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L’Italia degli anni Settanta: quali sono i rapporti fra le trasformazioni sociali e la crisi economico-politica? (Parte II)

II. L’Italia delle riforme, 1974-1978

La società italiana della metà degli anni Settanta registrò anche formalmente il cambiamento dei costumi prodotto dalla modernizzazione, prima con la legge sul divorzio, approvata nel 1970 e poi confermata da un importante referendum nel 1974, e poi con quella sull’aborto del 1978, anch’essa sottoposta a referendum tre anni dopo.
 

Proprio allora cominciava però a manifestarsi un’altra e fondamentale conseguenza di quella stessa modernizzazione, quella demografica, che introdusse forse il più importante elemento di discontinuità tra la vecchia e la nuova Italia. Come sarebbe poi avvenuto in Spagna e in altri paesi dalla forte tradizione cattolica, si assistette allora a un drammatico, inusuale e velocissimo crollo della natalità, probabilmente legato al precedente, e altrettanto veloce, miracolo economico. Il tasso di natalità, a inizio decennio ancora superiore a quello necessario alla riproduzione della popolazione (2,2 figli per donna fertile), si dimezzò in meno di dieci anni, spazzando via la vecchia Italia dell’energia e mettendo il paese sulla strada di un rapido invecchiamento sul breve-medio periodo e a rischio di deperimento sul lungo. A ciò si aggiunse l’altrettanto rapido invecchiamento della popolazione causato dal secondo balzo in avanti nell’attesa di vita cominciato negli anni Settanta (dopo la sua apparente stabilizzazione intorno ai 65 anni del decennio precedente), che cominciò presto ad avere effetti importanti sulla mentalità e i comportamenti degli italiani.
A metà degli anni Settanta furono quindi poste le condizioni per l’esplosione della miscela irrazionale – ma razionale dal punto di vista delle rivendicazioni, delle illusioni e degli interessi tanto delle élites politiche che della popolazione che le esprimeva – tra riforme tese a garantire diritti, espansione della spesa pubblica e della presenza dello Stato nell’economia, deficit pubblico crescente, bassa imposizione fiscale, alta inflazione, rapidi mutamenti demografici e rottura degli equilibri internazionali.
La difficoltà dei gruppi dirigenti dei partiti politici ad affrontare questa situazione discendeva non solo dalla sua novità, ma anche dalla crisi ideale e ideologica di quegli stessi partiti, ed in particolare di quelli di massa a radicamento sociale diffuso. Essi erano in qualche modo sopravvissuti ai loro progetti, cavalcando una modernizzazione che li aveva portati in territori sconosciuti, che si andavano popolando di un associazionismo culturale, religioso, economico ecc. a loro estraneo. La loro impotenza intellettuale, che sarebbe presto stata accompagnata e sottolineata dall’emarginazione o dalla scomparsa dei dirigenti più significativi della stagione precedente, era segnalata anche dalla loro coazione a ripetere – nelle nuove condizioni – i discorsi e le ricette dei decenni precedenti, varando riforme ispirate dagli ideali elaborati in una, e per una, Italia che non c’era più. Da un altro punto di vista, la crisi dei partiti di massa e dei loro gruppi dirigenti rispecchiava la scomparsa, o meglio la radicale trasformazione, del popolo prodotta dalla modernizzazione. Da quel popolo e dalla sua promozione quei partiti avevano tratto la loro legittimazione, e ora si ritrovavano di colpo privi del loro naturale interlocutore.
