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L’Italia degli anni Settanta: quali sono i rapporti fra le trasformazioni sociali e la crisi economico-politica? (Parte I)

All’inizio del 2011, quando presiedevo la Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (www.sissco.it) fui convocato dall’allora presidente della Treccani, Giuliano Amato, per discutere delle celebrazioni per il 150° dell’Unità.

Parlandone, scoprimmo di essere entrambi convinti che sarebbe stato necessario interrogarsi non solo sulla nascita del nostro paese, ma anche sulla crisi che esso stava vivendo – una crisi peraltro non ancora risolta – e sulle sue radici, e quindi sui suoi ultimi decenni. Lanciammo allora una serie di seminari, da cui poi nacque il nostro Grandi Illusioni. Ragionando sull’Italia (2013), da cui traggo, rimaneggiandole, le pagine che seguono, aggiungendo che esse furono per me forse le più “difficili” da scrivere, non tanto per il ruolo che gli anni Settanta hanno giocato nella mia storia e maturazione personali, quanto per il peso che quel decennio avuto nella formazione di una nuova Italia, che è quella di cui stiamo vivendo da tempo la crisi.
È per questo, e per l’ancora scarso spessore della riflessione storica su quegli anni cruciali, che ho deciso di rispondere a una domanda impegnativa dedicando loro due puntate di questo Blog.
La prima si occupa del quinquennio che va dalla stagione delle grandi manifestazioni studentesche e operaie del 1968-1969, all’abbandono del sistema di Bretton Woods e alla crisi petrolifera del 1973. La seconda, che verrà presto pubblicata, si chiude invece con l’omicidio Moro e la fine della politica di unità nazionale nel 1978. Gli anni Settanta di cui parlo cominciano e finiscono quindi due anni prima del loro inizio e della loro fine naturali.

I. L’Italia dei grandi movimenti sociali, 1968-1973

Per capire i motivi dell’intensità delle trasformazioni politiche sociali e culturali degli anni Settanta occorre partire dall’Italia della metà del decennio precedente, un paese dove tutti, o quasi, coltivavano comprensibilmente grandi aspettative, e grandi illusioni. Esse erano figlie della combinazione tra un passato ingiusto e che gli stessi governi di centrosinistra avevano dichiarato ufficialmente tale; la velocissima e irripetibile, ma da tutti considerata normale, crescita innescatasi alla fine degli anni Quaranta; e le eccezionali rendite derivanti dal predominio dell’Occidente, dalla posizione strategica del paese al suo interno e dalla composizione demografica della sua popolazione. In venti anni il reddito pro capite reale degli italiani era raddoppiato e c’era la diffusa sensazione che fosse possibile ottenere di più, anche perché esso era cresciuto meno di quanto non fossero cresciuti il Prodotto interno lordo (PIL) e i profitti. Il debito pubblico si aggirava inoltre ancora solo sul 35% del PIL, e la crescita economica faceva ritenere che ogni suo aumento sarebbe stato velocemente riassorbito.
Gli italiani che avevano avuto in passato assai poco, e avevano appena cominciato a ricevere qualcosa, volevano quindi “tutto”, anche perché molto gli era stato promesso e sembrava ci fossero tutte le condizioni perché quelle promesse fossero mantenute. Le prime significative conquiste rafforzarono questi sentimenti e fecero venir meno la convinzione che i diritti sociali positivi (vale a dire costosi: salute, pensioni ecc.), stabiliti dalla nostra Costituzione, non fossero in realtà esigibili a causa delle difficoltà economiche e della povertà del paese. Ora le nuove risorse a disposizione, i ritmi di sviluppo cui ci si era abituati, un keynesismo che predicava l’inutilità, quando non il danno, del pareggio di bilancio, le illusioni e le aspettative generate dal miracolo economico fecero emergere l’idea quei diritti potessero finalmente essere garantiti.
