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Come possiamo confrontare i fenomeni migratori del Novecento con quelli attuali?

Le migrazioni figurano tra i fenomeni più impressionanti e dirompenti che popolano le cronache degli ultimi anni, e suscitano un dibattito pubblico divisivo, carico di ansie e paure che spesso si alimentano di una visione parziale e distorta del passato. 

Il loro impatto è stato particolarmente critico in Europa, dove hanno rivelato ed esasperato le fragilità delle istituzioni comunitarie e le loro strutturali difficoltà a realizzare prospettive di integrazione politica. In questo senso, la crisi dei rifugiati del 2015 ha rappresentato una traumatica presa di consapevolezza pubblica, che si è caricata di conseguenze politiche, sociali e intellettuali con cui è urgente fare i conti.
La prima, fortissima impressione è dunque quella di trovarsi a capire e affrontare una novità assoluta. Tuttavia, se si collocano le migrazioni più recenti all'interno di un arco temporale più lungo, almeno risalente alla metà dell'Ottocento in poi, le cose appaiono diversamente. La storicizzazione dei fenomeni migratori può contribuire non solo a ridimensionare la percezione di novità dei fenomeni correnti, ma anche a stemperare la carica emotiva che tendono a sollevare tra ampi strati della popolazione.
Naturalmente, le migrazioni sono parte integrante della storia umana, in quanto soluzione a problemi di natura economica, sociale, culturale, politica ed ecologica. Si possono anzitutto enumerare tre fenomeni ben distinti: le emigrazioni, le immigrazioni e le migrazioni interne. Occorre inoltre distinguere le tipologie delle ragioni per cui gli individui emigrano: le migrazioni motivate da ragioni socio-professionali, e all'interno di queste discernere tra migrazioni spinte dalla ricerca di un lavoro o di nuove risorse per la sopravvivenza, o di una possibilità per migliorare le proprie condizioni d'esistenza, e migrazioni a fine di qualificazione o formazione professionale. Non meno motivate da ragioni di sopravvivenza sono le migrazioni forzate, le quali sono però alimentate da progetti di costruzione di nuovi stati o di persecuzioni ed epurazioni religiose o politiche (nazionali o razziali). Quest'ultima tipologia di migrazioni non solo sono passate attraverso i confini, ma hanno anche contribuito a determinare nuovi confini. Tra i modelli di migrazione, con un ampio spettro di sfumature, forme di migrazione locale e circolare, temporanee (per ragioni lavoro o di formazione professionale) e definitive (come gli espatri veri e propri). Le migrazioni, provocate da ragioni di persecuzione politica o religiosa sotto regimi dittatoriali, appartengono a quest'ultimo tipo, per cui gli esuli possono tornare nella madrepatria solo una volta che sono state ripristinate condizioni minime di libertà.
In epoca contemporanea un primo imponente flusso di migranti attraversò l'oceano Atlantico, muovendo verso gli Stati Uniti, il “Nuovo Mondo”, tra la metà dell'Ottocento e gli anni venti del Novecento, nel contesto di un primo, potente slancio della globalizzazione, favorito da un veloce boom demografico che aveva allora il suo epicentro nel continente europeo. Dall'Irlanda, dall'Italia, dall'Impero tedesco, da quello austro-ungarico, da quello russo si trasferirono milioni di individui alla ricerca di una nuova opportunità occupazionale, nel desiderio di “fare fortuna” o di “costruirsi una nuova vita”, o come nel caso degli ebrei provenienti dall'Europa orientale dalla volontà di sottrarsi alle persecuzioni. Queste migrazioni transoceaniche, favorite dall'estensione delle reti di trasporto, dall'intensificazione dei collegamenti marittimi, dall'accelerazione dei tempi di percorrenza e dalla riduzione dei costi di trasporto, rappresentarono un forte impulso alla globalizzazione per così dire dal basso. La nuova mobilità attrasse soprattutto milioni di contadini pronti a lasciare le campagne e la vita dei campi. Nonostante la sua non comune disponibilità all'accoglienza e all'integrazione, anche la società statunitense fu allora attraversata da spinte alla chiusura e all'intolleranza, che si manifestarono in aspre tensioni con le nuove comunità d'immigrazione.