La risposta politica che i due partiti maggiori, DC e PCI, diedero alle difficoltà successive al 1973 è di grande interesse: Moro e Zaccagnini risposero alla crisi del centrosinistra aprendo quella “strategia del confronto” col PCI che schiuse le porte alla solidarietà nazionale. Nel 1973, reagendo al golpe contro Allende in Cile, Berlinguer concluse invece che la sinistra non avrebbe potuto governare nemmeno in caso di una vittoria elettorale di stretta misura, e perciò propose un patto con la DC, presentata come l’altra grande forza popolare emersa nel dopoguerra. Moro accolse quella proposta, condividendone alcuni degli elementi portanti come “la sensibilità al degrado morale del paese”, vale a dire la delusione rispetto agli inattesi frutti di una modernizzazione di cui entrambi i partiti avevano immaginato ben altri esiti. Confermando questa visione, e il comune richiamo alla interpretazione estensiva dei diritti formulata nella Costituzione, nel 1976 egli si schierò a favore dell’allargamento delle basi sociali dello Stato. In questa prospettiva l’accordo col PCI – il partito in grado di far entrare nello Stato gli ampi strati sociali che ne erano rimasti in qualche modo esclusi, portando a compimento il processo di “nazionalizzazione delle masse” – diventava lo sbocco naturale delle difficoltà del paese.

Nacque così il “compromesso storico”, un’alleanza tra DC e PCI con cui la stagione dei diritti raggiunse il culmine del suo prestigio e della sua influenza, ma che può essere visto anche come l’abbraccio di due pugili stremati che si sorreggono l’un altro per non cadere, in un ultimo tentativo di rilanciare i partiti tradizionali e con essi il modello di Italia delineato dopo la guerra. Furono allora varate riforme importanti, dal riconoscimento di più ampi poteri alle regioni e dalla riforma del diritto di famiglia, seguita nel 1978 dalla già ricordata legislazione sull’interruzione volontaria della gravidanza. In quello stesso anno la nascita del Servizio sanitario nazionale (SSN) completò il welfare italiano, segnando la vittoria della sua visione come strumento al tempo stesso di costruzione nazionale e di ampliamento della cittadinanza. Quest’ultima poteva ora essere giudicata quasi completata dal riconoscimento, finalmente reale, di almeno alcuni dei più importanti diritti sociali, che venivano ad aggiungersi a quelli politici e a quelli civili, che stavano a loro volta conoscendo un’altrettanta rapida, ma apparentemente non costosa, espansione.
L’aggancio alle scelte costituzionali era chiaro, ma vi erano alcune importanti novità. Come e più di quanto era accaduto con le pensioni sociali, il SSN rompeva lo schema, affermatosi nel 1947, che faceva discendere la condizione di cittadino, e quindi il godimento dei diritti, da quella di lavoratore. L’idea di un welfare universalistico era certamente più razionale e nobile di quella fondata sul lavoro, ma era anch’essa attraversata da contraddizioni e si sarebbe presto scontrata coi limiti imposti dalle possibilità del paese, specie dopo i mutamenti avviatisi nei primi anni Settanta. La contraddizione principale era col modo in cui era stato costruito il welfare italiano. Quest’ultimo era cresciuto come accumulo irrazionale di privilegi conquistati da questa o quella categoria, poi estesi – ma sempre in modo particolaristico – ad altri gruppi capaci di mobilitazione. Vi era qui una certa continuità con quanto era accaduto già sotto il fascismo, quando lo Stato aveva distribuito favori a gruppi, anche di estrazione piccolo-borghese, dotandoli di protezione. Nel dopoguerra strati via via più ampi di estrazione popolare erano stati coinvolti in un meccanismo simile, che minava l’idea dello Stato come garante per tutti “delle condizioni fondamentali della democrazia” e poneva le basi per un welfare fondato sul privilegio di alcuni e l’esclusione di altri.
Il processo si era accelerato dopo la riforma delle pensioni del 1969, basata appunto sul riconoscimento del diverso trattamento di specifiche categorie di lavoratori, ed aveva trovato conferma nello Statuto dei lavoratori, che non proteggeva i dipendenti delle piccole imprese. Almeno fino alla seconda metà degli anni Settanta fu però possibile presentare questi privilegi come conquiste strappate da questo o quel gruppo ma destinate a diventare prima o poi diritti di tutti, come sembrava provare la loro effettiva e progressiva estensione.
