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Quale spazio dedicare alla storia di genere nel Novecento?

È utile ricordare che la storia di genere nasce come risposta alla critica a una “storia delle donne” vista e studiata come tema separato e, quindi, destinato alla marginalità. Il suo scopo è arrivare a una storia in grado di tener conto dei differenti interessi, punti di vista, reazioni ed esperienze tanto delle donne che degli uomini, cui col tempo si sono aggiunti anche generi meno biologicamente determinati. In questa prospettiva, essa costituisce un invito ad allargare lo sguardo dello storico a nuove tematiche, e fa parte del tentativo di arrivare a una “storia totale” capace di comporre in una visione generale idee, interessi, passioni e culture di diversi ceti e classi sociali, élites, gruppi “etnici” e linguistici, generi e naturalmente individui, specie dove il contributo di questi ultimi assume valore fondante, sia per il peso delle idee o delle azioni di singoli esseri umani, che per gli insiemi di comportamenti individuali che determinano svolte importanti nella storia, per esempio di recente in materia di strutture famigliari e riproduzione.

Si tratta quindi di un arricchimento importante della prospettiva storica, capace di attirare l’attenzione degli studenti perché tocca da vicino alcune loro esperienze fondanti. Naturalmente studiare e quindi insegnare tali questioni nelle società largamente rurali del passato, più povere, meno differenziate e spesso analfabete, pone problemi rilevanti, soprattutto a causa della scarsità di fonti dirette relative alla grande maggioranza della popolazione. Ma aprire alla storia di genere permette anche in questo caso di vedere e comprendere problemi nuovi, nelle élites sociali e intellettuali in primo luogo, ma anche – per esempio attraverso le fonti religiose e giudiziarie, o lo studio della demografia – nelle società contadine o tra gruppi linguistici o sociali che a prima vista sembrano difficilmente penetrabili. Le cose naturalmente cambiano man mano che le società diventano più ricche e si differenziano, anche attraverso l’emergere di culture per esempio "etniche", generazionali e diclasse o gruppo sociale , ma anche di genere in senso lato, come è avvenuto soprattutto nel XX secolo. Tali culture non solo producono e quindi lasciano materiali importanti per la comprensione del passato, ma il loro studio illumina indirettamente anche la genesi e la composizione del mondo in cui viviamo.

Soprattutto, l’alfabetizzazione di massa e la diffusione della cultura rendono possibili l’espressione e la conservazione, all’inizio scritta e poi via via anche legata a immagini, filmografia, inchieste visive, trasmissioni televisive ecc., di un numero crescente di riflessioni, idee e passioni legate alle esperienze umane, incluse quelle di genere, alla condizione delle donne così come alla mascolinità o alla vita omosessuale. Questo non solo per le élites, ma per un numero via via crescente e sempre più differenziato di gruppi e di individui tra cui molti di cui era prima, per le ragioni indicate, difficile sentire la voce e quindi comprendere il ruolo nelle vicende storiche, un ruolo che comunque, come Voltaire già insegnava nel XVIII secolo quando raccomandava di non fare solo la storia dei principi, esisteva anche quando era più difficile scoprirne le tracce.
Questa ricchezza e varietà di testimonianze, su cui gli storici riflettono da tempo, permette di insegnare la storia in un modo più attivo e coinvolgente, per gli studenti certo, ma anche per i docenti. Tenuto conto del peso del XX secolo nella genesi del mondo in cui viviamo, essa ci aiuta anche a far vedere e capire fenomeni di cui sarebbe altrimenti difficile dar conto.

Solo per fare alcuni esempi relativi alle questioni di genere, pensiamo a una lezione sui grandi cambiamenti nella struttura delle famiglie e nell’atteggiamento di fronte alla riproduzione che hanno determinato la crisi demografica oggi così acuta delle società occidentali mature. Che vuol dire per esempio essere donne, o uomini, e che ruolo giocano le prime e i secondi, in società dove la famiglia tradizionale sta scomparendo, la maternità e la paternità diventano sempre più rare, e l’esperienza riproduttiva, che per secoli ha definito il genere, esce dall’orizzonte di milioni di persone, persino in paesi tradizionalmente cattolici come l’Italia o la Spagna? E quando, perché e come è iniziato tutto questo?

Ma introdurre le questioni di genere nel mondo moderno ci aiuta anche a capire meglio i fenomeni migratori, in cui alla tradizionale preminenza iniziale di giovani maschi, spesso soli, che chiamano in seguito le loro famiglie, è stata complicata nel corso degli ultimi decenni da esperienze femminili di massa che hanno riguardato, come nel caso delle ucraine in Italia, donne istruite di una certa età, che lasciavano la loro famiglia e cominciavano poi, ma in modo diverso, a costruire comunità nel paese di immigrazione.