Migranti italiani a Ellis Island New York

Alle migrazioni economiche si aggiunsero, a partire dalla metà dell'Ottocento in poi, fenomeni migratori di altra natura, ossia le migrazioni forzate in tempi di guerra che in vario modo erano provocate dal ricorso alla violenza politica o sociale. Certo, la pratica delle migrazioni forzate rimonta a fasi storiche ben precedenti, e tra queste si possono ricordare le espulsioni dei mori dalla Spagna tra la fine del quindicesimo e l'inizio del diciassettesimo secolo, oppure quella degli ugonotti protestanti dalla Francia cattolica tra la fine del diciassettesimo e l'inizio del diciottesimo secolo. Tuttavia, i moderni fenomeni delle migrazioni forzate sono indissolubilmente legati alla crisi e al crollo degli Imperi continentali (Impero ottomano, russo e asburgico) e alla realizzazione violenta di nuovi progetti di costruzione statale. I territori multinazionali imperiali dell'Europa centro-orientale, dal Baltico al Mar Nero all'Adriatico, tra gli anni cinquanta del diciannovesimo e gli anni cinquanta del ventesimo secolo furono teatro di esodi, deportazioni, espulsioni che possono essere distinte per tipologie: migrazioni forzate per ragioni di sicurezza; migrazioni forzate con l'obiettivo della colonizzazione di un territorio; migrazioni forzate per “ripulire” e creare una comunità nazionale in un dato territorio.
Il ciclo lungo delle due guerre balcaniche (1912-1913), della Grande guerra (1914-18), della rivoluzione e guerra civile nell’impero russo (1917-1922) e della guerra greco-turca causò una prima, grande ondata di profughi, che si dispiegò attraverso migrazioni e spostamenti forzati di popolazioni nei territori già imperiali, soprattutto in seguito alle crisi dell'Impero ottomano e di quello russo. Negli anni trenta e quaranta l'intera società sovietica, nel quadro del terrore staliniano, fu sconvolta da massicci spostamenti forzati di popolazioni, che erano deportate per ragioni di sicurezza o di colonizzazione di ampi territori tra Europa e Asia. Fin dai primi anni venti gli oppositori al regime bolscevico presero la via dell'esilio, e ad essi si aggiunsero varie altre correnti di emigrazione politica dall'Italia fascista (dopo il 1925) e dalla Germania nazista (dopo il 1933). Intanto, dopo il 1933 un'ondata crescente di ebrei emigrò dalla Germania nazista e dagli altri regimi autoritari dove furono adottate legislazioni antisemite, provocando un flusso di rifugiati che approdarono prima in Francia e poi negli Stati Uniti. La stessa Francia fu la meta dell'enorme massa di profughi che si sottrasse alle persecuzioni del regime di Franco dopo la conclusione della guerra civile spagnola nel 1939. Ma fu soprattutto la Seconda guerra mondiale (1939-1945) a creare una catastrofe umanitaria senza precedenti. La costruzione del Nuovo ordine nazista si fondò sulle deportazioni, sui trasferimenti e sui reinsediamenti forzati di popolazioni considerate “inferiori”, provocando un radicale rimescolamento demografico, sociale e nazionale in tutta Europa, soprattutto nelle regioni centro- e sud-orientali. Tra il 1945 e il 1947 l'espulsione delle popolazioni tedesche dall'Europa centro-orientale, insieme allo spostamento più o meno coatto di altre popolazioni (polacchi, ucraini, baltici, rumeni), consentì di creare Stati nazionali omogenei, risolvendo così, sia pur in forme brutali, la questione delle minoranze nazionali. Invece l'esodo istriano­dalmata che si dispiegò tra la seconda metà degli anni quaranta e la fine degli anni cinquanta dalle terre che tra le due guerre mondiali erano state sotto sovranità italiana ed erano passate sotto sovranità jugoslava, fu determinato da ragioni più ibride, in cui quelle prevalentemente politiche - legate alla costruzione del nuovo regime comunista jugoslavo - lasciarono via via spazio a quelle economiche.
Infatti, il lungo secondo dopoguerra, segnato dalla stabilità e dalla pace sul vecchio continente, fu nondimeno lo snodo di importanti movimenti migratori, che furono motivati dalla ricerca di maggior benessere materiale.

