andrea Graziosi