Il “vogliamo tutto” del 1968-1969 era quindi a suo modo uno slogan che sembrava realistico. Esso fu gridato da masse di operai e studenti che riflettevano l’immagine di un universo pubblico ancora dominato dai giovani e in particolare dai giovani maschi, anche se, specie nei cortei studenteschi, le donne figuravano numerose. Le rivendicazioni urlate nelle strade trovavano inoltre una classe dirigente che riteneva giusto accoglierle, perché aveva coscienza dei nuovi mezzi del paese ed era pervasa dal senso di colpa per vecchie ingiustizie che la crescita economica stava tuttavia già riducendo. Come scrisse Mariano Rumor, che da lì a poco avrebbe presieduto il governo, “l’Italia del ‘miracolo economico’ si era prodigiosamente sviluppata, in una congiuntura internazionale, favorevole anche sul piano valutario, ma l’incremento della ricchezza nazionale era stato mal distribuito e il mondo operaio e, in genere, i ceti dipendenti, non ne avevano tratto equo beneficio”. Inoltre la trasmigrazione dei contadini dal Mezzogiorno al nord e la sprovvedutezza delle amministrazioni dei grandi centri industriali messi dinanzi a un fenomeno di tali dimensioni avevano reso incandescente il clima politico del paese: “L’autunno caldo – continuava quindi Rumor – [nasceva] da tutto ciò e considerarlo solo rivendicazione sindacale, esasperata dal clima sessantottesco, sarebbe una interpretazione parziale e ingiusta”.


Molte delle domande del 1968-1969 furono quindi soddisfatte, ma lo furono senza preoccuparsi di aumentare nella misura necessaria – come pure almeno in parte sarebbe stato possibile fare – le entrate dello Stato e proprio nel momento in cui si esaurivano i fattori oggettivi che avevano alimentato la straordinaria crescita precedente. Per soddisfarle si fece così ricorso alla spesa in deficit e quindi all’aumento del debito pubblico, un aumento che paghiamo ancor oggi a caro prezzo e di cui gli anni Settanta portano quindi la responsabilità.
Gli anni Settanta non furono però solo il decennio in cui si avviò la formazione del debito che grava ancora sul paese. Da loro, e dalle loro convulsioni, nacque anche quel nuovo popolo italiano auspicato dai costituenti nel secondo dopoguerra, un popolo dotato di una nuova coscienza di sé e dei suoi diritti, ma incapace di capire la portata dei costi che alcuni di essi comportavano, e ignaro del venir meno delle condizioni eccezionali da cui era nato il “miracolo”. Essi possono quindi anche essere visti, per usare le parole di un intelligente dirigente del sindacato, come “una vera e propria nuova fase costituente”, in cui si portò a compimento “il cammino iniziato con la vittoria sul fascismo, la fine della guerra e l’approvazione della Costituzione”.
L’esempio della riforma delle pensioni è forse la migliore illustrazione di quanto avvenne. Nel febbraio 1968 il governo Moro aveva avanzato una proposta generosa rispetto sia alla situazione del paese che alle legislazioni degli altri paesi europei. I sindacati, che all’inizio si erano dichiarati d’accordo, furono sommersi dalle proteste e tra l’estate di quell’anno e il febbraio del 1969 il paese fu scosso da scioperi generali che aprirono le porte all’autunno caldo. Le elezioni del maggio 1968 segnavano intanto un notevole successo della DC, che arrivò quasi al 40% dei voti sull’onda dell’impegno riformista vantato dai suoi dirigenti. Anche il PCI guadagnò consensi, mentre il Partito socialista unificato, nonostante le grandi speranze, prese meno voti di quanti non ne avessero guadagnati insieme PSI e PSDI. L’insuccesso socialista causò le dimissioni di Moro, cui a novembre successe Rumor che, ricevuto l’incarico dal presidente Saragat, si mise a “buttar giù una bozza di programma… [in cui] spiccavano i problemi delle pensioni e dell’assetto strutturale della Previdenza sociale, della riforma universitaria, dello statuto dei lavoratori, del referendum, della istituzione delle Regioni…”. Il nuovo governo fu quindi uno dei più riformisti mai avuti dal paese, e come tale firmò nell’aprile del 1969 una nuova riforma delle pensioni che prevedeva l’abbandono del criterio contributivo e il passaggio a quello retributivo, molto generoso perché riferito al periodo finale della vita lavorativa; meccanismi di salvaguardia del potere d’acquisto dei trattamenti pensionistici e una pensione sociale per tutti i cittadini ultrasessantacinquenni sprovvisti di reddito. Malgrado l’aspettativa di vita stesse già velocemente salendo, l’età pensionabile delle donne rimaneva inoltre ferma a 55 anni e la possibilità di cumulare pensioni e stipendi veniva solo limitata.