Nuovi importanti flussi migratori furono attivati dai “miracoli economici” nell'Europa occidentale del dopoguerra, quando lavoratori provenienti dai paesi mediterranei (Spagna, Italia, Iugoslavia e Grecia) furono attratti dal modello di sviluppo economico e sicurezza sociale rappresentato dalla Repubblica Federale Tedesca. Non meno imponenti erano gli spostamenti di popolazione che si verificavano all'interno delle singole società, dalle campagne alle città, dalle regioni più depresse a quelle più industrializzate, come insegna soprattutto l'Italia degli anni cinquanta e sessanta.
Fuori dall'Europa, nel dopoguerra fenomeni migratori, spesso anche forzati, furono innescati dai processi di decolonizzazione in Asia e in Africa, che erano variamente legati alla difficoltà di definire confini e stabilire autorità statali nazionali in contesti misti sotto il profilo culturale, religioso e linguistico: tra tutti il più massiccio e sanguinoso fu lo scambio di popolazioni (musulmani e indù) tra India e Pakistan nel 1947-48. A partire dalla fine dei processi di decolonizzazione negli anni sessanta, le migrazioni dalle ex-colonie verso Francia, Belgio, Olanda e Regno Unito contribuirono poi ad assembrare masse di popolazione, spesso disagiata, nelle periferie delle città occidentali, creando i presupposti per conflitti sociali e culturali che oggi appaiono esplosivi. Infatti, ai più dinamici tentativi di integrazione da parte della prima generazione di immigrati sono seguiti ripiegamenti comunitari che hanno spesso indotto forme di radicalizzazione religiosa (soprattutto attraverso l'eco degli attentati dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti). Si può dunque dire che attraverso questi processi del lungo dopoguerra si fece strada una paradossale inversione, per cui l'Europa centro-occidentale tendenzialmente omogenea ritrovò un'accentuata dimensione multiculturale e multireligiosa (con la significativa eccezione dell'Italia, almeno fino agli anni ottanta), mentre l'Europa centro-orientale, a seguito delle violenze postbelliche, aveva semplificato drasticamente la propria complessità culturale.
Dopo la caduta del muro di Berlino e la transizione ai regimi post-comunisti in Europa orientale, tra il 1989 e il 1991, si aprì la strada a nuovi flussi migratori. Le prime ondate di profughi e rifugiati furono strettamente legate alle guerre ex-jugoslave del 1991-2000 e alle crisi politiche e sociali albanesi del 1991 e del 1997. Peraltro, le guerre nello spazio ex-jugoslavo così come i conflitti nello spazio ex-sovietico (soprattutto in Georgia e in Cecenia) nel corso degli anni Novanta riproposero la pratica dell'espulsione e della deportazione, ora nota come “pulizia etnica”, con il fine di “ripulire” territori misti dalle popolazioni considerate nemiche o minoritarie. Più di recente, la crisi russo-ucraina, nel 2014-15, ha spinto fuori dalle zone di repressione della Crimea occupata dalle forze russe e dalle zone di guerra del Donbas vaste masse di profughi che si sono riversate per lo più in Ucraina occidentale e in Polonia. Non da ultimo, l'Europa orientale e i Balcani, a partire dagli anni Novanta in poi, sono state, e continuano ad essere, luoghi di migrazioni di carattere economico, riducendo drasticamente le fasce più giovani, e spesso intellettualmente e professionalmente più attrezzate, della popolazione e lasciandosi alle spalle società invecchiate e impaurite. Perciò l'impatto dei massicci flussi migratori che, seguendo nel 2015 la “Balkan route”, si sono indirizzati verso l'Europa centrale e settentrionale è stato particolarmente traumatico su paesi che, pur essendo senza rifugiati o immigrati, difendono in ogni modo le comunità nazionali omogenee emerse dai violenti spostamenti di popolazioni nel secondo dopoguerra.