Anche il carattere delle nuove misure non era privo di conseguenze negative. Il welfare universalistico esaltava infatti il senso di appartenenza e quindi anche e inevitabilmente lo spirito di chiusura di un popolo chiamato a godere di diritti da cui chi non ne faceva parte era escluso. L’apparente esaurimento dei processi migratori celava per il momento le conseguenze cui ciò avrebbe potuto dar luogo, ma le sgradevoli reazioni al loro veloce e sorprendente riprendere – questa volta in direzione dell’Italia – avrebbero mostrato che la scelta di puntare all’allargamento verso il basso e al rafforzamento del senso di comunità della “famiglia” italiana (sempre definita in base a criteri di fatto etno-linguistici) rafforzava anche, per contrappasso, la tendenza del paese a concentrarsi su se stesso, e quindi il suo provincialismo, e poteva alimentare sentimenti di ostilità verso il nuovo, il diverso e chi poteva essere percepito come una minaccia che metteva in pericolo le conquiste ottenute. Al di là di queste contraddizioni, vi era soprattutto una questione di risorse, che illuminava i limiti intellettuali del progetto politico-costituzionale e lo avrebbe fatto con forza crescente negli anni successivi, e tanto più rapidamente a causa delle appena ricordate storture insite nel welfare italiano.
Le riforme culminate nel SSN più che compensarono, attraverso l’aumento dei trasferimenti dello Stato e quello della spesa pubblica, l’attenuazione della spinta ridistributiva a favore del lavoro dipendente verificatasi dopo il 1973. Per alcuni anni, e non solo in Italia, parve possibile credere a un mondo in cui la popolazione dei grandi paesi occidentali potesse godere di un livello minimo ma decente di esistenza (casa, salute, istruzione, salario e pensione) garantito indipendentemente dal lavoro, lavoro che sarebbe quindi divenuto possibile scegliere sulla base delle esigenze di ciascuno. Era una specie di comunismo minimo, di cui godette una parte consistente della popolazione europea e che in Italia assunse anche le sembianze deformi delle pensioni baby, dopo pochi anni di servizio, o di quelle di invalidità.
Ma il sostanziamento e la generalizzazione come diritti sociali di quelli che erano stati fino ad allora i privilegi di alcune categorie, e il fatto che ciò avvenisse proprio mentre i paesi che imboccavano quella strada lasciavano al contempo la stagione del miracolo, mostrò presto il problema costituito dal definire come diritti “a richiesta” quelli che in inglese si sarebbero piuttosto definiti come entitlements perché dotati di costo, e quindi per definizione limitati. In un primo momento questa confusione aveva aiutato a rendere il paese meno ingiusto, potenziando e nobilitando le richieste di esclusi che avevano potuto avanzare rivendicazioni in nome della Costituzione. Ora però essa cominciava a mostrare i suoi limiti e i suoi costi politici e culturali, visto che rallentava la presa d’atto di ciò che sarebbe stato necessario fare a fronte dei profondi cambiamenti nella composizione sociale e demografica del paese e nella posizione dell’Occidente nel mondo.
A riprova di questi limiti oggettivi, la costruzione del welfare e l’allargamento dei diritti sociali sarebbero durati in tutto solo 20 anni, dalla riforma delle pensioni del 1969 ai primi tagli, cominciati agli inizi degli anni Novanta. Per di più, in grande parte di questo periodo entrambi i processi furono finanziati in deficit, mostrando la fragilità delle fondamenta della nuova cittadinanza sociale e garantendo i diritti presenti a spese delle generazioni future. Questa fragilità fu acuita dalla decisione di non aumentare subito e decisamente la pressione fiscale, come fu poi fatto alla fine del decennio successivo. La nuova ricchezza del paese avrebbe infatti permesso la costruzione e il mantenimento di un più piccolo e razionale, ma solido, Stato del benessere, cui gli elementi di crisi strutturale connessi al declino demografico e politico dell’Europa avrebbero certo imposto dei riaggiustamenti, ma non drammatici. Si volle però di più, in maniera distorta (dando cioè molto ad alcune categorie e meno ad altre), e senza farne pagare il conto, perfezionando il meccanismo che avrebbe portato negli anni seguenti all’esplosione del debito, in virtù della combinazione tra disavanzo primario nel bilancio dello Stato, insufficiente pressione fiscale, calo dell’inflazione, aumento degli interessi reali e mutamento della struttura demografica della popolazione.
