Blog

Si può parlare del Risorgimento italiano come di un processo di Nation building? In che termini?

In realtà è il termine stesso “Risorgimento” a essere parte integrante di quell’articolato e complesso fenomeno che è il Nation building, peraltro non solo italiano.

Ancora a fine Settecento il termine “Risorgimento” non aveva infatti implicazioni politiche e, per indicare il rinnovamento portato dalla Rivoluzione francese, si usava la parola “rigenerazione”. Ad associarlo all’idea di una nazione da riunificare dopo una lunga fase di frazionamento e di occupazione straniera furono avvenimenti come l’indipendenza greca. Fu durante la lunga lotta contro il dominio ottomano (1821-1832) che gli indipendentisti ellenici parlarono di una nazione dalla secolare storia che “risorgeva” dalle sue ceneri, scegliendo non a caso Atene (al tempo un piccolo centro rispetto ad altri) come capitale del neonato Regno di Grecia.
Nello stesso periodo, questo uso politico e rivendicativo di “Risorgimento” si andò affermando anche nella penisola italiana, dove alcuni scritti d’ispirazione patriottica auspicavano «il risorgimento dell’Italia». Furono opere come il Misogallo di Vittorio Alfieri (1799-1814), la Storia del Risorgimento della Grecia (1825) di Mario Pieri e diverse pagine di scrittori quali Vincenzo Gioberti, Francesco Domenico Guerrazzi e Alessandro Poerio a far entrare stabilmente il termine nel lessico della propaganda politica, trovando attestazione illustre quanto significativa nella missione che Giuseppe Mazzini affidava alla sua Giovine Italia, ossia compiere “il risorgimento dell’Italia”.
Se dunque la genesi stessa del lemma è parte di una coeva strategia retorica tesa ad affermare il diritto degli italiani – così come prima dei greci – ad avere un proprio Stato, il carattere polemico e strumentale dell’espressione “Risorgimento” trova ulteriore conferma nella ricostruzione del passato che esso sottintende, replicando una strategia di narrazione selettiva e mitizzazione della storia nazionale comune a pressoché tutti i processi di Nation building. Laddove infatti il termine parla di un “ri-” sorgere della nazione esso afferma l’esistenza di quest’ultima in un periodo anteriore, che tuttavia non a caso resta per lo più indeterminato, oppure viene fatto coincidere con epoche in cui appare difficile parlare di una nazione italiana modernamente intesa. In alcuni casi, si richiamano infatti fasi come l’epoca della classicità latina, in cui l’unità territoriale della penisola sotto l’egida di Roma non comporta in alcun modo l’esistenza di un’omogenea identità distinta da quelle di altri popoli. Per certi versi, anzi, trionfava allora una cultura sincretica e universale (almeno nelle aspirazioni) come quella latina, la quale non per nulla diventerà il bersaglio prediletto di movimenti come il Romanticismo alla ricerca delle origini pre-latine dei popoli a lungo sottoposti a forme di ibridazione/assimilazione dalla soverchiante potenza romana. In altri casi, il rimando è invece al Medioevo, vera e propria fucina di miti identitari non solo per il nazionalismo italiano (si pensi al Guglielmo Tell svizzero, alle favole dei fratelli Grimm in area tedesca ecc.), ma al contempo epoca caratterizzata da uno spiccato particolarismo politico-istituzionale, dalle diverse traiettorie prese dalle vicende del Mezzogiorno e del Centro-nord, nonché da una notevole pluralità di idiomi parlati e dal ruolo ancora centrale che il latino aveva nella produzione letteraria (non si dimentichi che persino i padri della nascente letteratura italiana, fra cui Dante e Petrarca, scrissero più in latino che in volgare).