Anni Novanta: arrivo dei migranti albanesi nel porto di Bari

D'altro canto, la cosiddetta “fuga dei cervelli” - ossia l'emigrazione ad alta qualificazione professionale – è un fenomeno significativo e problematico, anche per i paesi cosiddetti occidentali, in particolare quei paesi come l'Italia e la Spagna che hanno visto decrescere drasticamente le proprie aspettative di sviluppo, attraversando una grave stagnazione economica soprattutto dopo la depressione globale del 2008-2009. Questa migrazione dai paesi dell'Europa meridionale, con la conseguente perdita di strati di popolazione giovane e istruita, non è estranea alla difficoltà e all'ostilità con cui segmenti crescenti delle opinioni pubbliche di questi paesi guardano ai fenomeni migratori provenienti dall'altra sponda del Mediterraneo.
Dagli anni ottanta in poi, ma con una intensità crescente nell'ultimo decennio, il flusso migratorio attraverso il Mediterraneo è cresciuto in modo vistoso. In questo fenomeno si intrecciano tipologie di migrazioni diverse, da quelle motivate da ragioni economiche a quelle sospinte da urgenze politiche o umanitarie, senza spesso la possibilità di distinguere nettamente le une dalle altre per gruppi di migranti che si trovano comunque a transitare in zone in cui sono soggetti a persecuzioni e abusi di ogni sorta. Una spinta decisa ai più recenti fenomeni migratori è venuta dalle “primavere arabe” del 2011-12 che hanno destabilizzato, tra gli altri, Tunisia, Libia, Egitto e Siria, provocando gravi crisi e conflitti, e generando un enorme flusso di profughi e rifugiati. In particolare, le guerre civili siriana e libica, nonché la formazione dello Stato islamico (Isis) a cavallo tra i territori siriani e iracheni, hanno spinto milioni di persone a fuggire in Turchia o in Europa, attraverso i Balcani, oppure sulle coste settentrionali del Mediterraneo, per poi dirigersi spesso verso i paesi più ricchi come l'Austria, la Germania o la Svezia.
Paradossalmente, le migrazioni verso l'Europa si sono intensificate proprio nel momento in cui la stessa idea di “Terzo Mondo” si andava disgregando. La ridistribuzione delle ricchezze a livello mondiale che la globalizzazione, a partire dagli anni Ottanta, ha implicato, sia pur in forme estremamente diseguali costituisce una delle premesse dei nuovi fenomeni migratori. Questi infatti coinvolgono non gli strati più poveri delle popolazioni dell'Africa centrale, ma popolazioni urbane le cui aspettative sono in crescita. Un ruolo cruciale è svolto da internet e dai social network che consentono oggi in Africa, in Medio Oriente e in Asia – come negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, la televisione in Europa orientale – di osservare la vita quotidiana e il benessere fiorente nei paesi più sviluppati e di comparare diversi stili di vita e diseguali disponibilità di risorse materiali.
Si può concludere dunque che l'insieme dei fenomeni migratori oggi in corso fanno parte di una storia ben più lunga, di cui riproducono i caratteri essenziali. La sola differenza netta rispetto al Novecento appare l'assenza di progetti politici-ideologici di costruzione statale quale chiave di legittimazione delle migrazioni forzate. Al contrario, le principali fonti dei flussi migratori oggi si collocano in aree dove il controllo statale, a cause di crisi politiche o belliche, tende a ridursi se non a dissolversi, e la stessa idea di stato sembra assente. A questa considerazione che rimanda ad una comparazione con il passato si possono aggiungere due osservazioni che riguardano più direttamente il presente e il futuro. Infatti, il costante flusso di migranti verso il vecchio continente sembra confermare, al di là di ogni discorso di crisi o declino dell'Europa, la sua capacità di attrazione quale modello di sviluppo e esempio di benessere. Come dimostrano molte esperienze storiche, nonostante tutte le difficoltà e criticità dei processi di accoglienza, assistenza e integrazione, le migrazioni, accompagnate da politiche culturali ed economiche capaci di attutirne gli inevitabili e per certi versi comprensibili contraccolpi psicologici sulle popolazioni locali, possono tuttora rappresentare una fonte straordinaria, e potenzialmente inesauribile, di vitalità per le società europee e per i loro modelli di sicurezza sociale e di coesistenza civile. D'altro canto, in un contesto di allarme crescente per i sempre più precari equilibri dell'ecosistema globale e per il drastico cambiamento climatico, si fa strada la riflessione intorno alla relativa novità delle migrazioni per ragioni ambientali. E' una prospettiva da tenere ben presente all'interno del dibattito pubblico, anche perché può precipitare chiunque, in caso di catastrofe ecologica, che può accadere ovunque, nella condizione di migrante, bisognoso di accoglienza e di assistenza.
Marco Bresciani

Ricercatore presso l'Università di Firenze, ha conseguito il dottorato all’Università di Pisa, si è diplomato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e ha ottenuto borse di studio in istituti di ricerca nazionali e internazionali (come l’EHESS di Parigi). I suoi interessi riguardano la storia politica e intellettuale dell’antifascismo e del fascismo e la storia italiana in prospettiva comparata europea.

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