Si innescò allora un modello di comportamento politico che si sarebbe ripetuto nei decenni successivi, in particolare nel caso delle pensioni, dando luogo a crisi ricorrenti. Esso consisteva nel rinviare finché possibile decisioni costose per la popolazione, come l’aumento delle tasse o la riduzione di certi benefici, salvo poi trovarsi nel giro di pochi anni a dover sostenere costi, e imporre sacrifici, maggiori di quelli che sarebbero stati sufficienti se fatti a tempo debito.
Il contemporaneo e notevole aumento dei trasferimenti al Mezzogiorno stava provocando effetti simili. Sul breve periodo, esso determinò nella seconda metà degli anni Settanta una notevole riduzione della forbice tra i redditi e i consumi del Nord e quelli del Sud, sorretti anche dalle rimesse degli emigrati, dall’aumento dell’istruzione e dall’indubbio sviluppo economico di almeno certe aree del Meridione. Ma il fallimento di quello che Michele Salvati ha chiamato il grande disegno industrialista della seconda Cassa del Mezzogiorno spingeva la massa dei trasferimenti verso il sostegno ai consumi, alimentando la formazione di macchine politico-clientelari ben più vaste e pervasive di quelle che si andavano formando un po’ ovunque intorno alle Unità sanitarie locali. Entrambi i fenomeni – la crescita e il modo in cui essa avvenne – sarebbero stati alla base delle importanti esperienze riformistiche degli anni successivi nel Meridione e avrebbero contribuito al loro frequente fallimento.
La situazione in larghe regioni del Mezzogiorno stava inoltre degenerando per un fattore esogeno di grande rilevanza. Il rafforzamento fisiologico della tradizionale criminalità organizzata, dovuto all’inurbamento e al boom edilizio da un lato, e al maggior flusso di spesa pubblica dall’altro, era infatti potenziato, in maniera patologica, da un serie di circostanze (legami con le Americhe, posizione strategica della Sicilia, debolezza della concorrenza internazionale ecc.) che permisero alla criminalità organizzata italiana, e soprattutto a Cosa nostra, di controllare per qualche anno buona parte del commercio mondiale dell’eroina. Ciò ne moltiplicò le forze, anche militari, e il controllo sul territorio, scatenò vere e proprie guerre per la spartizione del nuovo, ingente bottino, e ne mutò la cultura e le pratiche, trasformando la mafia tradizionale che aveva trovato spazio e accoglienza all’interno di una parte della DC siciliana e fatto di alcuni suoi dirigenti a livello locale e nazionale i suoi rappresentanti (rappresentanti che si trovarono quindi negli anni seguenti a fare i conti con una creatura nuova e imprevista).
In queste condizioni, nel maggio 1978 le Brigate rosse assassinarono Aldo Moro, uccidendo con lui anche la solidarietà nazionale. È possibile che il destino di quest’ultima fosse comunque segnato dalla fragilità del suo progetto politico e dall’esaurimento delle principali forze che la sostenevano. Non vi è tuttavia dubbio che con quell’atto la lotta armata italiana mutava il corso della storia politica del paese, ponendo il problema del ruolo e del peso di quella lotta in essa, un ruolo e un peso moltiplicati dalla capacità di attrazione esercitata dal terrorismo tanto sui media quanto sugli storici.

A leggere la quantità di titoli ad esso dedicati si potrebbe concludere che il terrorismo fu allora il perno di anni definiti appunto di piombo. Ma basta una semplice riflessione su quali siano i grandi eventi, nazionali e internazionali, degli anni Settanta che ancor oggi concorrono a determinare la situazione del paese, e quella del mondo, per rimettere le cose nella loro giusta prospettiva. A fronte del SSN, cui di solito vengono dedicate poche righe, di riforme spesso trattate con sarcasmo, della nascita di una nuova mentalità e di una nuova coscienza basate sul concetto dei diritti, dell’irreversibile degenerazione dei sistemi socialisti o delle nuove politiche di Deng Xiaoping, il terrorismo italiano – tanto quello di destra che quello di sinistra – riacquista le sue dimensioni di residuo violento e intellettualmente primitivo e arcaicizzante di un’epoca già esauritasi nel momento del suo nascere, ma temporaneamente rivitalizzata dal 1968.