Adottare una prospettiva di genere ci fa inoltre vedere e analizzare più compiutamente l’importanza della straordinaria, crescente affermazione delle donne nella scuola e nell’università, e quindi nel mondo del lavoro. Malgrado i forti residui di ineguaglianza, radicati anche nelle mentalità di società invecchiate, molti dei cui membri si sono quindi formati in un mondo precedente a quello odierno, sappiamo che le donne sono passate da un ruolo assolutamente marginale (a inizio XX secolo le laureate erano pochissime anche nei paesi di punta, e ancora nel secondo dopoguerra incontrare una donna medico era una rarità) a rappresentare la maggioranza degli studenti e soprattutto dei laureati, anche in Italia. Che conseguenze può avere questo? E che reazioni questa ascesa improvvisa provoca in maschi abituati ad ambienti quasi esclusivamente maschili e al dominio, che si sentono oggi superati anche negli studi? E cosa ci dice tale fenomeno sul rapporto di molti maschi con lo studio, e quindi con la società moderna che sullo studio è fondata e in cui chi studia ha di regola un futuro migliore?

Naturalmente il numero sempre più ampio di donne registe, scrittrici, artiste, scienziate, docenti ecc. – ma anche di intellettuali maschi e di omosessuali che hanno riflettuto e riflettono su questi cambiamenti permette di organizzare lezioni vive, con al loro centro i pensieri, le emozioni, e i conflitti suscitati dall’incontro tra ambienti e aspirazioni rinnovatisi.
Ma la prospettiva di genere ci aiuta a impostare in modo diverso e a comprendere meglio anche fenomeni e eventi storici prima letti in modo più tradizionale, anche se non per questo meno vero. Pensiamo per esempio a un tema classico, quello dell’ingresso in massa delle donne nel mondo del lavoro maschile (ovviamente le donne lavorano anche prima, ma in occupazioni spesso diverse, o solo nel periodo prima del matrimonio) a causa della mobilitazione maschile nella prima guerra mondiale. È un fenomeno studiato da tempo, su cui fonti importanti permettono di affrontare in classe problemi come il significato di questo ingresso per le donne, ma anche le reazioni della società – incluse molte donne e non solo gli uomini – a questa novità, presto seguita almeno in alcuni paesi da quella del voto femminile. Lo sguardo si può poi allargare, chiedendosi per esempio se in Italia il Fascismo, specie ma non solo in termini ideologici, non possa essere analizzato anche come parte di questa reazione, non solo maschile, allo sconvolgimento di equilibri che sembravano sanzionati dalla storia, dai costumi, dalla religione ecc.

L’analisi di genere ha arricchito anche la nostra comprensione di fenomeni terribili, come i genocidi e la violenza categoriale (tesa cioè a colpire specifiche categorie) di massa, che hanno caratterizzato il XX secolo. Pensiamo per esempio al grande massacro armeno cominciato nella primavera del 1915. Sappiamo oggi che uomini e donne ebbero destini diversi, sterminati subito e in massa i primi in grado di portare armi (dai 15 ai 60 anni), più spesso violentate ma anche costrette alla conversione e a vivere per decenni in famiglie musulmane dopo la violenza le seconde. Negli anni Novanta poi, i conflitti nella ex Jugoslavia, ci hanno aiutato a vedere e capire l’importanza dello stupro etnico di massa come strumento genocidario, oggi riconosciuto come tale dai tribunali criminali internazionali, uno stupro che ha la sua matrice culturale in una concezione terribile dei ruoli di genere.

E naturalmente, le questioni di genere sono essenziali perstudiare e capire la società dello spettacolo nata nel XX secolo, come dimostra il peso grandissimo e crescente che esse hanno assunto e assumono nei film come nelle serie televisive, o semplicemente in programmi di intrattenimento che ne fanno il loro perno. Ma anche il mondo della politica, un tempo quasi esclusivamente maschile, ne è stato profondamente mutato, e senza tener conto di esse è difficile comprendere fenomeni come l’affermazione di Margaret Thatcher, Indira Gandhi e Angela Merkel, o analizzare, per pensare alla storia recentissima, le “retoriche” e le dinamiche dello scontro tra Donald Trump e Hilary Clinton nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016.

Anche in Italia, del resto, dibattiti e conflitti come quelli che hanno riguardato temi come il diritto di famiglia, la questione del divorzio e soprattutto l’aborto (e più di recente le unioni civili) hanno giocato un ruolo essenziale nella storia del XX secolo. La storia di genere ci permette di illuminarle in modo più sofisticato, vivo e complesso, e può essere uno strumento essenziale per accendere l’interesse e la capacità di comprensione degli studenti.

Andrea Graziosi

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