A parte un provvedimento estemporaneo legato all’aumento delle tasse sulla benzina, il nuovo sistema a ripartizione era finanziato dalla solidarietà intergenerazionale, in base ai presupposti che la crescita avrebbe continuato a veleggiare intorno al 5%, il tasso di natalità sarebbe restato di poco inferiore a 3 per donna (oggi è per esempio a poco più dell’1,3) e l’aspettativa di vita si fosse ormai stabilizzata sui 65 anni. Questa “conquista”, dunque, non solo aveva dei piedi d’argilla, rappresentati da un’evoluzione demografica che era allora difficile percepire con nettezza, ma scaricava automaticamente i suoi costi sulle generazioni future.

La riforma delle pensioni, il rafforzamento dell’indicizzazione dei salari, lo Statuto dei lavoratori, l’introduzione del divorzio e quella dei referendum, la definizione del cammino per arrivare all’istituzione delle regioni, l’impostazione del pacchetto per il Sud Tirolo-Alto Adige che pose le premesse per la fine delle tensioni più acute e le tante altre riforme di quegli anni, nonché l’analisi dei loro discorsi e documenti ci mostrano dirigenti democristiani e socialisti convinti della necessità, come dichiarò Moro alla fine del 1968, di impegnarsi per essere “all’unisono con l’anima del mondo che cambia”, chiedendo – come aveva appena fatto Paolo VI – non solo efficienza ma anche giustizia e dignità.
Malgrado ciò, quando nel 1969 spezzoni reazionari della vecchia Italia e dello Stato ereditato dal fascismo, prossimi alla scomparsa ma ancora vigorosi per via dei legami con vecchi e nuovi regimi autoritari e tradizionalisti come quelli al potere in Spagna, Portogallo, Grecia, e a causa dell’ambiguità cui la guerra fredda condannava l’Occidente progressista, cercarono di reagire anche con le bombe al progresso dello Stato e della società italiani, la reazione dei movimenti fu di accusare i partiti al governo, e il doppio Stato che si immaginava agisse al suo interno, di aver risposto alle lotte operaie e studentesche preparando la “strage di Stato”. Questa interpretazione favorì la degenerazione verso la lotta armata di alcune delle componenti dei movimenti di quegli anni, attirate anche dagli apparenti successi di tale lotta nel Vietnam come in altri paesi già dominati dall’Occidente, nonché dalla semplicistica ripetizione di slogan appartenenti a mondi, culture e tragedie di cui nulla si sapeva, come nel caso della rivoluzione culturale cinese, e dai culti di leader grandi e piccoli che fiorirono un po’ ovunque.


L’incapacità di vedere la realtà e di confrontarsi con essa, e la tendenza a sostituirle le proprie proiezioni e i propri desideri, non furono estranee all’esiguità del lascito culturale dei movimenti di quegli anni e dell’enorme quantità di energia da essi assorbita. Il riferimento è alle opere italiane capaci di parlare al mondo, il cui numero e il cui valore, già elevati, si restrinsero progressivamente proprio a partire dagli anni Settanta nel cinema come nella letteratura. In termini di mutamenti culturali e comportamentali di massa, invece, l’eredità fu in parte positiva, anche se non si riuscì a sostituire con principi più giusti la legalità e l’ordine, criticabili ma necessari, che erano stati mandati in frantumi. Il disordine così generato contribuì all’acutizzarsi di fenomeni e atteggiamenti sgradevoli che avrebbero non poco aggravato le difficoltà degli anni seguenti, contagiando tra l’altro anche la cultura della criminalità organizzata.