Non vi è dubbio però che nell’immediato il terrorismo ebbe conseguenze importanti e tutte di segno negativo, aumentando i poteri di magistratura e polizia, accentuando il distacco tra una politica costretta a blindarsi e la società, e soprattutto offuscando con la nebbia generata dalla sua violenza la capacità di vedere tanto delle élites che della popolazione, che invece di quella capacità avrebbe avuto grande bisogno. In altre parole il terrorismo, e in specie quello di sinistra – che pure, nelle parole di Vittorio Foa, non fu “mai un soggetto politico distinto e contrapposto allo Stato” ma “solo un pezzo, un pezzettino di una Sinistra in grave declino, un pezzo che ha tentato un’estrema difesa di un mondo che fa[ceva] acqua da tutte le parti” – diede un contributo decisivo a sviare per lunghi anni l’attenzione dai crescenti e reali problemi di fondo del paese, costringendo quest’ultimo a occuparsi quasi ossessivamente di quello che era, sul piano storico, un fenomeno marginale.
La morte di Moro fu una svolta importante anche perché aprì le porte alla scommessa politica di Craxi e dettò quindi il tono del decennio successivo, segnato da un conflitto a sinistra cui contribuirono le diverse reazioni a quell’assassinio. Essa mise in evidenza anche la morte – già avvenuta – del mondo politico italiano e dei progetti nati all’incrocio tra opposizione al fascismo, sconfitta nella guerra e Resistenza. In un certo senso con Moro e la solidarietà nazionale moriva quindi il modello di patria rinata e ripensata nel 1945, senza che si riuscisse – e forse nemmeno si provasse – a sostituire il suo antico, e un tempo vivissimo, senso con un senso nuovo. Anche le forze apparentemente più energiche degli anni successivi, come appunto il PSI, furono infatti incapaci di elaborare una nuova visione della situazione e delle prospettive del paese e di farne discendere una politica alta, restando in un certo senso in mezzo al guado tra il vecchio e il nuovo mondo.
Questo esaurirsi della politica, che era prima di tutto declino o piuttosto inadeguatezza dei suoi precedenti grandi progetti, avrebbe aperto spazi nuovi ai media e spinto la popolazione a disprezzare partiti, e in primo luogo quelli di governo, che sembravano tramutarsi in parassiti di “palazzi” nazionali e/o locali. Il PCI, ma anche il MSI, furono meno toccati anche per le minori opportunità di cui avevano goduto e godevano, anche se queste minori opportunità erano state sfruttate razionalmente: il primo per esempio aveva cercato di rimpiazzare con lo sfruttamento di stipendi e pensioni di rappresentanti nazionali e regionali il venir meno del sostegno sovietico al mantenimento del suo apparato.
A partire dalla seconda metà del decennio successivo, questi sentimenti “antipolitici” sarebbero stati alimentati della crescente scarsità delle risorse che questi partiti erano in grado di distribuire, ma essi erano nell’immediato rafforzati anche da quella emersione dell’individuo – a sua volta legata al 1968 e alla ideologia dei diritti – che svuotava dall’interno i partiti politici tradizionali rendendo sempre più irrilevanti le loro prescrizioni collettivistiche e solidaristiche.
La morte di Moro ebbe, a suo modo, un peso anche maggiore e di portata internazionale. Come ha notato Alberto Melloni, a quella morte si aggiunse infatti poco dopo quella di Paolo VI, a suo modo la settima vittima di via Fani. Con la loro scomparsa, e la fine del loro lunghissimo sodalizio, tramontava anche lo stretto rapporto tra Chiesa e cattolicesimo democratico italiano che proprio in Montini, e in Maritain, aveva trovato negli anni Trenta una nuova e più moderna risposta alla crisi del liberalismo e all’affermazione del culto totalitario dello Stato. Poco dopo l’ascesa al soglio di Giovanni Paolo II e la gestione della Chiesa italiana da parte di Ruini avrebbero dimostrato la portata di un cambiamento che equivaleva al dischiudersi di un nuovo mondo non solo nella concezione politica della Chiesa, ma anche nei rapporti tra essa e la politica italiana.