 

Domenico Peterlin, Dante in esilio, 1860

Per tutte queste ragioni, dunque, il solo fatto di parlare di “Risorgimento” era nell’Ottocento – ed è stato per tutta l’età postunitaria sino ad oggi – un pezzo del Nation building italiano. Ciò anche dopo che “Risorgimento” è divenuta una consolidata categoria storiografica e accademica, designando istituti di ricerca, riviste scientifiche e insegnamenti universitari (Storia del Risorgimento) dedicati tanto al movimento politico-culturale fautore dell’indipendenza e dell’unità nazionale, quanto al periodo e al processo diplomatico-militare e socio-economico che – iniziato secondo le interpretazioni a metà o a fine Settecento – hanno condotto alla nascita del Regno d’Italia nel 1861.
D’altro canto, basta pensare al ruolo che idee e slogan come “completiamo il Risorgimento” hanno avuto nel mobilitare l’opinione pubblica a favore dell’ingresso nella Grande guerra del 1914-18. Oppure si può guardare allo spazio dedicato a protagonisti ed episodi-simbolo dell’unificazione tanto dalla manualistica scolastica quanto da altri generi, come la letteratura (a cominciare dalle opere manzoniane, non a caso ancora centrali nelle indicazioni nazionali per i licei) o la narrativa per ragazzi (l’esempio classico è ovviamente il Cuore di De Amicis): il confronto fra il numero di pagine e il livello di dettaglio con cui sono ricostruite le vicende italiane rispetto all’attenzione concessa a fenomeni anche più rilevanti ma accaduti altrove è ancora evidente, oggi solo un po’ meno di quanto avrebbe notato un osservatore d’età liberale.
Altrettanto significativo del peso del Risorgimento nel fare gli italiani è poi l’uso che ne ha fatto la retorica del Fascismo, che pur mirando a creare un “uomo nuovo” non esitava a ricorrere al passato risorgimentale sia come primo passo verso la rivoluzione fascista sia come movimento popolare tradito dallo Stato liberale. Sempre il Risorgimento fu altrettanto centrale nel legittimare la lotta partigiana durante la Seconda guerra mondiale, quando la Resistenza era da più parti chiamata “secondo Risorgimento”, alcune delle più attive formazioni prendevano nomi come “Brigate Garibaldi”, alcune forze politiche si definivano “Partito d’azione” mutuando il nome dal partito mazziniano e l’obiettivo di tanto sforzo era individuato nella “liberazione nazionale”, sulle orme di quanto gli italiani già avevano fatto nell’Ottocento. Infine, a dimostrazione dell’attualità del richiamo al Risorgimento come strumento di Nation building, è interessante analizzare il revival risorgimentale promosso recentemente da presidenti della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006) prima e Giorgio Napolitano (2006-2015) poi: una ripresa che è stata declinata in modi diversi (più celebrativa quella di Ciampi, più riflessiva e autocritica quella di Napolitano), ma che ha comunque riportato di nuovo al centro dell’azione nazionalizzante l’epopea risorgimentale dopo qualche decennio di relativo oblio legato in parte all’appropriazione fattane dal regime mussoliniano e in parte al nuovo mito fondativo nazionale rappresentato dalla Resistenza antifascista, come detto un “secondo Risorgimento”.
Proviamo ora a leggere la domanda in un altro senso, ossia non se il Risorgimento come termine e come narrazione possa essere parte di una strategia di Nation building, ma piuttosto se quella fase che noi appunto chiamiamo convenzionalmente “Risorgimento” abbia prodotto in sé una consapevole e significativa azione tesa a costruire la nazione italiana. Qui la risposta appare senza dubbio meno netta. A lungo, soprattutto la storiografia marxista e gramsciana ha parlato di un processo di unificazione elitario, opera di una ristretta cerchia di individui e subìto più che agito da parte non solo delle masse rurali ma anche di larghe fette dei ceti medi. Più di recente, però, nuove prospettive storiografiche come la storia culturale, la world history, la storia delle donne e la storia di genere hanno in parte rivisitato questa interpretazione, sottolineando tanto il ruolo di soggetti prima ritenuti nel migliore dei casi passivi spettatori (donne, esuli, piccolo-borghesi ecc.) quanto il peso giocato da letteratura e arte nel veicolare il messaggio nazionale. Si è allora ricostruito il cosiddetto “canone risorgimentale”, ossia quell’insieme di opere (testi, quadri, opere ecc.) che avrebbero costituito un comune corpus di riferimento per i patrioti italiani, cementandone il senso di appartenenza alla nazione e fornendo loro un set di immagini, discorsi, valori e disvalori funzionali a rivendicazioni politiche fondate sull’assiomatica esistenza di una nazione italiana. Si è arrivati finanche a sostenere che il Risorgimento sia stato “un fenomeno di massa”, quanto meno in alcuni suoi momenti topici come il Quarantotto o i plebisciti per l’annessione del 1860.