Anche l’analisi della “crisi capitalistica” rivelava un’incapacità di pensare alla realtà come a un oggetto in evoluzione libera, aperta e imprevedibile, e anche per questo non sempre gradevole. Buona parte dei teorici legati ai movimenti, ma capaci di influenzare anche buona parte della cultura ufficiale, immaginavano per esempio il futuro come acutizzazione delle contraddizioni del presente. Proprio mentre il Terzo mondo prendeva, sia pure in modo contraddittorio e diseguale, lo slancio che lo avrebbe portato nel giro di pochi decenni a minacciare il predominio dell’Occidente (ma anche a sostenerne i consumi), essi prevedevano un mondo sviluppato sempre più ricco a spese di periferie sempre più povere.
Di riforma si parlò anche per l’Università, ma il testo fu attaccato tanto dai conservatori che dal PCI, e fu poi travolto dalla contestazione. La riforma fu perciò rinviata di più di un decennio. In sua attesa, nel 1969 a tutti i diplomati fu concessa la possibilità di iscriversi all’università, che aprì così le sue porte a rappresentanti di strati sociali che non vi avevano mai avuto accesso. Il provvedimento rimediava alle ingiustizie e alle esclusioni del passato, ma in assenza di una riorganizzazione del mondo universitario, la vecchia università di élite fu colpita senza che vi fosse un disegno di cosa potesse sostituirla, aggravando la crisi del paese, anche nel campo delicato della formazione delle sue élites scientifiche, culturali e professionali. Questo mentre l’emergere dei nuovi stati del Terzo mondo lasciava intravedere un futuro in cui non sarebbe più stato possibile dare per acquisita la preminenza, anche culturale, dell’Europa. Il permanere dei suoi stati membri tra i paesi avanzati richiedeva quindi la presenza di grandi e competitive istituzioni scientifiche e universitarie, le stesse che venivano invece travolte in Italia da agitazioni che colpivano alcune delle loro parti migliori.
I primi anni Settanta segnarono anche il culmine delle lotte operaie e dell’operaismo italiano, accompagnati da tensioni sociali di grande intensità. Andò allora in frantumi quella continuità di autoritarismo e potere padronale in fabbrica che era stata velocemente ripristinata nel dopoguerra, e si posero le basi del lunghissimo “1968” italiano, caratterizzato per circa un decennio da una fortissima conflittualità in fabbrica. Le agitazioni operaie provocarono in un primo momento una veloce “redistribuzione di reddito e del potere nei luoghi di lavoro a favore del lavoro dipendente”. Gli accordi di Bretton Woods, ancora in vigore, costringevano infatti ai cambi fissi, frenando inflazione e svalutazione: la crescita dei salari e la riduzione della produttività determinarono quindi sul breve periodo la “più drastica compressione dei margini di profitto mai sperimentata dall’industria italiana”.
Erano tempi che è oggi difficile anche immaginare: dopo anni di veloce industrializzazione e di crescita del peso delle classi lavoratrici industriali nella popolazione attiva, sembrava che il mondo si stesse in effetti sempre più dividendo tra Capitale e Lavoro. E sembrava che questo mondo dualistico, e conflittuale, non fosse soggetto a vincoli. Su questo anti-determinismo si fondò l’idea dell’“autonomia operaia”, a sua volta strettamente legata a quella di una centralità della classe operaia suggerita da venti anni di sviluppo industriale e dall’idea che in una società dove il lavoro operaio acquistava una posizione via via sempre più importante, la sua liberazione avrebbe permesso quella dell’intera società.
Erano posizioni che avevano, sul breve periodo, elementi di verità. Ma il salario non poteva restare a lungo una variabile indipendente, pena l’indebolimento strutturale del sistema industriale italiano, che stava toccando allora il suo apice. Il numero dei lavoratori industriali sul totale della popolazione attiva avrebbe infatti presto cominciato a declinare, ed elementi di lungo periodo come le variazioni della struttura demografica, l’impatto del completamento dell’urbanizzazione e le conseguenze della decolonizzazione stavano per rivelarsi fattori ben più importanti nel determinare l’evoluzione relativa dei rapporti sociali e del benessere dei singoli paesi di quanto non lo fossero le azioni dei gruppi sociali.