L’affievolirsi dello sviluppo innescatosi nel dopoguerra e della carica ideale della prima Repubblica e dei suoi partiti cominciarono allora a combinarsi con un senso di nostalgia per i luminosi anni appena trascorsi. Questo sentimento, insieme all’orgoglio e alla soddisfazione per le grandi conquiste appena ottenute, rafforzò a sua volta un atteggiamento teso a guardare più al presente e al passato che non al futuro, che diventava tanto più forte quanto più quel passato si tingeva di rosa rispetto a un presente difficile e a un futuro che sembrava poter mettere in discussione i risultati raggiunti.
Una parte della società italiana, incluse alcune delle sue componenti progressiste, si accingeva così a diventare oggettivamente conservatrice. Il tramonto dell’operaismo e delle speranze rivoluzionarie erano a loro volta e a loro modo anche un indizio del fatto che non era più possibile pensare che l’Italia potesse andare avanti da sola, indipendentemente da quanto succedeva negli altri paesi. Quelle speranze infatti avevano avuto tra i loro presupposti l’idea che le gerarchie internazionali fossero immutabili e che i paesi fino ad allora privilegiati lo sarebbero stati per sempre, indipendentemente dalla loro capacità di adeguarsi al mutamento della realtà. Ma proprio nel 1978 Deng annunciava in Cina le sue quattro modernizzazioni, lanciando il paese in una corsa che continua ancora (anche se la politica del figlio unico potrebbe presto rallentarla) e che avrebbe presto mutato radicalmente la divisione internazionale del lavoro e delle opportunità, e con essa la fisionomia e l’ordine del pianeta. Egli si rivelava così come il vero eroe eponimo di un nuovo mondo che in Occidente sembrava invece avere in Reagan e nella Thatcher i suoi alfieri.
Col senno di poi sembra possibile sostenere che, sia pure in forme e con intensità molto diverse, l’Occidente tutto, Stati Uniti inclusi, si rifiutò allora e a lungo di prendere atto del suo declino relativo e scelse la strada – resa possibile dalla sua ricchezza – di ignorarlo compensandone gli effetti col vivere a credito. I cosiddetti debiti sovrani presero così a crescere velocemente, proprio come era successo in Europa orientale dieci anni prima.
Per ragioni che già conosciamo, l’Italia fu presto all’avanguardia di questo fenomeno: essa era non solo il paese col più accentuato calo, ma si dovrebbe dire crollo, delle nascite e con la più diffusa ideologia dei diritti, ma anche quello forse più psicologicamente chiuso in sé stesso dopo decenni di apertura. Il benessere aveva infatti determinato la fine dell’emigrazione italiana e causato l’esaurimento delle migrazioni interne che avevano agito da potente fattore di unificazione del paese, integrando come mai prima i mondi diversi da cui esso era composto. Questi mondi tendevano ora di nuovo a gravitare su sé stessi e il Sud, dopo aver perso importanza come mercato per aziende settentrionali sempre più proiettate verso l’Europa e il mondo, cessava anche di essere il loro più importante fornitore di forza lavoro, ponendo le premesse dell’insorgere del quesito sul perché occorresse continuare a dargli tanto. Questo mentre il nuovo mondo faceva capolino con la presa d’atto che l’Italia stava diventando un paese di immigrazione, proprio nel momento di massimo rafforzamento di una “famiglia italiana” etno-linguisticamente compatta. Si trattava di un fenomeno già annunciato dai primi pescatori tunisini di Mazara e dalle prime domestiche filippine e capoverdiane di fine anni Sessanta, ma che proprio nel 1977 divenne di dominio comune con un dibattito cui partecipò anche Romano Prodi.
Ci si avviava così verso gli anni Ottanta, il decennio del grande debito, ma anche il decennio dell’ultimo tentativo di rilancio basato su vecchi presupposti solo superficialmente modificati, nonché delle prime, nuove reazioni antipolitiche e comunque ostili al nuovo mondo che si andava delineando, e tanto più oscuramente quanto più il guardarlo appariva sgradevole.
Andrea Graziosi

 

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