 

 

 

 


 

 

Gioacchino Toma, Piccoli patrioti, 1862

In realtà, benché sia indubbio che un certo “nazionalismo dal basso” – come recita il titolo di un recente volume - sia esistito anche in Italia, non bisogna esagerare nel vedere intellettuali, uomini (e donne) politici e condottieri del Risorgimento come efficaci propagatori di un’ideologia nazionalista diffusa ai livelli più diversi della piramide sociale, al nord come al sud, nelle città come nelle campagne.
In primo luogo, se di un Quarantotto di “massa” si può parlare esso va infatti inteso in proporzione alla ristretta partecipazione che aveva caratterizzato iniziative precedenti, e anche successive (si pensi per esempio alle fallimentari insurrezioni mazziniane). E comunque la differenza fra aree rurali e urbane nel livello di politicizzazione e partecipazione al Risorgimento resta notevole, il che in un paese ancora largissimamente contadino non può che tradursi nella necessità – quanto meno – di parlare appunto di “masse urbane”, intese per di più come una fetta per nulla maggioritaria anche nei contesti dalla maggiore adesione. Ciò – si aggiunga – al netto di un allargamento di orizzonti che rafforza questa impressione. Basta infatti guardare ad alcuni coevi fenomeni extraeuropei (la Guerra civile americana, la rivolta dei Taiping in Cina, la Guerra della Triplice alleanza in America latina ecc.) per trovare davvero le masse impegnate a combattere per la propria bandiera, facendo per contrasto apparire il Risorgimento come un fenomeno dai numeri assai modesti.
In secondo luogo, di rado le pur innovative ricerche sulle pratiche discorsive risorgimentali e sulle reti transnazionali del nazionalismo italiano hanno saputo fornire prove dell’effettiva diffusione di quei messaggi e del loro impatto sull’immaginario collettivo degli italiani. Questi ultimi erano tra l’altro in larga parte analfabeti ancora decenni dopo l’unità, i loro consumi si limitavano spessissimo al comparto alimentare e avevano poca o nulla familiarità con la grande letteratura dei Manzoni e dei Foscolo, con i quadri di tema politico degli Hayez o con le epiche raffigurazioni dei pittori battaglisti. Va inoltre ricordato il fatto che la ricezione di un’opera può avvenire a livelli di consapevolezza assai diversi in base al profilo del fruitore. E ciò significa, per esempio, che probabilmente non tutti coloro i quali affollavano i teatri dell’opera coglievano i patriottici riferimenti o le analogie sottesi, per esempio, nel Guglielmo Tell di Gioacchino Rossini o ne I Puritani di Vincenzo Bellini.
In questo senso, dunque, i prodotti culturali, i discorsi e persino le gesta del Risorgimento costituirono senz’altro parte di un processo di Nation building finalizzato – il più delle volte consapevolmente, altre magari meno - alla creazione di una nazione e di uno Stato italiani. Ma non meno certo è il fatto che lo sforzo nazionalizzatore abbia risposto di contesto in contesto, di generazione in generazione, a progetti politici diversi, misurandosi con gli ostacoli, i limiti e le contraddizioni che nascevano di volta in volta dal mutare delle contingenze locali e transnazionali, europee e globali.
Marco Rovinello