Come e più che con gli aumenti salariali, la redistribuzione del reddito a favore delle classi popolari, che contribuì in modo decisivo al loro ingresso nella vita dello Stato, fu effettuata attraverso l’aumento della spesa pubblica, innescando una crescita trainata dalla domanda interna dopo quella orientata sulle esportazioni del miracolo economico. L’Italia si avviava così a completare la costruzione del suo peculiare Stato del benessere, avvicinandosi rapidamente alla media europea della percentuale di spesa pubblica sul PIL, che gravitava allora attorno al 40%. Vi era però una differenza sostanziale rispetto agli altri paesi dell’Europa occidentale. Qui la crescita della spesa era stata accompagnata dall’aumento del prelievo fiscale. In Italia, vuoi per la scelta del governo di non intaccare il suo consenso in un momento di forti tensioni sociali, vuoi per la paura di irritare ulteriormente i movimenti, proprio nel 1970-1973 il prelievo fiscale si bloccò, causando una veloce crescita del disavanzo primario del bilancio dello Stato, che nel 1972 raggiunse il 9% all’anno.


Dietro l’esplosione del debito c’erano anche le caratteristiche delle principali riforme di quegli anni, concepite ponendo al centro i diritti positivi dei cittadini a ricevere prestazioni che diventavano così indipendenti dal ciclo economico e soprattutto imprevedibili, dato che era molto difficile stimare il bacino di coloro che ne avrebbero fatto richiesta. L’articolo 81 della Costituzione – che vietava di approvare leggi in disavanzo, e quindi in qualche modo teneva sotto controllo il deficit – veniva così svuotato mentre la spesa sociale, e quella per salari e stipendi, acquistavano una forza inerziale dalle conseguenze spesso incalcolabili, che rendeva solo formali le previsioni fatte al momento del varo dei singoli provvedimenti. Negli anni seguenti i governi si sarebbero quindi di continuo trovati ad affrontare situazioni di emergenza, cercando di volta in volta di colmare in qualche modo le nuove falle che si aprivano nel bilancio, e i loro interventi, spesso denunciati come tagli, sarebbero piuttosto spesso stati tesi a limitare l’aumento incontrollato di spese insito nella legislazione in vigore.
Anche grazie a queste scelte espansive, la modernizzazione tumultuosa che aveva preso le mosse alla fine degli anni Quaranta continuò per buona parte degli anni Settanta, che furono comunque anni vitali, anche se la loro vitalità assunse spesso forme tese quanto dissipatrici, quando non autodistruttive, specie ma non solo in ampie fasce giovanili. Anche la crescita economica continuò e così quella del reddito reale pro capite, che aumentò di un altro 50%, passando dal doppio al triplo di quello del 1951. A differenza di quella degli anni Cinquanta e Sessanta, questa crescita andrebbe però appunto depurata da quella del debito pubblico, che dal 1971 al 1980 passò, malgrado l’inflazione, dal 36,6 a circa il 57% del PIL. Si trattava quindi di una crescita a spese del futuro, e quindi insostenibile sul lungo periodo, che aggravava potenzialmente la segmentazione e l’ingiustizia – su linee generazionali – di una società che sembrava invece muovere, e nel tempo presente lo faceva, verso un maggior egualitarismo.
Si approfondiva intanto la disgregazione del vecchio ordine sociale, minato dall’urbanizzazione e dalla nuova posizione e mentalità delle donne. Anche presa della religione, ancora forte, cominciò a venir meno: pur prendendo le mosse da una base di partenza altissima, la percentuale dei praticanti regolari era in declino dagli anni Sessanta, con vistose differenze tra città e campagna e tra Nord e Sud. I matrimoni civili, in calo fino al 1970, presero proprio allora a crescere a ritmi veloci, e sarebbero decuplicati nel ventennio successivo.
Intanto, grazie allo sviluppo economico, la borghesia italiana mutava rapidamente il suo volto e raddoppiava di dimensioni. Le centinaia di migliaia di piccole aziende nate col boom si ingrandivano e solidificavano, e altre ne nascevano. Silvio Berlusconi, un imprenditore che aveva partecipato al miracolo economico nel ruolo, esemplare, di costruttore edile, si avviò allora grazie a Milano 2 e alla sua rete televisiva interna, a diventare una figura di riferimento, ancora solo economica, per buona parte di questa nuova borghesia, tra i cui protagonisti molti avevano profili simili al suo, vale a dire laureati di prima generazione di estrazione piccolo borghese, che erano stati capaci di cogliere le occasioni offerte dal boom.
Fenomeni in parte simili alimentavano anche le ancora confuse e contraddittorie radici del primo leghismo, nutrito anche dalla veloce modernizzazione di regioni bianche come il Veneto o di alcune zone lombarde, che andava disgregando l’influenza della Chiesa e della DC. I nuovi piccoli imprenditori veneti e i vasti ceti che beneficiavano dello sviluppo avevano continuato a votare democristiano anche per adesione ai valori cattolici, oltre che per la spesa pubblica che la DC era riuscita a lungo a garantire. La stessa DC, rappresentandoli, ne aveva stemperato la potenziale carica antistatale, mentre la Chiesa li aveva in qualche modo costretti a non seguire solo i propri interessi immediati. La velocissima trasformazione che fece in pochi decenni del Veneto una delle regioni più secolarizzate del paese, l’indebolimento dell’autorità della gerarchia ecclesiastica e l’emergere di una richiesta di efficienza legata alla nuova dimensione industriale che la DC non era in grado di soddisfare, intaccarono quello che era stato uno dei più importanti bacini elettorali democristiani, liberando voti che, come sarebbe poi successo in alcune zone bianche del Piemonte, cominciarono a dirigersi verso i movimenti autonomisti. Anche per le caratteristiche dei loro gruppi dirigenti, spesso di estrazione popolare e almeno in Veneto fortemente anticomunisti, questi movimenti erano infatti meglio attrezzati a rappresentare un mondo, anch’esso di estrazione popolare e spesso di recente acculturazione, spinto dai suoi stessi successi ad esaltare la società locale ed un suo passato più o meno mitizzato; pronto a difendere un benessere duramente, e quasi miracolosamente, acquisito; e chiuso di fronte ad ogni novità che sembrasse metterlo in pericolo, anche quando si trattava delle novità inevitabilmente prodotte da quello stesso benessere e ad esso necessarie, immigrazione inclusa.
La nuova Italia che emerse tra gli anni Sessanta e Settanta quindi costruì la sua psicologia, i suoi convincimenti e le sue mentalità su un terreno instabile. La casa comune italiana, fondata sul benessere e sui diritti, era infatti figlia di anni straordinari, segnati dal predominio dell’Occidente, dall’urbanizzazione di massa e da un’eccellente struttura demografica. Ma proprio nei primi anni Settanta questi elementi andarono in crisi, mentre mostravano segni di esaurimento anche le grandi ideologie, e quindi le grandi forze politiche, che avevano guidato – ancorché in conflitto tra loro – il paese al successo.
In Italia però di tutto questo non si aveva coscienza. Il paese era anzi preso dal desiderio di consolidare e estendere il più possibile le conquiste appena conseguite, e non era disposto a percepire le difficoltà che stavano montando. Come del resto buona parte dell’Occidente, era piuttosto incline a cercare nell’indebitamento (soprattutto pubblico nel caso italiano) lo strumento per superare quelli che sembravano ostacoli temporanei e secondari in quel miglioramento continuo delle proprie condizioni di vita che gli anni Cinquanta e Sessanta erano sembrati garantire a tutti per sempre.
Ma già nel 1971-1973 la fine di Bretton Woods e la crisi petrolifera scatenata dalla sconfitta araba nella guerra del Kippur mostrarono con chiarezza a chi voleva vedere che gli equilibri e i rapporti di forza su cui si era basato il potere dell’Occidente erano venuti meno.
Andrea Graziosi

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